30 agosto 2006

Where are the cowboys?

(fonte: luogocomune.net - sottotitoli a cura di Massimo Mazzucco)

[Katrina & Bush - segui la discussione sul ForumRai]

"Abele fu il primo a scoprire che le vittime morte non protestano", Stanislaw J. Lec

Ciascuno ha diritto di protestare come vuole

(fonte: lapadania.com - Massimo Fini - 26.08.06)

Gentile Direttore,
i paragoni di vicende attuali con i crimini nazifascisti sono una forzatura grottesca. Lo sterminio degli ebrei perpetrato dai nazifascisti fu un fatto specifico, eccezionale, scientificamente pianificato e attuato nelle maniere atroci, orrende, che tutti conosciamo. Forzata e grottesca è l’equazione, formulata spesso dalla stampa, anche italiana, George W. Bush uguale Hitler. Forzati e grotteschi sono dunque anche i paragoni fatti dall’Ucoii in un comunicato a pagamento pubblicato dal Quotidiano Nazionale: “Ieri stragi naziste, oggi stragi israeliane”, “Marzabotto=Gaza”, “Fosse ardeatine=Libano”. Ma anche noi usiamo ed abusiamo di queste forzature. Anzi siamo stati i primi. È stato il presidente Bush, ripreso favorevolmente da quasi tutta la stampa occidentale e da autorevolissimi storici, politologi, esperti e commentatori, americani, europei e italiani, a parlare di “fascisti islamici”. Ora si può pensare quello che si vuole dei movimenti, terroristici o di guerriglia o semplicemente ideologici, che oggi, nel mondo islamico, si oppongono all’Occidente, ma col fascismo, fenomeno europeo, non c’entrano niente. E se una componente, poniamo, della comunità ebraica italiana avesse pubblicato a pagamento un comunicato in cui paragonava gli atti dei terroristi o dei guerriglieri islamici a quelli dei nazisti e avesse fatto, come ha fatto l’Ucoii, un elenco delle loro vittime, certamente non ci sarebbe stata “l’unanime condanna” del nostro mondo politico, la richiesta di espellere questa componente da ogni organizzazione dello Stato né si sarebbe invocata la censura (Mastella) o parlato di “istigazione a delinquere” (D’Onofrio) o proposto di mettere direttamente i suoi esponenti in galera (Gasparri) come invece è stato fatto con l’Ucoii. Il problema è, come sempre, quello dei due pesi e due misure, che sono convinto esasperi il mondo musulmano, anche quello non fondamentalista, ancor più delle nostre bombe. L’Occidente è pieno di armi atomiche fin sopra i capelli (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Israele), ma basta che ci sia il sospetto che un Paese islamico, l’Iran, possa ipoteticamente farsene una che subito ci sono i deferimenti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, minacce e piani di colpirlo preventivamente, guarda un po’, proprio con bombe nucleari sia pure “tattiche”. Israele ha violato trenta risoluzioni Onu senza patirne alcuna conseguenza, per Saddam Hussein è bastato il sospetto che non ne avesse rispettata una (il possesso delle famose “armi di distruzione di massa” che non sono state mai trovate e che aveva in altri tempi quando proprio noi gliele avevamo fornite in funzione antikhomeinista, antisciita e anticurda) perché l’Iraq fosse aggredito, invaso, occupato con conseguenze devastanti per la sua popolazione (150mila morti) e con la disintegrazione di quel Paese. E anche come “disinformatia” non siamo da meno. Quella dell’Ucoii è sì fare un puntiglioso e macabro elenco delle vittime civili dell’esercito israeliano senza fare minimamente cenno alle vittime civili provocate dalla guerriglia o dal terrorismo palestinesi o islamici. La nostra, in questo caso, è di forzare ulteriormente il comunicato dell’Ucoii. Così Magdi Allam scrive sul Corriere della Sera (20 agosto) che il comunicato dell’Ucoii “nega il diritto di Israele all’esistenza e ne predica la distruzione”. Nessun riferimento del genere c’è in quel comunicato che, oltre al paragone grottesco di cui si è detto, fa una critica durissima alla politica del governo israeliano ed elenca le vittime provocate dall’esercito di Gerusalemme. Nemmeno questo si può dire? Sono d’accordo su un punto che non è espresso esplicitamente nel comunicato Ucoii ma è implicito e che le “unanimi” reazioni di sdegno confermano. Non è ammissibile che ogni critica a Israele sia immediatamente bollata come antisemitismo e come razzismo. Non è ammissibile che Israele pretenda, come pretende, di godere di un trattamento privilegiato in ragione dello sterminio di sessant’anni fa. Israele, oggi, è uno Stato come un altro e, come per ogni altro Stato, le sue politiche e le sue azioni possono essere legittimamente oggetto di critiche anche durissime, giuste o sbagliate che siano. Questo eterno ricatto morale, che strumentalizza cinicamente i poveri morti di ieri per giustificare i poveri morti di oggi, deve finire. Oltretutto credo che non giovi, come ha osservato anche qualche commentatore ebraico americano, a Israele stesso. Si è detto anche che il comunicato Ucoii è un’istigazione all’odio. Può essere. Ma l’odio è un sentimento e come tale non lo si può reprimere d’autorità né mettergli le manette. Io ho il diritto di odiare chi mi pare e di dirlo. Ma se torco anche solo un capello a coloro che odio devo andare dritto e di filato in galera. In ogni caso in quanto a odio anche noi non scherziamo. Quando George W. Bush parla di “Stati canaglia” che cos’è se non “istigazione all’odio” una minaccia di distruggere quegli Stati, almeno nell’assetto che si sono dati come è avvenuto per l’Iraq? Che cosa sono se non espressioni d’odio gli articoli di certi fondamentalisti occidentali? Che cosa esprimono, se non odio e disprezzo gli ultimi libri di Oriana Fallaci? Eppure nessuno, a parte alcuni integralisti islamici che fan il paio con i nostri, si è mai sognato, giustissimamente, di chiedere il ritiro di quei libelli venduti a milioni di copie. La Fallaci ha diritto di esprimere i suoi odi, i suoi disprezzi, le sue idiosincrasie, le sue paure e, quando ce l’ha, i suoi argomenti. Come tutti. L’Ucoii ha espresso, legittimamente, un suo punto di vista. Fazioso e di parte, che può essere altrettanto legittimamente criticato nel modo più duro. Le espulsioni, le radiazioni, le fatwa, la garrota, le manette lasciamole ai totalitarismi. Lasciamole ai fondamentalisti islamici.

"La forza governa il mondo, non l'opinione: tuttavia è l'opinione che si serve della forza", Blaise Pascal

27 agosto 2006

L'edificio 7 si è suicidato?


Mandatelo in replay e notate:

* Il tetto cade verso l'interno
* Si vedono esplosioni che crescono rapidamente sul lato destro
* Sono visibili esplosioni sulla parete frontale
* Collasso simmetrico simultaneo
* Caduta a velocità libera
* Caduta nella propria base senza danni agli edifici vicini

A CURA DI SCHOLARS FOR 911 TRUTH

"La verità è un segreto che il morente porta con sé.", Søren Aabye Kierkegaard

23 agosto 2006

Chi è Magdi Allam?/2

(fonte: Marcello Pamio - 21 agosto 2006)

Finalmente i quotidiani nazionali si occupano di noi! Dopo anni di silenzio mediatico e innumerevoli “furti” di articoli senza alcuna citazione, qualcuno ci ha notato! Non è proprio un qualcuno qualsiasi, visto che si tratta del Corsera, il quotidiano più letto in Italia. A pagina 11 (numero molto interessante) dell’edizione domenicale di ieri 20 agosto 2006, il grande giornalista indipendente Magdi Allam, l’arabo moderato per antonomasia, cita il nostro sito! Il vice direttore de “Il Corriere della Sera” ci manda i suoi saluti in un articolo dal titolo emblematico: “Sono i predicatori dell’odio. Ma lo Stato li ha legittimati”.

Sappiamo molto bene che qui da noi lavorano giornalisti collegati con i servizi, e il caso Farina (vicedirettore di “Libero”) altro non è che la punta dell’iceberg.
Sappiamo molto bene che ci sono collegamenti (economici ma non solo) tra questi signori (che dovrebbero essere al servizio dell’informazione indipendente) e l’intelligence di altri paesi: in particolare Cia e Mossad…
E sappiamo altrettanto bene qual è il lavoro (vero) che alcuni di questi giornalisti portano avanti dall’interno dei media nazionali: travestiti da “esperti”, da “editorialisti”, da “commentatori” non fanno altro che fomentare l’odio e lo scontro di civiltà. E ci riescono così bene che ipocriticamente si permettono di attaccare coloro che presentano l’altra campana della verità, quella che loro stessi affondano ogni volta che scrivono e ogni volta che parlano nei tiggì!

Siamo convinti che per comprendere il quadro nel suo insieme è necessario avere anche l’altra parte dell’informazione, quella parte tanto scomoda al Sistema perché destabilizzante. Avendo solamente a disposizione una sola fonte (cioè quella fornita dai media allineati. Tutti) non è possibile farsi una idea completa e soprattutto oggettiva degli accadimenti; al contrario, la nostra visuale sarà sempre condizionata e assolutamente incompleta: proprio come desidera qualcuno! Ecco perché se leggiamo e/o ascoltiamo certi “esperti” (giornalisti, piuttosto che politici, piuttosto che economisti), recepiremo sempre e solo la parte comoda al Sistema: quella scomoda viene tenuta nascosta, oppure attaccata e messa alla gogna. Noi, secondo l’illustre penna del Corriere faremo parte dei “predicatori di odio”, che “Lo Stato ci ha legittimati”(?). E questo perché nella triste vicenda tra Israele e Libano abbiamo avuto la malsana idea di schierarci dalla parte opposta di Tsahal, l’esercito di Sion! Forse ad Allam sfugge cosa riporta la Carta di Norimberga, e questo è molto strano e grave per il vicedirettore di un quotidiano così importante e prestigioso come Il Corriere della Sera.
Visto tale dimenticanza, gli rinfresco io la memoria:

- Articolo 6a sui “crimini contro la pace”: «aver pianificato, preparato iniziato o dichiarato una guerra di aggressione, o una guerra in violazione dei trattati internazionali»
- Articolo 6b sui “crimini di guerra”: «saccheggio di proprietà pubbliche o private, la distruzione immotivata di città, cittadine o villaggi, la devastazione non giustificata da necessità militare»
- Articolo 6c sui “crimini contro l’umanità”: «omicide,… e altre azioni inumane commesse contro qualsiasi popolazione civile, prima o durante la guerra…»

Quindi non siamo noi, caro Allam, a "predicare l’odio”, se affermiamo che l’esercito di Israele e i generali che lo comandano hanno violato in Libano questi tre articoli della Carta di Norimberga: sono i fatti e la storia che tristemente lo confermano, e lei da “esperto” mediorientale non può non saperlo! E se lo sa e tace partecipa indirettamente ai crimini.

A testimoniare sono i cadaveri di migliaia di persone civili, di cui la maggior parte donne e bambini, morte sotto i missili intelligenti (con tanto di dedica dei bambini israeliani, vedi articolo), sotto le bombe a frammentazione, sotto le migliaia di abitazioni distrutte dai caccia o dalle navi (articolo 6c della Carta di Norimberga: “Crimini contro l’umanità”)!

A testimoniare è la distruzione sistematica e mirata di ponti, strade, viadotti, centrali elettriche, aeroporti, basi navali (articolo 6b della Carta di Norimberga: “Crimini di guerra”)
E per quanto riguarda l’articolo 6a (“Crimini contro la Pace ”), quello sulla pianificazione della guerra, le faccio presente che un suo collega statunitense (un vero giornalista!) Seymour Hersh ha scritto sul The New Yorker che l’attacco di Israele al Libano era stato pianificato da tempo con il consenso dell’amministrazione Bush!

Questo lo sapeva? Era programmato da tempo, per cui la scusante mediatica del rapimento dei soldati perde di significato, come pure i razzi sparati dagli Hezbollah in Galilea. Magdi Allam, lei che difende in ogni occasione e a spada tratta l’opera di Israele e del suo esercito, le chiedo se assassinare migliaia di libanesi inermi, tra cui centinaia di bambini, e devastare un paese sovrano con la scusante del rapimento di due soldati (prima fasulla motivazione dell’intervento) o di missili lanciati dagli Hezbollah (seconda fasulla motivazione dell’intervento, dopo che la prima aveva perduto di efficacia) va bene quando si tratta di Israele e non va bene quando a farlo è un altro paese o gruppo armato, magari musulmano? Mi sono limitato al Libano, ma potrei porle le stesse domande sui crimini contro l’umanità commessi nella Striscia di Gaza.

Qual è il suo metro di misura per il terrore e/o terrorismo? Ce lo vuole spiegare una volta per tutte? Molte persone in Italia, che leggono i suoi editoriali o la sentono parlare al tiggì, se lo stanno chiedendo. Se un missile lo lancia Hamas piuttosto che l’Hezbollah e colpisce a morte persone civili è terrorismo spietato (e lo è assolutamente!), ma se lo stesso missile che colpisce persone civili a morte viene lanciato da Israele, si tratta di “legittima difesa”? Forse per lei vi sono morti di serie A e morti di serie B? O paesi si seria A e paesi di serie B?

Ogni guerra, ogni atto di terrorismo, ogni missile e/o bomba è sempre un atto contro la vita per cui è SEMPRE un CRIMINE CONTRO L’UMANITA’, sia che venga perpetrato da un gruppo armato, un gruppo terrorista, sia da un paese civile e democratico o presunto tale come gli Stati Uniti o Israele! Quindi criticare l’Heretz Israel oggi non è un atto di antisemitismo - come qualche furbetto vorrebbe far credere – e neppure “predicare l’odio” come insiste lei, ma atto dovuto e soprattutto un dovere morale nei confronti della Verità! E visto che stiamo parlando di odio, mi auguro che l’U.C.O.I.I., l’Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia, denunci Magdi Allam e il direttore Paolo Mieli per “calunnia e odio razziale” in base alla Legge Mancino sulle discriminazioni (nr. 205/93). Allam infatti paragona, nel suo editoriale, l’unione delle organizzazioni islamiche a gruppi terroristici come Hamas e i Fratelli Musulmani! «Per verificare – scrive l’egiziano moderato - la realtà dell’ideologia dell’odio, della violenza e della morte che anima l’Ucoii, al pari di Hamas e dei Fratelli Musulmani…» (Il Corriere della Sera, pagina 11, 20 agosto 2006) Paragonare pubblicamente l’Unione delle organizzazioni islamiche italiane a gruppi armati come Hamas non è fomentare l’odio e lo scontro di civiltà? Certo che sì!

Articoli del genere, che associano volutamente islam e terrorismo, moschee e centrali operative, non fanno altro che aizzare la popolazione contro il musulmano ed innalzare sempre più il pericoloso muro del sospetto:
- ogni musulmano potrebbe infatti essere un kamikaze pronto per farsi saltare in aria…
- ogni moschea la sede operativa di qualche cellula impazzita di al-Qaeda…
- ogni mullah potrebbe diventare il sostituto di bin Laden…

Concludo augurandomi che in Italia vi siano dei magistrati coraggiosi e onesti intellettualmente che prendano provvedimenti contro certi figuri che mascherandosi da paladini dell’informazione perseguono invece occulti e ben più loschi scopi...

Approfondimenti:

«Quando l'ipocrisia comincia a essere di qualità scadente, è ora di cominciare a dire la verità», Bertold Brecht

22 agosto 2006

Made in Hollywood?

(fonte: www.movisol.org)

Il grave allarme terrorismo scattato a Londra il 10 agosto, che ha paralizzato gran parte del traffico aereo europeo e internazionale, non era giustificato. Lo spiega l’ex agente della CIA Larry C. Johnson con un articolo del 17 agosto su “Noquarter”, dove afferma tra l’altro: “Non sono emerse prove di sorta che i cospiratori avessero con sé un prototipo funzionante dell’ordigno che volevano portare a bordo dell’aereo”. Ci sono notizie stampa dal Pakistan secondo cui il pedinamento di uno dei cospiratori aveva rivelato che “i sospetti in Inghiterra avevano ottenuto almeno uno dei materiali per l’esplosivo, non lo avevano ancora preparato o mescolato”. Johnson continua: “Lo ripetiamo, i cospiratori non avevano ancora preparato o mescolato il probabile esplosivo. Cosa ancor più importante, non disponevano di un prototipo di un carica esplosiva capace di superare le misure di controllo. A quanto si dice i cospiratori inglesi avevano perossido di idrogeno. Che impresa. Basta andare al negozio per acquistarlo. Il perossido di idrogeno non è un esplosivo, e non si può impiegare con facilità e sicurezza per farne dell’esplosivo. In secondo luogo non sono emerse prove sul fatto che il gruppo abbia effettivamente acquistato biglietti, o disponesse dei passaporti per salire a bordo di un aereo diretto negli USA. Come facevano a far saltare in aria aerei sui quali non potevano salire? Terzo, la polizia britannica cerca ancora alacremente le prove di cui ha bisogno per tenere quella gente in galera. Se il complotto era in fase tanto avanzata questo non costituirebbe affatto un problema. Se avessero avuto biglietti, passaporti ed esplosivi in mano allora si può dire ... allora si potrebbe parlare di gioco fatto”.

Anche Thoms C. Green, sulla pubblicazione inglese “The Register”, commentava lo stesso giorno che “Esplosivi liquidi binari appartengono al repertorio sexy dei triller di Hollywood”. Per mescolare una quantità di TATP (triacetone triperossido, l’esplosivo che i sospetti terroristi avrebbero dovuto usare) occorre partire da un perossido di idrogeno nella giusta concentrazione, cosa molto rischiosa da ottenere. Poi arriva “la parte più spassosa”. “Prendi il tuo perossido d’idrogeno, l’acido solforico, nelle quantità precise che occorrono, e mettili nelle bottiglie dei drinks, per contrabbadarli come si deve sull’aereo ... Non dimenticare di portare diversi pacchi gel (meglio se raffreddatori in styrofoam, accuratamente mascherati con la scritta “alimenti deperibili”), un termometro, un grosso contenitore, una stecca per mescolare e un contagocce...

“La cosa migliore è viaggiare in prima classe e ordinare Champagne. Il secchiello pieno di acqua gelata, che la compagnia aerea dovrebbe servirti, forse può andar bene, specialmente se hai portato quei pacchi gel ben freddi da aggiungere al ghiaccio, e gli isolatori di styrofoam (polistirolo espanso estruso), in modo da cominciare a cucinare senza che niente vada a fuoco...

Quando poi l’aereo sarà sopra l’oceano, molto discretamente devi portare il tutto nella toilette. Forse ti conviene fare più viaggi, in modo da evitare di attrarre l’attenzione. Adesso che hai tutto lì metti il contenitore della miscela di perossido e acetone nel bagno d’acqua gelata (il secchiello dello champagne), e comincia ad aggiungere l’acido, goccia a goccia, e al contempo mescola molto attentamente. La miscela comincerà a riscardarsi, e se si scalda molto otterrai un esplosivo troppo debole. Anzi, se si scalda troppo, provocherai un’esplosione prematura che forse basterà ad ammazzare solo te e nessun altro.“Poche ore dopo ... avrai una quantità di TATP con cui portare a termine la tua missione. A quel punto tutto ciò che avrai bisogno di fare è lasciar asciugare il tutto per un’oretta o due”.

Operazioni “just in time”?

Sull’argomento, la newsletter “Strategic Alert dell’EIR” aveva commentato a caldo: “Il 10 agosto le autorità britanniche hanno annunciato l'arresto di 24 sospetti che avrebbero pianificato di far esplodere in volo diversi aerei di linea diretti negli Stati Uniti. ... Mentre sembra vera l'esistenza di una o più cellule terroristiche, l'operazione con cui è stato sventato il complotto presenta qualche anomalia, a cominciare dal momento in cui sono stati decisi gli arresti e il relativo chiasso massmediale. L'indagine sulla cellula britannico-pakistana procedeva da oltre un anno, e cioè dalle bombe della metropolitana di Londra del 7 luglio 2005. L'indagine è stata argomento di diverse discussioni tra Blair e Bush. I due leader sono rimasti in vacanza sebbene, stando a rapporti stampa indiani non confermati, il 6 agosto la polizia britannica avesse individuato la “prova generale” dell'attentato su un volo diretto a Boston. Se quanto riferito dovesse corrispondere al vero, non si capisce perché l'arresto sia avvenuto solo quattro giorni più tardi. Resta solo il fatto che il contesto politico ed economico quattro giorni dopo era più propizio, giacché l'amministrazione Bush era stata colpita l'8 agosto dalla perdita del suo principale sostenitore in campo democratico, Joe Lieberman, la cui sconfitta elettorale è stata definita da Cheney un rafforzamento di Al Qaeda. Anche Tony Blair deve fare i conti con l'opposizione interna al partito, e con più di 100 parlamentari laburisti che hanno chiesto una seduta straordinaria del parlamento sulla politica mediorientale del governo. Si fanno sempre più insistenti le voci di un imminente “golpe anti-Blair” dal suo rivale Gordon Brown. Inoltre, sul fronte finanziario, è dimostrato che le ondate di notizie terroristiche offrono alla “Squadra di sicurezza” l'opportunità di iniettare liquidità sul mercato. Vi sono insomma diversi elementi che fanno pensare ad un'operazione antiterroristica “just in time”.

Approfondimenti:

"Quanto più si diffonde il sapere, tanto più numerosi sono i problemi che affiorano.", Johann Wolfgang Goethe

20 agosto 2006

"Shoot to Kill"

(fonte: globalresearch.ca - link - August 16, 2006)

Mi scuso se l'articolo pubblicato è in inglese, ma non ho avuto il tempo di tradurlo.

Israeli activists (N.B.: attivisti israeliani, ndt) have uploaded a video of the shooting of Lymor and the initial violence of the Israeli military in Bil’in on Friday, August 11th (Per vedere il video clicca QUI).



The video clearly shows the Border Police unit firing on the demonstrators from close range. There is no evidence that the soldiers were in danger. Typically, the military spokesperson has claimed that “activists threw stones” and Haaretz’s article yesterday reiterating the same false information. The video also clearly shows the commander of the unit saying, “This is Lebanon!” as he orders his force to fire on retreating demonstrators, and “I will not allow a demonstration during wartime!”



The commander, Majdei, made this decision despite a military court decision in August 2005 that people in Bil’in have the right to protest on their land on the village-side of the apartheid wall. Every week since the wall was finished in March 2006, the Israeli military has also denied them the right to protest on their farmland on the other side of the wall. The wall separates villagers from 60% of their farmland, half of which has already been annexed and developed by Jewish settlements.

In addition many villagers have been arrested in the night during army raids for participating in the demonstrations in Bil’in. Two villagers are still in prison: Esaam Matar, 29, has been imprisoned eight months and the military has ruled he is to be deported to Jordan; and Muhammad Burnat, 19, has been imprisoned for 3 months and has not yet had a trial for his alleged crimes. According to official military regulations, which were reported in the Hebrew version of Haaretz today, soldiers are not allowed to fire from a distance closer than 40 meters. They are instructed not to fire at vital areas of the body and only to fire when they are in immediate danger. Each week during demonstrations in Bil’in, many non-violent demonstrators are injured in the head, neck and chest.


The Israeli who was shot in the head and a Danish woman beaten with a gun on Friday are the most serious injuries the army has caused since Ramzi Yassin, who was shot in the head with a plastic-coated steel bullet. Ramzi, from Bil’in, was handing out water during a demonstration in Bil’in on July 8th 2005, when he was shot in the side of the head. The bullet caused severe bleeding of his brain and he was left unconscious for 7 days and with permanent brain damage. Haitham al Khateeb of Bil’in, Yonathan Pollack, an Israeli, BJ from Denmark, and Phil of Austrailia were hospitalized at different times all for rubber bullets injuries to their heads at close range at Bil’in demonstrations, except for Haitham who was hit by a tear gas canister fired at his head. Lymor, who was shot on Friday, is currently in a stable condition at Tel Hashomer hospital in Tel Aviv. It took the ambulances about an hour to get from the site where he was shot to the hospital. He was taken in for immediate surgery which took 3 hours, and a rubber bullet as well as shards of bone and damaged brain tissue were removed from his head and an internal heomorage was stopped. Before the surgery he was totally clear and aware even though he was in a lot of pain. After the surgery he was moving his arms and legs while he was under sedation. He was taken off sedation around 7pm yesterday evening. He can move his limbs and can talk but is having trouble with his vision. Rina, from Denmark, is also currently in the hospital in Hebron, suffering from severe concussion caused by an Israeli soldier beating her with his gun. She is stable, but is still having trouble walking on her own.

"Per me si va nella città dolente / per me si va nell'eterno dolore / per me si va tra la perduta gente. / Giustizia mosse il mio Alto Fattore / Fecemi la Divina Potestate. / La somma sapienza, il primo amore / Dinnanzi a me non fuor cose create / Se non etterne. / E io etterna duro. / Lasciate ogni speranza, o voi ch'intrate.", Dante Alighieri - Inferno, Canto III

19 agosto 2006

Hina

(foto: incisione di Francisco Goya, "Il sonno della ragione genera mostri")

Non so quanti abbiano notato un dettaglio che stona in maniera straordinaria [*1]. La ragazza lavorava in un locale pubblico. Cioè in un ristorante indiano. Non so a chi appartenga quel ristorante, ma c'è una buona probabilità che il proprietario sia di etnia/religione indù. Nella mentalità dei musulmani conservatori, è decisamente vergogna far lavorare le donne di casa. E mica in una fabbrica di tutte donne, ma in un locale pubblico, dove la gente beve alcolici e avventori maschi possono fare commenti sulle cameriere. Aggiungiamo che il proprietario, se è davvero indù (ma è solo una mia ipotesi), non sarebbe certamente il migliore custode della ragazza. A quanto mi è dato capire, la giovane Hina andava al lavoro, e anche altrove, senza alcun foulard e persino in minigonna, con tanto di ombelico scoperto e cellulare per chiamare gli amici. E con sufficiente tempo libero per frequentare un fidanzato italiano; anzi, a quanto pare, viveva per metà a casa del fidanzato, per metà a casa dei genitori. Date le distanze psicologiche che separano i luoghi del benessere dai luoghi della miseria, dobbiamo cercare un parallelo lontano: è un po' come se il padre di una famiglia italiana trovasse normale mandare la figlia a fare la cubista in topless tutta la notte alla discoteca Ekstasy di Rimini, ovviamente impossessandosi la mattina dopo dei soldi che la fanciulla si è guadagnata. Qualcuno direbbe che quel padre è un autentico liberale, qualcun altro che è un magnaccia, ma nessuno direbbe che è un bigotto o un fanatico religioso. Insomma, mi pare evidente che papà Saleem se ne sia fregato altamente del comportamento della figlia, finché portava i soldi in casa, e finché la faccenda fosse nota solo a Brescia. Poi però i nodi arrivano al pettine. E qui mi viene in mente un mio conoscente italiano (tra l'altro, militante di estrema sinistra) che anni fa era in trattative per comprarsi moglie in Tailandia: i fratelli della ragazza giuravano e spergiuravano che fosse vergine, cosa che permetteva loro di chiedere un prezzo particolarmente alto (no, non so come sia andato a finire questo caso particolare di economia globale). Evidentemente, il padre di Hina aveva in piedi un traffico simile con qualche ignaro cugino in Pakistan, anche se per motivi piuttosto diversi, come vedremo. E forse era un traffico da concludersi con una certa urgenza, visto che la fanciulla aveva ormai raggiunto la venerabile età di ventun anni. Il problema non era la vita dissoluta che conduceva la ragazza - almeno secondo gli standard del paese da cui proveniva la famiglia - , ma il fatto che lei avesse annunciato di essersi fidanzata, e quindi di non essere più trasferibile al promesso cugino. A quel punto, il nostro bresciano adottivo ha dovuto dimostrare al proprio parente di essere uomo di parola, che mantiene gli impegni di casta (e non semplicemente di famiglia). Alcuni giornalisti un po' più onesti della media [*2] hanno infatti sottolineato come il delitto sia da mettere in relazione con il sistema castale indiano. Ricordiamo che il Pakistan è storicamente parte dell'India, dove il sistema delle caste ha finito per assorbire [*3] anche una religione profondamente egalitaria (almeno in principio) come l'Islam: i quattro "colori" (varna) della gerarchia induista si ritrovano, in forma appena attenuata, nei villaggi islamici. Nel sistema indiano, è la legge della "nascita" - jati in sanscrito, zat in urdu - e la gestione dei matrimoni all'interno di tali gruppi che permette la formazione di gruppi sociali compatti e solidali, in grado di permettere la sopravvivenza in un mondo senza previdenza sociale, dove l'emarginazione significava la morte ai tempi della miseria, e significa la morte ai tempi della privatizzazione e del liberismo. Il padre di Hina, quindi, è un caso orribile ma interessante di hybris da globalizzazione: ha cercato di ottenere il meglio dal sistema "occidentale", mandando la figlia a far soldi in un locale pubblico; e il meglio dal sistema "orientale" sistemandola con un cugino. E ha finito per rovinarsi per sempre in "Oriente" come inaffidabile corruttore della propria famiglia, e in "Occidente" come barbaro assassino.

"La maggior parte della pubblicità non fa tanto appello alla ragione quanto all'emozione", Erich Fromm

17 agosto 2006

Considerazioni energetiche

Riporto una mia riflessione, riferita alla disponibilità energetica italiana, scritta sul forum che spesso frequento (ecco il link per seguire interamente la discussione):

"Innanzitutto ritengo che sia indispensabile ridurre il fabbisogno energetico di ognuno di noi. Sprechiamo troppo. Quindi, prima di cercare una fonte energetica idonea a soddisfare le nostre esigenze dobbiamo pensare a coibentare l'edificio, installare valvole termostatiche, fare attenzione al consumo di elettrodomestici e lampadine, ridurre il consumo idrico e termico e così via. Si tratta di investimenti accessibilissimi dal punto di vista economico, che non richiedono competenze troppo specifiche e che aumentano notevolmente il valore della casa (soprattutto la coibentazione). In sostanza, investimento medio per un risparmio economico sostanzioso nel breve termine e un lauto guadagno nel lungo termine (in caso di vendita dell'edificio). Questo risparmio comporterebbe già una parziale soluzione del problema energetico. In Italia la situazione energetica è la seguente (fonte: terna.it):

Il fabbisogno nazionale di energia elettrica viene coperto per il 70.5% attraverso centrali termoelettriche che bruciano principalmente combustibili fossili in gran parte importati dall'estero (piccole percentuali - inferiori al 2% - fanno riferimento a biomassa, rifiuti industriali o civili e combustibile nazionale). Un altro 16.4% viene ottenuto da fonti rinnovabili (idroelettrica, geotermica, eolica e fotovoltaica) per un totale di energia elettrica prodotta dall'Italia di circa 303000 GWh annui (2004). La rimanente parte per coprire il fabbisogno nazionale é importata direttamente all'estero nella percentuale già citata del 13,1% [...]La maggior parte dell'energia elettrica prodotta in Italia con fonti rinnovabili deriva dalle fonti rinnovabili cosiddette "classiche". Le centrali idroelettriche (localizzate principalmente nell'arco alpino e in alcune zone appenniniche) producono il 14.3% del fabbisogno energetico; le centrali geotermoelettriche (Toscana) producono l'1.6% della potenza elettrica mentre le "nuove" fonti rinnovabili come l'eolico (con parchi eolici diffusi principalmente in Sardegna e nell'Appennino meridionale), sebbene in crescita, producono ancora circa lo 0.5% della potenza elettrica richiesta. Percentuali ancora minori vengono prodotte con il solare in impianti connessi in rete o isolati.

Ridurre tale dipendenza è ad oggi in effetti quasi impossibile, in quanto il paese non dispone di consistenti riserve di combustibile di nessun tipo. Le fonti energetiche rinnovabili di tipo "classico" (energia idroelettrica e geotermoelettrica) sono state già quasi completamente sfruttate dove ritenuto conveniente e quindi sensibili miglioramenti in questo campo non sono pensabili. Le fonti energetiche rinnovabili "nuove" (in particolare eolico e solare), nonostante i cospicui investimenti (tra il 1981 e il 2002 lo Stato italiano ha finanziato le fonti rinnovabili e assimilate con 51,1 miliardi di euro - fonte Ministero delle Attività Produttive) e le pur favorevoli previsioni di crescita, sono ancora molto lontane dal fornire contributi percentualmente apprezzabili; permangono inoltre alcune perplessità riguardo problematiche quali "l'aleatorietà" dell'approvvigionamento realizzato, nonché (per il fotovoltaico) riguardo costi ancora non competitivi. Le speranze sul breve periodo riposte nella fusione nucleare sono state parzialmente disilluse. Mentre nel 1985 si stimava di poter installare la prima centrale elettrica a fusione nucleare nel 2015, attualmente gli scienziati del progetto ITER hanno spostato quella data al 2040. Le uniche possibilità perseguibili, in Italia, sono quindi il risparmio energetico, l'installazione di pannelli solari (e non fotovoltaici) per il riscaldamento di acqua e ambienti.

Per il fotovoltaico, ad oggi, eisiste il "conto energia", che rende l'investimento meno oneroso, ma il loro rendimento è comunque penalizzato da diverse variabili. Inoltre bisogna anche considerare lo smaltimento dei pannelli. Un altro aspetto che fa sorgere molti dubbi sulla realizzazione del passaggio ad un sistema di produzione elettrica basato interamente sul fotovoltaico riguarda la disponibilità di materie prime per realizzare i moduli fotovoltaici in grande scala, tra cui il rame, la cui disponibilità non sarebbe sufficiente ad una tale impresa. Gli studi in merito sono molteplici, ad esempio, l'università di Toronto ha inventato un materiale plastico che sfruttando nanotecnologie converte i raggi solari e infrarossi (quindi funziona anche con il tempo nuovoloso) in elettricità. Si prevede che costruendo i futuri pannelli fotovoltaici con questo materiale se ne aumenteranno le prestazioni di cinque volte. Può essere inoltre usato come generatore portatile e quindi essere spruzzato su superfici di altri materiali (ad esempio vestiti o su una batteria di auto a idrogeno). Si pensa che basterebbe ricoprire lo 0,1% della Terra di questa nuova tipologia di pannelli per sostituire tutte le centrali elettriche (per lo più ubicate nel primo mondo). Questa notizia è stata pubblicata da Nature Materials. Le celle polimeriche hanno però dimostrato finora di fondersi con il calore del sole e inoltre si deteriorano rapidamente quando esposte al sole. Molte speranze si possono però ragionevolmente riporre nel fotovoltaico, se integrato con gli altri sistemi di energia rinnovabile, nella sostituzione graduale delle energie fossili, in via di esaurimento. Segnali in questo senso provengono da diverse esperienze europee. In Germania in particolare, leader mondiale del settore dopo il Giappone, sono state avviate molte centrali elettriche fotovoltaiche utilizzando zone dismesse o tetti di grandi complessi industriali.

C'è poi l'eolico, l'energia meno costosa da produrre. (Un reattore nucleare da 1600 megawatt costa 2,5 mld di euro (dunque, 1.56 euro al watt). All'opposto una pala eolica da 3 megawatt costa 3 mln di euro: l'eolico costa in generale circa 1 euro/Watt, circa il 50% in meno). Però una pala eolica genera la massima energia solo per circa 1700 ore all'anno in Italia mentre un impianto a combustibili fossili o nucleare genera energia quasi 24 ore su 24 ore 365 giorni all'anno. Quindi supposta la stessa la durata dell'impianto (20 anni) il costo energetico è di 0,8 centesimi di euro per kWh per la centrale nucleare e di 2,9 centesimi di euro per kWh per la pala eolica. I generatori eolici nell'arco degli ultimi 20 anni hanno però migliorato drasticamente rendimento, dimensioni e costi e continuano a farlo. Proprio in Italia è in corso d'opera un progetto radicalmente innovativo (il prototipo è ancora in fase di costruzione) che consiste proprio in una centrale eolica ad asse di rotazione verticale. Si tratta del Kite Wind generator o KiteGen). Questo elimina tutti i problemi statici e dinamici che impediscono l’aumento della potenza (cioè delle dimensioni) ottenibile dagli aerogeneratori tradizionali. Gli svantaggi di questo tipo di fonte energetica sono: impatto ambientale, la generazione eolica e' concettualmente un sistema a bassa densita' di energia (non adatta quindi alla pianura padana o zone simili), un sistema che e' concettualmente discontinuo, essendo dipendente dalla presenza (e dalla velocita') del moto dell'aria, e quindi deve essere supportato da altri sistemi indipendenti dalla reperibilita' del motore eolico, quali sistemi termoelettrici di tipo convenzionale o nucleare e la sua richiesta di impianti di trasformazione e distribuzione (con inevitabili dispersioni d'energia).

Per chiarire la mia posizione preciso che non è possibile una singola soluzione al problema energetico. Si è sempre ritenuto giusto che la rete energetica fosse modellata seguendo quello che è il funzionamento del sistema nervoso, con un controllo centralizzato delle operazioni, coordinato dal sistema nervoso centrale, che rispondono ai recettori, i nervi. Un parallelo che a mio parere è superato e totalmente inadatto come modello di sviluppo. Più idoneo come esempio sarebbe il sistema immunitario. Per diversi motivi. Tale sistema è caratterizzato da una continua evoluzione, sia durante la vita del singolo uomo ("immunizzazione" e "memoria cellulare") che in un'intera generazione. In sostanza le nostre cellule possono continuare a produrre gli anticorpi particolari anche quando l'antigene che li ha prodotti è completamente scomparso dall'organismo. Una risposta pronta a ogni disfunzione quindi, in qualsiasi momento (caratteristica assente nel sistema nervoso). Le strategie di difesa del sistema immunitario sono degne dei migliori Von Clausewitz o Sun Tzu ("La configurazione tattica eccellente, dal punto di vista strategico, consiste nell'essere privi di configurazione tattica, ossia nella condizione "senza forma". Quando si è senza forma, neanche gli agenti segreti più profondi sono in grado di spiarci, né gli uomini più intelligenti di tramare progetti").

Non mi dilungherò troppo, in sostanza è necessario rapportarsi al sistema immunitario in merito alla molteplicità delle soluzioni da riservare ai diversi problemi energetici. Ad esempio una casa può benissimo essere illuminata da un pannello solare, ma un'acciaieria necessita di unacentrale a turbina, per soddisfare i picchi di energia richiesti."

"L'uomo è l'unico animale la cui esistenza è un problema che deve risolvere", Erich Fromm

Truppe di pace? Abbiamo già dato

(fonte: Maurizo Blondet, lapadania.com -30.07.06 - link)

Il nostro governo continua a parlare dell'invio di una forza di interposizione in Libano, tra l'esercito israeliano e gli Hezbollah. Vale la pena di ricordare che ciò è già accaduto nel 1982-84 [*1]. Con questi risultati: 258 marines americani morti in due attentati, e 56 soldati francesi uccisi in un terzo. Anche nel 1982 Israele invase il Libano, dove Arafat aveva spostato il quartier generale dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) e centinaia di migliaia di profughi palestinesi, in campi di raccolta, organizzavano la "resistenza" anti-sionista L'attacco di Israele cominciò il 6 giugno 1982 con la distruzione preliminare dell'intera forza aerea della Siria. Poi, distrutto con bombardamenti il sistema ferroviario e aeroportuale del Libano, le truppe israeliane entrarono nel Paese. Allora l'operazione costò la vita di 30 mila civili libanesi [*2]. Le truppe di Sharon circondarono Beirut, ed anche allora si profilò una tragedia umanitaria: mezzo milione di cittadini di Beirut scapparono sulle colline, diventati profughi a casa loro. A quel punto, interviene la comunità internazionale e impone una tregua. Il presidente americano Ronald Reagan convince Arafat ad abbandonare il Libano per Tunisi con tutti i 14 mila membri dell'Olp; in cambio, promette di inviare 800 marines per proteggere l'evacuazione e le famiglie palestinesi che resteranno nei campi-profughi. A settembre arriva la forza multinazionale, composta da americani, francesi e italiani. I marines, quasi duemila, si sistemano in caserme provvisorie all'aeroporto di Beirut. La presenza delle truppe internazionali blocca le operazioni israeliane: Sharon è furioso. Il 18 aprile 1983 esplode un'auto-bomba davanti all'ambasciata Usa a Beirut: 17 marines muoiono. Il 23 ottobre 1983, un terrorista suicida su un camion carico di esplosivo si avventa contro le caserme dell'aeroporto: è una strage di 241 marines. Nello stesso istante, un attacco identico investe gli alloggi dei francesi: ne muoiono 56. Secondo la versione ufficiale, il primo degli attentati viene attribuito ad Hamas, e gli altri agli sciiti libanesi, i futuri Hezbollah. Ma Victor Ostrovsky [*3], un ex agente e transfuga del Mossad, ha raccontato un'altra versione dei fatti nel suo libro By way of deception, pubblicato a New York nel 1990. «Nell'estate del 1983 - scrive l'ex agente - un nostro informatore ci rivelò che gli sciiti stavano preparando un grosso camion Mercedes ricavandone spazi per contenervi una grande quantità di esplosivo, destinato evidentemente a un bersaglio grosso… Uno dei bersagli non poteva che essere l'alloggiamento dei Marines». Avvisare o no gli americani? Il capo supremo del Mossad, che si chiamava Nahum Admony, disse: «No, non siamo qui per proteggere gli americani. Sono un grande Paese. Mandategli solo l'informazione usuale». Fu fornita un'allerta generica, del tipo: “C'è ragione di credere che qualcuno prepari un attentato contro di voi”. Nei sei mesi precedenti, informative generiche di questo tipo ce n'erano state oltre cento, scrive Ostrovsky. Ovviamente, “le installazioni israeliane ricevettero i dettagli particolareggiati, con la descrizione del camion Mercedes in questione e l'avviso tenerlo d'occhio”. Il camion comparve alle 6.20 del mattino davanti alle caserme americane degli Usa. Accelerò ed esplose: morirono 241 marines, molti ancora nel sonno, la più alta perdita per il corpo, in un solo giorno, dai tempi dell'offensiva del Tet in Vietnam (13 gennaio 1962). Il Mossad, dopo, fornì alla Cia una lista di sospetti dell'attentato alquanto inutile: tredici nomi, fra cui inserirono uomini dello spionaggio siriano, di alcuni agenti dell'Iran a Damasco, e il capo sciita Mohammed Hussein Fadlallah. Già allora Israele voleva sostenere che gli sciiti libanesi erano manovrati da Teheran. Scrive Ostrovky: «Nel quartiere generale del Mossad, l'atteggiamento verso gli americani vittime dell'attentato era... beh, hanno voluto ficcare il naso in Libano, che ne paghino il prezzo». Gli americani scoprirono che gli israeliani non erano alleati fidati. Nel marzo 1984, un gruppo chiamato Jihad Islamica rapì William Buckley [*4], “capostazione” della Cia in Libano. La cattura di un uomo di quel livello era un colpo gravissimo: se forzato a dire tutto quel che sapeva, avrebbe rivelato una quantità di operazioni in corso nel mondo, mettendo a rischio la vita di centinaia di agenti. Il capo della Cia, Bill Casey, chiese l'assistenza del Mossad per recuperare il suo uomo. Admony gli rispose: «Tutte le informazioni che volete, a patto che non mettano in pericolo i nostri uomini. Ma se volete qualcosa in particolare, dovete chiederlo attraverso il nostro primo ministro». Gli americani andarono dal premier, che era allora Shimon Peres, il quale ordinò di dare tutto l'aiuto possibile. Tutto ciò che gli uomini della Cia ottennero fu un colloquio con il capo del dipartimento “Saifanim” del Mossad, specializzato nello spiare l'Olp: presto si accorsero che il solo interesse del Mossad era di convincerli che era stato l'Olp di Arafat a rapire l'agente Buckley. La Cia chiese di parlare con qualche informatore del Mossad sul terreno: ricevette un rifiuto. Buckley fu tenuto dai suoi carcerieri diciotto mesi, torturato, e infine ucciso. Amaramente, le “forze di pace” americane scoprirono di non avere alleati in Libano. Un fatto che un analista del Pentagono, tale Beter, aveva già sottolineato nel suo rapporto datato 3 novembre 1982, poco dopo l'invio della forza d'interposizione. «Faccio presente -scriveva Beter - che i marines mandati là possono diventare il bersaglio di una grossa provocazione. Il Mossad è perfettamente capace di fare in modo che dei marines vengano uccisi in qualche attentato, e addossarlo agli arabi. Ciò allo scopo di infiammare di sdegno l'opinione pubblica americana e trascinarci in guerra». Seguiva un elenco delle numerose operazioni “false flag” di cui il Mossad era sospettato da anni: nel gergo delle spie, si chiamano così gli attentati che commette una parte, seminando prove false per addossarli alla parte avversa. Il “false flag” è una specialità israeliana. Anche nei giorni scorsi, dopo aver bombardato la stazione dell'Onu uccidendo quattro caschi blu, Israele ha cercato di addossarne la reponsabilità agli Hezbollah: solo la franca reazione di Kofi Annan ha sventato il tentativo. Ronald Reagan, saggiamente, ritirò i marines il 26 febbraio 1984. Subito dopo, le milizie maronite agli ordini di Sharon compirono il massacro di Sabra e Chatila [*5], sterminando i profughi dell'Olp che i marines avevano promesso di proteggere. Questa è la storia della “interposizione” in Libano da parte delle “forze multinazionali”. È meglio che D'Alema, Parisi e Prodi la imparino a memoria, prima di mandare i nostri soldati in quell'ambiguo carnaio.


"L'egoismo è sempre stato la peste della società e quanto è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società.", Giacomo Leopardi

14 agosto 2006

Un avvertimento all'Africa

(fonte: John Bellamy Foster, link all'articolo)

L’imperialismo è una costante del capitalismo, ma attraversa diverse fasi a seconda dell’evoluzione del sistema. Al momento il mondo sta attraversando una nuova era dell’imperialismo caratterizzata dalla imponente strategia di dominazione globale attuata dagli Stati Uniti. Un segno di come le cose siano cambiate è che le forze armate statunitensi operano a livello globale, con basi permanenti in ogni continente inclusa l’Africa, dove si sta svolgendo una nuova contesa per il controllo basata sul petrolio. Nel decennio successivo al collasso dell’Unione Sovietica, si condannava spesso l’assenza di una strategia paragonabile a ciò che George Kennan etichettava come “politica di contenimento”, sotto la cui copertura gli Stati Uniti intervennero durante gli anni della Guerra Fredda. Il nocciolo della questione, così come fu posto nel novembre 2000 dall’analista della sicurezza nazionale Richard Haass, fu quella di determinare in che modo gli Stati Uniti dovessero utilizzare il loro “surplus” di potere per ridisegnare il mondo. La risposta di Haass, che lo fece assumere a direttore della pianificazione politica per il dipartimento di stato di Colin Powell nella nuova amministrazione Bush, fu quella di promuovere la strategia di una “America Imperiale”, finalizzata a garantire il predominio globale degli Stati Uniti per i decenni a venire. Solo alcuni mesi prima, in una relazione scritta dai futuri esponenti di spicco dell’amministrazione Bush, tra i quali Donald Rumsfeld, Paul Wolfwitz e Lewis Libby, una strategia simile, seppur di tipo più apertamente militaristico, era stata presentata dal Progetto per il Nuovo Secolo Americano. In seguito agli attacchi dell’11 settembre, questa nuova grande strategia imperiale si concretizzò nelle invasioni degli stati Uniti in Afghanistan e in Iraq, e fu presto inserita ufficialmente nella Dichiarazione di Strategia di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, scritta nel 2002. Riassumendo la nuova strategia imperiale, Stephen Peter Rosen, direttore dell’Olin Institute for Strategic Studies di Harvard e membro fondatore del Progetto per il Nuovo Secolo Americano, scrisse nell’ Harvard Magazine:

“Un’unità politica che ha una superiorità militare schiacciante e usa quel potere per influenzare il comportamento interno di altri stati è definito un impero. Dal momento che gli Stati Uniti non cercano di controllare il territorio o governare i popoli d’oltremare, noi [americani] siamo un impero, indiretto a dire il vero, ma pur sempre un impero. Se è così, allora il nostro obiettivo non è combattere un rivale ma mantenere la nostra posizione e un ordine imperiale. Organizzare guerre imperiali è diverso dal progettare guerre internazionali convenzionali…le guerre imperiali per riportare l’ordine non sono così innaturali. Bisogna usare più velocemente possibile tutte le forze a disposizione per l’impatto psicologico, a dimostrazione del fatto che l’impero non può essere sfidato rimanendo impuniti… La strategia imperiale mira a prevenire l’insorgere di minacce potenti e ostili all’impero: con la guerra se necessario, ma preferibilmente con l’assimilazione all’impero".

In un commento del 2002 sulla politica estera, John Lewis Gaddis, professore di storia militare e navale a Yale, dichiarò che lo scopo dell’imminente guerra in Iraq era quello di riproporre la battaglia di Agincourt negli argini dell’Eufrate, quale dimostrazione di un potere così grande che, come nella famosa vittoria di Enrico V in Francia nel 15° secolo, avrebbe cambiato l’organizzazione geopolitica per i decenni a venire. Secondo Gaddis, la posta in gioco era la gestione del sistema internazionale da parte di una singola “egemonia”, che gli stati Uniti potevano assicurarsi attraverso azioni preventive, attuando quindi nient’altro che una nuova e grande “strategia di trasformazione!. Sin dai tempi di Clausewitz in ambito militare si elaboravano tattiche come “l’arte di usare le truppe in battaglia” o “l’arte di usare le battaglie per vincere la guerra”. Al contrario, l’idea di una grande strategia, come normalmente promossa dagli strateghi e dagli storici militari quali Edward Meade Earle e B.H. Liddell Hart, si rifà all’integrazione fra il potenziale bellico di uno stato e i suoi più ampi scopi politico-economici. Come osservò lo storico Paul Kennedy in “Strategie Grandiose in Guerra e Pace” (1991): “una vera grande strategia è preoccupata della pace così come (e forse di più) della guerra…dell’evoluzione o dell’integrazione delle politiche che dovrebbero operare per decenni, o persino per secoli”.

Le strategie grandiose hanno un orientamento geopolitico, in quanto sono finalizzate al dominio di intere regioni geografiche incluse le loro risorse quali possono essere minerali, corsi d’acqua navigabili, vantaggi economici, popolazioni e posizioni militari strategiche. Le strategie grandiose che hanno avuto più successo in passato sono quelle di imperi, che sono stati in grado di mantenere il loro potere su enormi distese geografiche per periodi di tempo molto lunghi. Pertanto, gli storici si concentrano di solito sull’impero Britannico del 19° secolo (Pax Britannica) e anche sull’antico Impero Romano (Pax Romana). Oggi per gli Stati Uniti non c’è più in gioco solo il controllo di una semplice parte del mondo ma una vera e globale Pax Americana. Nonostante alcuni osservatori abbiano visto l’ultima ambizione imperiale degli Stati Uniti come l’opera di un piccolo gruppo di neo-conservatori all’interno dell’amministrazione Bush, la realtà è quella di una larga concorrenza interna alla struttura del potere statunitense, che rende necessaria l’espansione dell’impero Americano. Di recente è uscita una raccolta di commenti che include contributi di critici dell’amministrazione, si intitola “L’Obbligo dell’Impero: la Grande strategia degli Stati Uniti per un Nuovo Secolo”.

Ivo H. Daadler (membro del Brookings Institution e già consigliere di politica estera per Howard Dean) e James M. Lindsay (nuovo presidente del Consiglio per le Relazioni con l’Estero, e precedente membro Consiglio di Sicurezza Nazionale di Clinton) nel loro libro “America Unbound” sostennero che gli Stati Uniti hanno avuto per lungo tempo un “Impero Segreto” mascherato da multilateralismo. La politica unilaterale di Bush basata sulla creazione di un “impero fondato solo sul potere americano” ha cambiato le cose al punto che ha svelato il carattere nascosto dell’impero e ha ridotto la sua forza globale dipendendo meno dagli stati vassalli. Secondo Daadler e Lindsay, gli Stati Uniti sono ora sotto il controllo di pensatori “egemoni” che vogliono assicurarsi che l’America domini il mondo intero, sia per il suo interesse nazionale sia per ridisegnare il mondo in accordo con “l’imperialismo democratico”. Tuttavia, mettono in luce che questa posizione così aggressiva non è del tutto nuova alla politica americana. Una spinta imperiale unilaterale era presente già al tempo di Theodore Roosvelt, e dall’inizio dell’era della Guerra Fredda nelle amministrazioni Truman e Eisenhower. Inoltre, Daadler e Lindsay dimostrano che è possibile cooperare con le altre grandi potenze che stanno cadendo nell’ombra degli Stati Uniti come approccio superiore al come guidare un impero. Un imperialismo cooperativo di questo genere diventa più difficile da realizzare una volta che il potere dell’egemonia comincia a svanire. Gli Stati Uniti, infatti, non stanno soffrendo solo l’incremento della competizione economica, ma con il crollo dell’Unione Sovietica, si è indebolita anche l’alleanza della NATO: i subalterni europei di Washington non seguono sempre la sua guida, anche se non sono capaci di contrastarla apertamente. La tentazione di un potere economico che si affievolisce pur essendo ancora armato e pericoloso è quella di tentare di ricostruire e persino espandere il proprio potere attraverso azioni militari. La guerra per il capitalismo del nuovo secolo americano è un sistema, mondiale per la portata economica, ma politicamente diviso in stati rivali che da un punto di vista economico si sviluppano a velocità diverse. La contraddizione di uno sviluppo capitalista irregolare/discontinuo fu esposta da Lenin nel 1916 in “Imperialismo, il livello più alto di Capitalismo”:

Sotto il Capitalismo non c’è nessun altro metodo concepibile per la divisione in sfere d’influenza, di interesse, di colonie ecc… se non un calcolo della forza di coloro che prendono parte alla divisione, della loro forza economica, finanziaria, militare… E la forza di chi partecipa alla divisione non diventerà mai equa, perché sotto il capitalismo lo sviluppo di differenti imprese, società di investimento, rami d’azienda o nazioni non può essere uguale. Mezzo secolo fa, la Germania era una nazione miserabile e insignificante dal punto di vista capitalistico, se paragonata alla forza dell’Inghilterra nello stesso periodo. Il Giappone era ugualmente insignificante rispetto alla Russia. È concepibile che in 10 o 20 anni la forza delle potenze imperiali sarà rimasta invariata? Assolutamente inconcepibile”.

È oramai risaputo che il mondo sta vivendo una trasformazione economica. Il tasso di crescita dell’economia mondiale non è il solo che stia andando a rilento, ma la relativa forza economica degli USA sta continuando ad indebolirsi. Nel 1950, gli Stati Uniti rappresentavano metà del prodotto interno lordo mondiale, scendendo a poco più di 1/5 nel 2003. Allo stesso modo, nel 1960, rappresentavano circa metà del capitale mondiale per gli investimenti all’estero, paragonato a poco più del 20% all’inizio di questo secolo. Secondo le proiezioni di Goldman Sachs, la Cina entro il 2039 potrebbe sorpassare gli Stati Uniti come più grande potenza economica mondiale. Questa crescente minaccia al potere degli Stati Uniti sta alimentando l’ossessione di Washington di porre le fondamenta per un Nuovo Secolo Americano. L’attuale interventismo mira ad approfittare del suo momentaneo primato economico e militare per assicurarsi vantaggi strategici che porteranno garanzie di supremazia globale a lungo termine. L’obiettivo è di estendere il potere statunitense privando i potenziali rivali di quei vantaggi strategici vitali che potrebbero permettere loro di sfidare gli Stati Uniti a livello globale o persino all’interno di particolari regioni. La Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti del 2002 dichiarava che “le nostre forze saranno abbastanza forti da dissuadere i potenziali avversari dal perseguire un’intensificazione militare nella speranza di superare, o eguagliare, il potere degli Stati Uniti”. Ma la grande strategia va al di là del semplice potere militare. I vantaggi economici di fronte ai potenziali rivali sono la vera ragione della competizione capitalista. Perciò, la grande strategia degli Stati Uniti integra il potere militare con la lotta per controllare il capitale, il commercio, il valore del dollaro e i materiali grezzi. Forse la più chiara delle disposizioni strategiche degli Stati Uniti è stata fornita in “A Grand Strategy for America” [“Una Straordinaria Strategia per l’America”] da Robert J. Art, professore di Affari Interni a Brandeis e ricercatore associato dell’Olin Istitute: “una grande strategia” scrive “ dice ai leaders di una nazione a quali obiettivi dovrebbero mirare e come possono sfruttare al meglio il potere della loro nazione per ottenere questi obiettivi”. Concettualizzando questa grande strategia degli Stati Uniti, Art presenta 6 interessi nazionali in ordine di importanza:

1) Prevenire ogni attacco in territorio americano;
2) Prevenire la guerra fra grandi potenze eurasiatiche e, se possibile, le forti competizioni che le rendono probabili;
3) Preservare l’accesso alle forniture di petrolio a prezzi ragionevoli e sicuri;
4) Preservare un ordine economico internazionale aperto;
5) Incoraggiare la diffusione della democrazia e il rispetto dei diritti umani all’estero, e prevenire genocidi o uccisioni di massa nelle guerre civili;
6) Proteggere l’ambiente soprattutto dagli effetti avversi di riscaldamento globale e dai violenti cambiamenti climatici.

Dopo la vera e propria difesa nazionale, ovvero la difesa della “patria” contro gli attacchi esterni, le successive tre priorità strategiche sono le seguenti: 1- il tradizionale obiettivo geopolitico di egemonia nel cuore del continente Euroasiatico visto come chiave per il potere sul mondo intero; 2- assicurare il controllo sulle forniture mondiali di petrolio; 3- promuovere rapporti economici di capitalismo mondiale. Per far collimare questi obiettivi, secondo Art gli Stati Uniti dovrebbero mantenere le loro forze in campo in Europa e nell’Asia dell’est (le due potenti regioni che delimitano l’Eurasia) e nel Golfo persico (che contiene il grosso delle riserve mondiali di petrolio). “L’Eurasia è la patria della maggior parte delle popolazioni del mondo, della maggior parte delle riserve di petrolio accertate e della maggior parte delle forze militari statunitensi così come di una larga fetta della loro crescita economica”. Pertanto, è cruciale che la grande strategia imperiale degli Stati Uniti sia finalizzata al rafforzamento dell’egemonia in questa regione, a cominciare dalle regioni dell’Asia centro-meridionali, fondamentali per il petrolio.

Con le guerre in corso e l’occupazione dell’Afghanistan e dell’Iraq ancora insolute, Washington sta predisponendo la minaccia dei suoi attacchi preventivi sul più potente vicino di questi stati, l’Iran. La giustificazione fornita per questo attacco è il programma iraniano di arricchimento dell’uranio, che potrebbe eventualmente permettere allo stato di sviluppare la capacità di costruire armi nucleari. Come era già successo per l’Iraq, l’Iran è una delle potenze dominanti per il petrolio, con i più grandi giacimenti accertati secondo solo all’Arabia Saudita e davanti all’Iraq. Pertanto, controllare l’Iran è cruciale per gli obiettivi di Washington di dominare il Golfo Persico e il petrolio ivi contenuto. L’importanza geopolitica dell’Iran non è legata solo al Medioriente ma, come anche nel caso dell’Afghanistan, è la ricompensa del nuovo Grande Gioco per il controllo di tutta l’Asia centro-meridionale, incluso il bacino del Mar Caspio con le sue enormi riserve di combustibile fossile. Gi strateghi statunitensi sono ossessionati dalla paura che l’Asia crei una rete di sicurezza energetica, nella quale Russia, Cina, Iran e le regioni centrali dell’Asia (incluso il Giappone) si potrebbero unire economicamente per stipulare un accordo energetico, in maniera tale da spezzare il controllo asfissiante statunitense e occidentale sul mercato mondiale di gas e petrolio, e creare così le basi per uno spostamento del controllo mondiale verso Est. Ad oggi la Cina, la nazione con la più rapida crescita economica, non dispone di sicurezza energetica, nonostante la sua richiesta di combustibile fossile sia in rapida crescita. In parte si sta cercando di risolvere questo problema attraverso un più ampio accesso alle risorse energetiche dell’Iran e degli stati dell’Asia centrale (link). Il tentativo degli Stati Uniti di stabilire un’alleanza più forte con l’India, caldeggiata da Washington col sostegno dell’India come potenza nucleare, fanno chiaramente parte di questo nuovo Grande Gioco per il controllo dell’Asia centro-meridionale, che ricorda quello del 19° secolo tra Inghilterra e Russia per il controllo di questa parte dell’Asia.

Se da un lato un nuovo grande gioco sta per essere messo in atto in Asia, allo stesso tempo c’è anche una Nuova Scalata all’Africa da parte delle grandi potenze. La strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti del 2002 dichiarava che “per combattere la guerra globale al terrorismo” e assicurare la sicurezza energetica statunitense si richiedeva che le Nazioni Unite aumentassero i loro impegni per l’Africa e chiamassero in azione “coalizioni di volonterosi” per creare organizzazioni di sicurezza regionale nel continente. Subito dopo, il Comando Europeo degli Stati Uniti, incaricato delle operazioni militari USA nell’Africa sub-sahariana, incrementò le attività nell’Africa occidentale, incentrandole su quegli stati intorno al Golfo di Guinea che hanno una sostanziale produzione di petrolio e risorse consistenti (che si estende dalla Costa D’Avorio all’Angola). Se nel 2003 c’era un totale disinteresse per l’Africa, il Comando Europeo dell’Esercito statunitense dedica ora il 70% del suo tempo agli affari in Africa.

Nella sua introduzione al rapporto per il consiglio del 2005 dal titolo “Più che Umanitarismo: un Approccio strategico degli Stati Uniti verso l’Africa”, Richard Haas, ora presidente del Consiglio per le Relazioni con l’Estero, sottolinea che “entro la fine del decennio l’Africa sub-sahariana probabilmente diventerà una fonte di importazione energetica per gli Stati Uniti importante come lo è ora il Medio Oriente. L’Africa occidentale ha qualcosa come 60 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate. Il suo petrolio è il greggio leggero a basso contenuto di zolfo, che viene apprezzato dall’economia statunitense. Le agenzie americane e gli istituti di ricerca calcolano che 1 su 5 barili di petrolio che entreranno nell’economia mondiale nell’ultima parte di questo decennio arriverà dal Golfo di Guinea, e questo alzerà il tasso di importazione petrolifera statunitense dal 15 a più del 20% entro il 2010 e al 25% entro il 2015. La Nigeria fornisce già agli stati Uniti il 10% della loro importazione petrolifera; dall’Angola proviene il 4% dell’importazione, che potrebbe raddoppiare entro il 2010. le scoperte di nuove riserve e l’espansione della produzione petrolifera stanno trasformando altri stati della nazione in principali esportatori di petrolio, incluse la Guinea Equatoriale, Sao Tomè e Principe, il Gabon, il Camerun e il Chad. Si prevede che persino la Mauritania emergerà come esportatore di petrolio entro il 2007. Il Sudan, che confina con il Mar Rosso a est e con il Chad a ovest, è un importante produttore di petrolio. Al momento, la principale base militare permanente degli Stati Uniti in Africa è quella fondata nel 2002 a Djibuti, nel Corno d’Africa, che conferisce agli USA il controllo strategico della zona marittima attraverso la quale passa un quarto della produzione mondiale di petrolio. La base di Djibuti è anche situata in prossimità dell’oleodotto del Sudan (l’esercito francese è stato presente a Djibuti per molto tempo e ha anche una base aerea a Abeche, nel Chad, al confine col Sudan). La base di Djibuti permette agli Stati Uniti di dominare l’estremità est di questa vasta striscia di petrolio che attraversa l’Africa, ed è considerato una base centrale per gli interessi strategici degli USA. Una vasta striscia si espande verso sud-ovest dall’oleodotto di Hugleig Port nel Sudan, lungo 994 miglia, fino alla conduttura lunga 640 miglia fra il Chad, il Cameroon e il Golfo di Guinea a ovest. Un’altra posizione strategica statunitense sarà quella in Uganda che consentirà all’America di dominare il sud del Sudan, dove si può trovare la maggior parte del petrolio di quella regione".

[Il petrolio in Africa: maggiori giacimenti (simbolo del pozzo petrolifero), investimenti di Cina, India, Iran, Brasile (bandiere) e USA (dollaro), attività militari o di intelligence di Francia o Regno Unito (bandiere), attività della NATO o della CIA (fucili incrociati), attività di al-Qaeda (AQ). Gli stati in rosso sono quelli in cui è in corso una guerra civile. Dal sito www.fromthewilderness.com]

Nell’Africa occidentale, il Comando Europeo dell’Esercito Statunitense ha creato postazioni che in futuro opereranno in Senegal, a Mali, nel Ghana e nel Gabon, così come in Namibia, al confine sud con l’Angola, ed espanderà il potenziamento delle basi aeree, predisponendo il posizionamento di forniture critiche di combustibile e un accordo di passaggio per lo spiegamento delle truppe americane. Nel 2003 gli Stati Uniti lanciarono un programma di antiterrorismo nell’Africa occidentale e nel marzo 2004 le forze speciali americane furono direttamente coinvolte in un’esercitazione militare con le nazioni dello Shael contro il “gruppo Salafita per la preghiera e il combattimento”, inserito nella lista di organizzazioni terroristiche di Washington. Il Comando Europeo Statunitense sta sviluppando un sistema di sicurezza lungo le coste del Golfo di Guinea chiamato appunto Guardia del Golfo di Guinea. Si sta anche pianificando la costruzione di una base navale a Sao Tomè e Principe, che potrebbe fare concorrenza alla base navale di San Diego Garcia nell’Oceano Indiano. Il Pentagono si sta perciò muovendo in maniera aggressiva per consolidare la presenza militare nel Golfo di Guinea che potrebbe consentire il controllo della parte occidentale della vasta striscia di petrolio che attraversa l’Africa e delle riserve di petrolio che si stanno scoprendo. L’operazione Flintock, una iniziale esercitazione militare nell’Africa occidentale nel 2005 incorporò 1000 forze speciali americane. Questa estate il comando europeo statunitense condurrà un’esercitazione per la sua nuova forza di reazione rapida per il Golfo di Guinea.

In questa zona è forte il richiamo del commercio: le maggiori aziende petrolifere statunitensi occidentali si contendono il petrolio dell’Africa occidentale ed esigono sicurezza. Il comando militare europeo degli stati Uniti, come riportato nel Wall Street Journal del 25 aprile, sta lavorando anche con la Camera di Commercio statunitense per ingrandire il ruolo delle aziende USA in Africa come parte di una “reazione statunitense integrata”. In questa scalata alle risorse petrolifere Africane, le antiche colonie imperiali, Inghilterra e Francia, sono in competizione con gli Stati Uniti. Da un punto di vista militare, comunque, stanno lavorando a stretto contatto con il Pentagono per assicurare un controllo imperiale occidentale sulla regione.

L’insediamento dell’esercito statunitense in Africa è spesso giustificato come necessario sia per combattere il terrorismo sia per contrastare la crescente instabilità nelle regioni petrolifere dell’Africa sub-sahariana. Dal 2003, il Sudan è stato lacerato dai conflitti etnici focalizzati nella regione sud-occidentale del Darfur (dove è situata la maggior quantità di petrolio della regione), che hanno portato innumerevoli violazioni di diritti umani e uccisioni di massa da parte delle milizie legate al governo contro la popolazione della regione. Tentativi di colpi di stato si sono verificati di recente nelle nuove regioni di San Tomè e Principe (nel 2003) e nella Guinea Equatoriale (2004). Anche il Chad, devastato da un regime brutalmente oppressivo protetto da un apparato di sicurezza e intelligence appoggiato dagli Stati Uniti, ha sperimentato un colpo di stato nel 2004. Un colpo di stato riuscito si è invece avuto in Mauritania nel 2005 contro l’uomo forte appoggiato dagli Stati Uniti, Ely Ould Mohamend Roya. La guerra civile dell’Angola, durata 30 anni, fu istigata e nutrita dagli Stati Uniti che, insieme al Sud-Africa organizzarono un esercito terroristico sotto l’organizzazione “UNITA” di Gones Sawimbi, durata fino al cessate il fuoco conseguente alla morte di Sawimbi avvenuta nel 2002. In Nigeria, stato egemone della regione, dilagano corruzione, rivolte e furti organizzati di petrolio. Le preoccupazioni centrali degli Stati Uniti sono l’aumento dell’insurrezione armata nel delta del Nilo e il potenziale conflitto fra il nord della regione islamico e il sud non-islamico. Quindi, questi “Interventi Umanitari” in Africa continuano ad essere giustificati. Nella relazione del Consiglio per gli affari Esteri viene scritto che “gli Stati Uniti e i suoi alleati devono essere pronti a intraprendere azioni appropriate nel Darfur, incluse sanzioni e, se necessario, interventi militari se al consiglio di Sicurezza viene impedito di farlo”.

Allo stesso tempo, l’ipotesi che l’esercito statunitense potrebbe intervenire in Nigeria è stata ampiamente ventilata fra gli esperti e nei circoli politici. Jeffrey Taylor, corrispondente dell’Atlantic Monthly, scrisse nell’aprile 2006 che la Nigeria “è diventata il più grande stato fallito sulla terra”, e che “un’ulteriore destabilizzazione dello stato, o una sua sopraffazione da parte delle forze islamiche, metterebbe in pericolo le abbondanti riserve di petrolio che l’America ha giurato di proteggere. Se quel giorno dovesse arrivare, questo potrebbe annunciare un intervento militare molto più ingente rispetto alla campagna irachena”. Gli strateghi statunitensi hanno ben chiaro che i veri obiettivi non sono gli stati africani in sé e il benessere delle loro popolazioni, ma il petrolio e la crescente presenza cinese in Africa.



Così come messo in luce dal Wall Street Journal in "Africa Emerges as a Strategic Battlefield," [“L’Africa Emerge come un Campo di Battaglia Strategico”n.d.t.], la Cina opera in Africa in prima linea nel tentativo di conquistare una maggiore influenza a livello globale; ha infatti triplicato il commercio con il continente nell’arco degli ultimi 5 anni , ha chiuso i rapporti commerciali con i regimi come il Sudan e sta educando la futura élite africana nelle università cinesi e nelle scuole militari. In “più che Umanitarismo”, allo stesso modo il Consiglio per le relazioni con l’Estero dipinge la minaccia principale come proveniente dalla Cina: la Cina ha alterato il contesto strategico in Africa. Oggi, in tutta l’Africa, la Cina sta conquistando il controllo di risorse naturali, rilanciando gli imprenditori occidentali su importanti progetti di infrastrutture, e concedendo comodi prestiti e altri incentivi per sostenere il suo vantaggio competitivo. La Cina importa più di un quarto del suo petrolio dall’Africa, principalmente dall’Angola, dal Sudan e dal Congo. E’ il più grande investitore estero in Sudan. Ha portato sussidi alla Nigeria per aumentare la sua influenza e sta vendendo aerei da combattimento proprio lì. La cosa più preoccupante dal punto di vista della grande strategia degli stati Uniti è il prestito di 2 miliardi di dollari a basso interesse concesso nel 2004 dalla Cina all’Angola, che ha permesso a quest’ultima di resistere alle richieste del Fondo Monetario Internazionale per ridisegnare la sua economia e la società su linee neoliberiste. Per il Consiglio per le Relazioni Estere, tutto questo si risolve in nient’altro che una minaccia per il controllo imperiale dell’Africa da parte dell’occidente.

Dato il ruolo della Cina, la relazione del consiglio dice che “l’Europa e gli Stati Uniti non possono considerare l’Africa come il loro territorio di caccia privato, come una volta fecero i francesi con l’Africa francofona. Le leggi stanno cambiando, in quanto la Cina non cerca solo di guadagnarsi l’accesso alle risorse, ma anche di controllarne la produzione e la distribuzione, forse posizionandosi come principali fruitori qualora le risorse dovessero ridursi”. Il rapporto del Consiglio sull’Africa è così preoccupato di combattere la Cina attraverso un’espansione delle operazioni militari statunitensi, che nientemeno che Chester Crocker, ex assistente segretario di stato per gli Affari Africani nell’amministrazione Reagan, lo accusa di “nostalgia per un’epoca in cui gli Stati Uniti e l’Occidente erano l’unica grande influenza e potevano perseguire… i loro obiettivi in piena libertà”. Di certo, l’impero statunitense si sta espandendo per inglobare parti dell’Africa nella spietata ricerca di petrolio. I risultati potrebbero essere devastanti per le popolazioni africane. Come l’antica corsa all’Africa, quest’ultima è una lotta tra grandi potenze per le risorse e per il bottino, non per lo sviluppo dell’Africa o per il benessere delle sue popolazioni. Nonostante il contesto strategico si stia evolvendo rapidamente e l’imperialismo negli ultimi anni sia più libero, c’è una coerenza nella grande strategia imperiale degli USA che deriva dal largo accordo ai vertici della struttura americana, sulla convinzione che gli Stati Uniti dovrebbero cercare una “supremazia globale”, come espose Zbigniw Bzenzinski, consigliere per la sicurezza nazionale dell’ex presidente Jimmy Carter.

La relazione “Più che Umanitarismo” del 2006 del Consiglio per le Relazioni con l’Estero che supporta l’espansione della grande strategia americana in Africa, fu condivisa da Anthony Lake, consigliere di Clinton per la Sicurezza Nazionale dal 1993 al 1997 e da Christine Todd Whitman, precedentemente capo dell’Ente per la Protezione ambientale sotto Bush. Come consigliere di Clinton per la sicurezza nazionale, Lake ebbe un ruolo principale nella definizione della grande strategia degli Stati Uniti nel corso dell’amministrazione Clinton. In un discorso intitolato “Dal Contenimento all’Espansione” rilasciato alla School of Advanced International Studies, alla John Hopkins University il 21 dicembre 2003, Lake dichiarò che con il collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti erano “la potenza mondiale dominante…abbiamo l’esercito più potente del mondo, la più grande economia e la società più dinamica e multietnica…abbiamo tenuto a bada la minaccia globale alle democrazie di mercato; adesso dobbiamo cercare di espanderci, loro di raggiungerci. Dopo una dottrina di contenimento deve essere attuata una strategia di espansione”. In poche parole, ciò significava un’espansione della sfera del capitalismo mondiale sotto l’egida dell’esercito americano. I nemici principali di questo nuovo ordine mondiale definiti da Lake “backlash states” [letteralmente “stati che oppongono una reazione negativa”], erano soprattutto Iran e Iraq. L’insistenza di Lake, all’inizio dell’amministrazione Clinton, per una grande strategia di espansione per gli USA sta per essere realizzata oggi nell’espansione del ruolo militare non solo in Asia centrale e nel Medioriente, ma anche in Africa.

La grande strategia imperiale degli USA è più il risultato inevitabile della posizione di potere nella quale si trovò il capitalismo statunitense all’inizio del 21° secolo, piuttosto che un prodotto delle politiche generate a Washington dalle varie fazioni della classe dirigente. La forza economica degli Stati Uniti (insieme a quella dei suoi più stretti alleati) sta declinando in maniera del tutto regolare. Le grandi potenze non sembrano voler mantenere gli stessi rapporti economici reciproci rispetto a 2 decenni fa. Allo stesso tempo, la potenza militare mondiale degli Stati Uniti è relativamente aumentata con il crollo dell’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti ora riportano circa la metà della spesa militare a livello mondiale, ovvero due volte o più la sua parte nella produzione mondiale.

L’obiettivo della nuova grande strategia imperiale degli Stati Uniti è usare questa forza militare senza precedenti per inglobare le forze che stanno emergendo e creare una sfera di dominazione così vasta da inglobare ogni continente, in maniera tale che nessun rivale potenziale sarà in grado di sfidare fino in fondo gli Stati Uniti per interi decenni. Questa è una guerra contro le popolazioni della periferia del capitalismo mondiale e per l’espansione dello stesso capitalismo, in particolare quello statunitense. Ma è anche una guerra per assicurare un “Nuovo Secolo Americano” in cui le nazioni del terzo mondo sono viste come “patrimoni strategici” all’interno di una più grande battaglia geopolitica.

La lezione della storia è chiara: i tentativi di conquistare il dominio del mondo intero attraverso mezzi militari, anche se inevitabile sotto il capitalismo, sono destinati a fallire e possono solo portare a nuove e più grandi guerre. È responsabilità di coloro che si impegnano per la pace nel mondo resistere alla nuova grande strategia imperiale degli Stati Uniti chiamando in causa l’imperialismo e le sue radici economiche: lo stesso capitalismo.


"Che altri popoli vivano nel benessere o che crepino di fame mi interessa solo nella misura in cui abbiamo bisogno di loro come schiavi al servizio della nostra cultura.", Heinrich Himmler - ufficiale delle SS naziste

13 agosto 2006

Terroristi al biberon

Pubblico questo articolo di Maurizio Blondet (fonte: www.effedieffe.com), che si integra con quello che ho scritto ieri.

L'attentato sventato (sventatissimo) di Londra era una «october surprise» anticipata per necessità? E' quel che ha detto Nasrallah, il capo di Hezbollah, ad Al Jazeera. Vale la pena di seguire il suo ragionamento, se non altro per vedere che si tratta di un tizio ben informato della situazione USA. Secondo Nasrallah, dunque, l'attacco israeliano al Libano meridionale era programmato dalla Casa Bianca per settembre-ottobre, in tempo per ottenere una «vittoria» da presentare alle elezioni di novembre in USA. Ma la cattura dei soldati israeliani da parte di Hezbollah ha indotto Israele, con un colpo di testa, ad anticipare l'offensiva. L'attentato di Londra doveva essere la fase due della «october surprise». Anticipata, perché era stata anticipata la fase 1. Lo scopo ovviamente è di convincere gli americani di votare i candidati del «partito della guerra» bipartisan, di cui gli elettori ne hanno ormai abbastanza. La sonora bocciatura di Lieberman, il super-falco «democratico» (e super-giudeo) deve aver fatto suonare un campanello d'allarme nei due partiti. Se gli americani vengono convinti che il pericolo si annida dovunque attorno a loro - anche nel biberon - rivoteranno i falchi, che promettono «sicurezza d'acciaio». Gli americani vivono di paure, e perciò sono infinitamente passivi. Ha ragione Alex Jones: l'allarme è stato anche una prova generale per vedere fino a che punto si possono ridurre gli occidentali allo stato di gregge servile. Quando ci chiederanno di camminare a quattro zampe «per la nostra sicurezza», eseguiremo obbedienti.
Specie se le paure vengono coralmente agitate dalle TV, che infatti sono tutte impegnatissime a frullare il nulla londinese fino al parossismo. Tanto più che l'aggressione di Israele sta andando male (quasi 50 soldati morti, il 10% % dei 500 che Tsahal giudica «sopportabili» dalla sua opinione pubblica, e dunque spendibili), e quindi l'igiene consiglia di sviare l'attenzione del pubblico dalle barelle di giudei feriti dagli RPG, e dalle devastazioni del Libano, nonché dalle atrocità relative. Anche l'occupazione dell'Iraq è un disastro bisognoso di distrazione. E la situazione in Afghanistan, dove i Talebani colpiscono ogni giorno, non è certo migliore. Ci voleva un bell'allarmismo da prima pagina. Le notizie da Londra parlano di un «agente britannico infiltrato» nel gruppo dei cosiddetti terroristi da diversi mesi. La notizia poi è stata alquanto modificata: forse non era un infiltrato ma un terrorista intercettato a sua insaputa… correzione opportuna. Gli agenti infiltrati nei gruppi terroristici, ricorda Nasrallah, in genere non s'infiltrano per sventare attentati, ma per suggerirli. L'infiltrato coincide con la storica figura dell'«agente provocatore», e istigatore di delitti per poterli poi sventare e farsene un merito con avanzamento di carriera (rileggetevi il romanzo veridico di Joseph Conrad, «L'Agente segreto»). A questo proposito, Nasrallah ricorda che un paio di mesi fa sei giovani negri americani sono stati arrestati in Florida accusati di voler far saltare la Sears Tower di Chicago: sotto influenza, si è poi scoperto, di un agente FBI che aveva contattato i giovani fingendosi uno membro di Al Qaeda. Non è difficile trovare in Inghilterra adolescenti islamici pronti a cadere nella trappola di agenti provocatori; in Italia, abbiamo constatato da giornalisti che giovani «neri» sono caduti nella stessa trappola, ricevendo bombe ed armi da funzionari del governo interessato a fare «strategia della tensione» (governo DC, per la precisione).
La strage di Brescia parve proprio un'operazione del genere. Due giornalisti coraggiosi, Lega e Santerini, ci scrissero un libro («Strage a Brescia, potere a Roma») che accusava apertamente il ministro dell'Interno di allora, Taviani. Che non querelò. Solo, qualcuno comprò l'intera tiratura. Alquanto sospetta, per Nasrallah, la storia dei finanziamenti degli sventati terroristi di Londra. Viaggi di due di loro in Pakistan per soldi. Trasferimenti di denaro dal Pakistan. Il tutto per comprare biglietti aerei che, sulla tratta Londra-New York, costano meno di 200 dollari. Ma un'agenzia ci soccorre: «La Banca d'Inghilterra ha annunciato oggi il congelamento dei conti bancari di 19 dei 24 arrestati sospettati di coinvolgimento in un complotto per far esplodere aerei di linea tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti». «La Banca d'Inghilterra - afferma l'Istituto in un comunicato - ha ordinato oggi che tutti i fondi appartenenti a questi individui o tenuti a loro nome (...) devono essere congelati». Inoltre, «le istituzioni finanziarie e altre persone dovranno controllare se detengono conti o fondi, beni finanziari, risorse economiche o utili a nome degli individui le cui generalità sono allegate, e all'occorrenza dovranno congelare i conti bancari o altri fondi e riferire queste informazioni alla Banca d'Inghilterra». «Questi i nomi dei sospetti: Ahmed Abdula Ali, Cossor Ali, Khuram Shazad Ali, Nabeel Hussain, Tanvir Hussain, Umair Hussain, Umar Islam, Wassem Kayani, Abdullah Assan Khan, Arafat Waheed Khan, Adam Osman Khatib, Muneem Abdul Patel, Tayib Rauf, Usman Muhammed Saddique, Assad Sarwar, Ibrahim Savant, Asmin Amin Tariq, Mohammed Shamin Uddin, Waheed Zaman»; ma sono nomi comunissimi. Centinaia di migliaia di persone li portano. Bloccano i conti di tutti i Waheed Khan e gli Amin Tariq che ci sono in Pakistan? E poi, questa storia dei conti congelati è di per sé ridicola.
E' una misura che si adotta, che so, per bloccare conti miliardari, come quelli di dittatori africani, Bokassa o Mobutu. Ma quanto avevano questi giovanotti sul conto corrente? Un milione di sterline? Come britannici medi, sarebbe sorprendente se non avessero i conti in rosso. Inoltre: ci hanno sempre detto e ripetuto che il terrorismo islamico si finanzia e trasferisce il denaro per i suoi delitti non tramite banca, ma lungo i canali finanziari islamici che servono anche per le rimesse degli emigrati, l'hawala, dove si paga sulla parola e non si lasciano tracce nei computer. Com'è che questi sofisticati terroristi con esplosivo liquido (nel biberon) ricevevano da Al Qaeda bonifici su banche, come oneste persone normalissime? Esplosivo liquido? Dalla nitroglicerina all'astrolite G (nitrato di ammonio più idrazina), hanno tutti una caratteristica scomoda: sono instabili, scoppiano se semplicemente scossi. Qualche TV e giornale ha parlato della miscela che si disse usata dagli attentatori del metrò londinese, acido nitrico più perossido di idrogeno (alias acqua ossigenata). Ma ciò che si ottiene da piccoli chimici è un composto diluito in moltissima acqua, che va prosciugata con acido solforico, altrimenti non esplode. Operazione non facile da fare nelle toilettes degli aerei: troppi biberon, fra l'altro. Aspettiamo lumi da Fox News e da Emilio Fede.
Un lettore mi fa notare un'altra stranezza: a proposito del blocco del traffico aereo a Heathrow, con perquisizione dei bagagli di decine di migliaia di passeggeri, costretti a gettare oli solari, dentifrici, sciroppi, biberon… precauzioni giuste, se si teme un attentato in corso, o nel caso si debba disinnescare una bomba. Ma qui, l'attentato era già stato sventato. Bush ne era a conoscenza da quattro giorni. I «terroristi» già tutti in galera (arrestati a casa loro, come cocchi di mamma). E allora a che scopo il grande blocco? Proviamo a indovinarlo da soli. A nostro modesto parere credere alla realtà dello sventato, sventatissimo attentato, si può solo a patto di avere il quoziente intellettivo di Emilio Fede, la paga di Magdi Allam, la cattedra di Vittorio Parsi, o almeno i fuoribusta Sismi dell'agente Betulla. Ma gratis, no. Anche se c'è qualcuno che fa finta di crederci per tirare l'acqua al proprio mulino. Il lettore di cui sopra mi segnala anche l'articolo di fondo de Il Sole 24 Ore, non firmato. Il succo dell'argomento: «di fronte a questa drammatica realtà (la strage dei biberon), la lotta al terrorismo deve essere un momento di unità». Ecco: la migliore risposta della nazione all'Islam che ci attacca dai cieli e dai flaconi di shampoo è la «grande coalizione» per tagliarci le pensioni, come vuole Montezemolo; non a caso detto «Libera e Bella».
Ma basta ridere. Riportiamo una notizia seria e grave, questa volta. Da un'agenzia saudita, segnalatami da un amico americano. Eccola: «Al Qaeda rifiuta di collaborare con Hezbollah». Lo dice «un sito web di Al Qaeda in Arabia Saudita» (esiste, vedete: ha anche il sito) in data 2 agosto scorso.Assicura, il sito, che «Al Qaeda» ha ricevuto la richiesta «dall'Iran» di «addestrare gli Hezbollah nei campi militari»: ed ha rifiutato, considerando gli sciiti come eretici. La cosa non sembra danneggiare troppo Hezbollah, che paiono già fin troppo ben addestrati da soli. Al contrario di Bin Laden, che deve essere un po' giù di forma atletica dopo cinque anni di inattività, e di Al Qaeda, che non riesce a mettere a segno un attentato nei cieli di Londra senza far arrestare tutti i suoi biberon. In ogni caso Al Qaeda - dice l'autentico sito di Al Qaeda - preferisce «aspettare che le due parti siano esauste». Anzi, invita le sue «cellule dormienti» in Libano ad attivarsi per contrastare Hezbollah. Insomma, Al Qaeda combatte Hezbollah. Si è alleata con Israele. In fondo, non è nemmeno una notizia. Osama bin Mossad.

"Il segno distintivo dell'uomo è la mano, lo strumento col quale fa tutto ciò che è male.", George Orwell - la Fattoria degli Animali