29 settembre 2006

Il Palinsetto

(fonte: Uliwood Party di Marco Travaglio)

Si era temuto, per un attimo non di più, che Bruno Vespa desse seguito all'orrenda minaccia di privarci della sua compagnia quotidiana. Poi, per fortuna, l'insetto è riapparso in tutto il suo splendore e in perfetta coincidenza con la riapertura del processo di Cogne. Chi pensava di levargli l'appalto su una delle quattro sere, temendo patologie da superlavoro e piaghe da decubito, ha dovuto ricredersi, vedendolo librarsi agile come una libellula fra le poltrone bianche occupate da due colleghi democristiani, uno di destra (Scajola) l'altro di sinistra (si fa per dire: era Mastella). Si parlava di Telecom. Ma il titolo era un puro pretesto: in realtà, in ossequio alla tradizione, è andato in onda il solito processo ai giudici. E' più forte di lui: anche se parla di dieta mediterranea, c'infila qualche magistrato obeso o anoressico da mettere in riga. Tronchetti Provera aveva appena fatto notare che gli spioni arrestati non sono finora accusati di intercettazioni abusive. Vespa avrebbe dovuto saperlo, se si fosse letto l'ordinanza del gip. Ma non può mica fare tutto lui: dunque ha accolto la notizia come una folgorante rivelazione.
"Ma almeno lo sapete che cosa avete ordinato di distruggere col decreto?", ha chiesto a Mastella. Il quale, pure lui all'oscuro di tutto, balbettava: "Mah, il decreto vale a futura memoria: ci mettiamo a dieta per evitare l'infarto. Anche se l'infarto non c'è, potrebbe sempre venire". Scajola precisava che a lui delle spiate illegali non gliene frega niente: "Il problema sono quelle legali, ci vuole un decreto" per limitarle e imbavagliare la stampa. Vespa,tutto umido,traduceva: "Dunque i giudici sono peggio di Tavaroli". Poi, non bastandogli l'attuale datore di lavoro di sua moglie, cioè Mastella, dava subito la parola all'ex datore di lavoro, Roberto Castelli. Anche lui, nonostante la faccia, aveva le idee chiare: "Il guaio sono le intercettazioni legali, e le procure che le passano ai giornali". "Ecco - sottolineava Vespa - chi le passa ai giornali: la Befana?". L'idea che i giornali le pubblichino perché sono pubbliche, contenute nei mandati di cattura, non sfiora nessuno. In fondo Castelli era solo ministro della Giustizia, mica è tenuto a capire qualcosa di giustizia. Mastella faceva il Mastella: si barcamenava, invocava l'aiuto del centrodestra e s'infilava in metafore più grandi di lui, tentando invano di uscirne. Anche Feltri e Sansonetti andavano a orecchio, come gli studenti che non hanno studiato e menano il can per l'aia. Una sola cosa emergeva chiaramente dai loro interventi: che non avevano la più pallida idea dell'inchiesta Telecom e della differenza fra atti pubblici e notizie segrete. Vespa allora denunciava quell'odioso attentato alla privacy che fu la pubblicazione dell'sms con il bacio di Anna Falchi a Stefano Ricucci: una moglie che bacia il marito, roba da rovinare una famiglia. Poi si buttava sui Savoia, che si portano su tutto: giù lacrime sul povero Vittorio Emanuele perseguitato dai giudici cattivi. Essendo il presunto principe impegnato col Tapiro d'oro, Porta a Porta intervistava senza domande il cucciolo, Emanuele Filiberto: "Il 98% delle parole intercettate a mio padre sono un montaggio fatto dai magistrati di Potenza per attribuirgli cose che non ha mai detto". Vespa, tutto giulivo, rincarava: "Che senso avevano le domande dei giudici sulle sue abitudini sessuali, se il principe non è indagato per sfruttamento della prostituzione?". Qualcuno avrebbe potuto informarlo che il Savoia è indagato proprio per sfruttamento della prostituzione. Ma la presenza in studio di persone informate è severamente vietata. Allora l'insetto invocava "pene pecuniarie altissime" per i giornali che pubblicano quel che non piace a lui: soprattutto i verbali dei principi. Feltri si associava fremente di sdegno, forse dimenticando di aver allegato a "Libero" un inserto di 60 pagine con i verbali del Savoia. A questo punto, plin-plon: ecco in studio due giuriste di chiara fama: la gossipara Silvana Giacobini e Nancy Dall'Olio, la moglie di Eriksson, nella sua qualità di una che "ha il sospetto di essere spiata ma non ha le prove".


"Con le parole si possono demolire le persone", Francis Scott Fitzgerald

27 settembre 2006

Patriots question 9/11

(fonte: luogocomune.net)

C'è una domanda che viene naturale da porsi per chiunque, nel momento in cui si pensi realisticamente ad un complotto a livello governativo: "Con le centinaia, se non migliaia, di persone che debbono per forza essere state coinvolte, come è possibile che nessuno parli, …… e che tutti mantengano il segreto per sempre, senza nessuna eccezione?". In realtà, qualcuno che parla c'è eccome, ma questo non significa automaticamente che noi riusciamo a sentirlo. Quanti hanno sentito parlare, ad esempio, di Coleen Rowley, la coraggiosa agente FBI di Minneapolis che ha osato denunciare i suoi superiori per aver volutamente deviato le sue indagini su Zacharias Massaoui, un mese prima degli attentati? E quanti fra questi sanno anche che la Rowley, dopo aver ricevuto i complimenti a denti stretti da parte di Muller in persona, è stata "silenziosamente" licenziata dall'FBI, mente il suo capo affossa-indagini è stato inspiegabilmente promosso ad un grado superiore? Quelli che parlano ci sono eccome. Il problema è che fra noi e "loro" ci sono di mezzo i grandi mezzi di comunicazione, che sono fortemente controllati da un gruppo ristretto di persone. Nell'illusione di democrazia creata dalla "quantità" sterminata di giornali, TV e radio commerciali che esistono nel nostro libero occidente, capita infatti che tutte queste testate, nessuna esclusa, siano sotto il controllo ultimo di soltanto quattro diversi gruppi di potere. Non a caso in tutto il panorama televisivo americano non si trova un solo anchoman che osi parlare pubblicamemte, ad esempio, dei sospetti di demolizione controllata che gravano ormai da tempo sulle tre Torri del WTC Plaza. E quando qualcuno, fra i famosi "mille" che per forza devono sapere, cerca di farsi sentire, ecco che la sua voce stranamente si spegne prima di raggiungere una qualunque piattaforma televisiva di una certa portata. E se non fosse per Internet, non sapremmo nemmeno quello.In questa pagina luogocomune presenta oltre cinquanta di questi esempi, raccolti dal sito originale PATRIOTS QUESTION 9/11 e parzialmente tradotti in italiano. Invito tutti caldamente a farci un giro.

"Se la libertà significa qualcosa, allora significa il diritto di dire alla gente cose che non vogliono sentire", George Orwell

25 settembre 2006

Pakistan e Usa ai ferri corti

(fonte: peacereporter.net - 22.09.06 - Enrico Piovesana)

L’
accordo di pace firmato il 5 settembre tra il governo pachistano e i talebani del Waziristan è stato vissuto a Washington come una coltellata alla schiena, un tradimento che mette in discussione l’alleanza antiterrorismo che dopo l’11 settembre 2001 gli Stati Uniti imposero al Pakistan puntandogli una pistola alla tempia. Uno sgambetto grave soprattutto perché arriva mentre in Afghanistan le truppe Usa e Nato faticano ogni giorno di più a tener testa ai talebani, che proprio in Pakistan hanno il loro quartier generale e le loro retrovie. Da Washington, critiche e minacce. Pochi giorni prima dell’accordo waziro, a fine agosto, il segretario di Stato Usa, Donald Rumsfeld, aveva lanciato un chiaro avvertimento al Pakistan, affermando che nessun governo al mondo ha il diritto di negoziare “paci separate” con i terroristi. Dopo la firma della pace in Waziristan, che prevede da parte talebana lo stop alle incursioni in territorio afgano, Joseph Biden, leader dei Democratici e probabile candidato presidenziale, ha commentato: “Se l’Afghanistan è tornato a essere ingovernabile per gli attacchi dei talebani, la colpa è del governo pachistano, che non ha mai agito contro il loro comando centrale a Quetta e ora ha pure firmato una pace separata con loro in Waziristan”. In occasione dell'anniversario dell'11 settembre, un duro editoriale del Washington Post chiedeva come si fa a definire ancora il Pakistan “un alleato” dopo questo tradimento. Il 20 settembre, Bush ha dichiarato alla Cnn che non esiterà ad ordinare un attacco militare Usa in Pakistan se emergessero evidenze che Bin Laden si nasconde da quelle parti.

La strana rivelazione di Musharraf. Il presidente pachistano, generale Pervez Musharraf, non ha reagito alle critiche statunitensi. Almeno fino al 22 settembre, quando – subito prima di incontrare Bush alla Casa Bianca – ha fatto delle impegnative dichiarazioni nei confronti della politica Usa da cui traspare un malcelato nervosismo. Musharaf ha rivelato che, il giorno dopo l’11 settembre 2001, l’allora vicesegretario di Stato Usa Richard Armitage disse all’allora direttore dei servizi segreti pachistani, generale Mahmood Ahmed: “A voi la scelta: schieratevi con noi o vi bombarderemo fino a farvi tornare all’età della pietra”. “Furono parole insultanti e maleducate”, ha commentato Musharraf, spiegando che la sua successiva decisione di schierarsi dalla parte degli Usa fu presa “nell’interesse della nazione pachistana”. Come a dire: di fronte a un simile minaccia non avevamo altra scelta.

Usa-Pakistan: relazioni pericolose. Il generale Mahmood Ahmed è al centro di uno dei più inquietanti episodi legati all’11 settembre 2001. Pochi giorni dopo gli attentati, l’intelligence indiana dimostrò (e l’Fbi confermò) che egli era stato il “cassiere” degli attentati. Era stato lui, storico sostenitore dei talebani e amico del mullah Omar, a far versare 100 mila dollari sul conto di Mohamemd Atta, il leader della cellula terrorista dell’11 settembre. La reazione statunitense a questa eclatante notizia – che dimostrava un legame stretto tra Pakistan e al Qaeda – fu assai strana. I mass media la ignorarono e Washington si limitò a chiedere il licenziamento del generale, che avvenne il 7 ottobre, giorno in cui iniziavano i bombardamenti Usa sull’Afghanistan. Nonostante il capo dei servizi segreti pachistani fosse stato scoperto con in mano la famosa “pistola fumante”, tutto passò sotto silenzio. Quasi un insabbiamento che, secondo molti, è spiegabile con l’imbarazzo di Washington legato a un altro fatto poco noto: mentre, la mattina dell'11 settembre 2001, gli aerei si schiantavano sulle Torri gemelle, il generale Mahmood Ahmed era a Washington a colazione con il futuro capo della Cia, Porter Goss. Le relazioni tra Stati Uniti e Pakistan sono molto più complesse di quanto sembrano.


"Noi avevamo il diritto morale, noi avevamo il dovere verso il nostro popolo di eliminare quel popolo che voleva eliminare noi", Heinrich Himmler

24 settembre 2006

Raccolta fondi

(fonte: ilmanifesto.it - Marco Boccitto - 21.09.06)

Singolare raccolta fondi quella lanciata dall'esercito israeliano in varie città della West Bank. In particolare è stata assaltata, ripulita e semidistrutta una filiale della National Jordanian Bank a Nablus, insieme a 14 uffici di cambio tra Jenin, Tulkarem e Ramallah. Il bottino finale dichiarato dai militari è di 5 milioni di shekel (un milione e 200 mila dollari circa) e 170 mila dinari giordani (240 mila dollari), oltre a tre arresti. Le autorità palestinesi denunciano anche il «prelievo» di documenti e computer. Non è stata emessa ricevuta, ma l'operazione è andata comunque a buon fine. Solo che a Nablus sarebbe stato usato troppo esplosivo. Da qui le simpatiche scuse alla direzione della banca, per i danni al mobilio. Analogamente al 2004, quando un'azione simile aveva fruttato 9 milioni di dollari, provocando tumulti di piazza e la reazione della Giordania che si sentiva personalmente alleggerita, l'esercito ieri spiegava come quei soldi, provenienti da Siria e Iran, fossero destinati a Hamas, Jihad e Hezbollah. Fatte le dovute proporzioni, sarebbe come se la magistratura italiana contrastasse gli inghippi bancari nelle banche svizzere a cannonate e con le teste di cuoio dei Ros. L'immagine di una filiale stuprata dai corpi speciali, piuttosto che la sovranità violata di uno stato, in quel caso provocherebbe ben altri sussulti di coscienza. Visto il tasso di bombe a grappolo ultimamente addebitato sul conto dei civili libanesi, verrebbe quasi da gioire per l'impiego di queste tattiche «finanziarie». Se non fosse che Gaza è alla fame e che la distruzione della sua economia è parte fondante di questa guerra. «La guerra di cui il mondo non vuole sapere», titolava martedì The Independent la sua prima pagina dedicata ai bambini palestinesi uccisi negli ultimi mesi. La notizia della «rapina in banca» si aggiunge così, come una spolverata di zucchero a velo, sulla mattanza quotidiana. Considerando che ieri i raid hanno ucciso un solo palestinese e i razzi Qassam lanciati oltre confine hanno ferito un solo israeliano. Giornata quasi celestiale, con sottofondo di risacca mediterranea e cinguettìo diffuso, perché da Bari arriva anche la storia secondo cui israeliani, libanesi e palestinesi, complice la Fiera del Levante, si coordineranno presto in materia di parchi naturali. Forse troppo presto.


"L'egoismo è sempre stato la peste della società e quanto è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società", Giacomo Leopardi

23 settembre 2006

Peggio di Rambo

(fonte: l'Espresso)

Ricordate 'Apocalypse Now'? Ricordate il protagonista, il capitano mandato a stanare il colonnello Kurtz dal suo regno nella giungla? Anche nel film, l'ufficiale incaricato della missione impossibile è un ufficiale della 173a brigata. Perché il reparto vicentino destinato a diventare 'il pugno dell'America in Medio Oriente' incarna tutti i miti della storia militare statunitense. Dal 1917 sono sempre i primi a entrare in battaglia. I battaglioni ricostituiti per potenziare la base veneta vantano medaglie conquistate in Tunisia, in Sicilia, in Normandia. Sono gli Sky soldiers, che arrivano dovunque e risolvono ogni situazione. A qualunque costo. In realtà, in Vietnam il reparto è stato mandato al massacro: i parà hanno combattuto per sei anni di fila. Anche quella volta furono i primi ad arrivare, raccogliendo 8 mila onorificenze negli scontri. Il prezzo? Milleseicento nomi incisi sul Muro della memoria. Un tributo di sangue che ha costretto il Pentagono a sciogliere il reparto. L'unità è risorta nel 2000, proprio a Vicenza, per tenere sotto controllo i Balcani. Ma l'esordio bellico è stato in Iraq, con uno spettacolare lancio di paracadutisti ad uso della Cnn nella zona curda. Un volo diretto dall'Italia che ha scavalcato il no di Ankara al conflitto: "Siamo bastati da soli per aprire il fronte nord", si vantano i parà. Il resto della campagna irachena e le operazioni afgane nella zona talebana sono costate molte vite: almeno 40 parà vicentini sono morti. Perché già oggi la base veneta è in prima linea. E usa come motto la conversazione tra terroristi intercettata a Kirkuk: "Questi americani non sono marines: sono terribili, sono dovunque e ci stritolano". Peggio di Rambo.

"Noi addestriamo dei giovani a scaricare napalm sulla gente, ma i loro comandanti non gli permettono di scrivere cazzo sui loro aerei perché è osceno", Col. Kurtz (Marlon Brando) - Apocalypse Now

21 settembre 2006

Bombe

(fonte: Haaretz - 12 settembre 2006)

"Quello che abbiamo fatto e' folle e mostruoso, abbiamo ricoperto intere citta' di bombe a grappolo", ha detto il capo di una unita' missilistica dell'IDF in Libano riguardo all'uso di bombe a grappolo e al fosforo durante la guerra. Citando il comandante del suo battaglione, il capo dell'unita' missilistica ha affermato che l'IDF ha sparato circa 1800 bombe a grappolo, che contenevano piu' di 1,2 milioni di piccole bombe a grappolo. Inoltre, i soldati delle unita' di artiglieria dell'IDF hanno testimoniato che l'esercito ha utilizzato armi al fosforo durante la guerra, armi che sono ampiamente proibite dalla legge internazionale. Secondo quanto affermato, la grande maggioranza di tali esplosivi e' stata sparata negli ultimi 10 giorni di guerra. Il comandante dell'unita' missilistica ha affermato che le piattaforme del Sistema di Lancio Multiplo dei Razzi (MLRS) sono state pesantemente utilizzate nonostante si sapesse che erano altamente imprecise. L'MLRS e' una piattaforma mobile per il lancio dei razzi trasportata da un camion o da uno pneumatico, capace di sparare un altissimo volume di munizioni per lo piu' non guidate. Il razzo base sparato dalla piattaforma non e' guidato ed e' impreciso, con un raggio di circa 32 km. I razzi sono studiati per esplodere ad un'altitudine programmata e suddividersi in sotto-munizioni al fine di ricoprire l'esercito e i civili nemici al suolo con piccole raffiche di esplosivo. L'uso di tali armi e' controverso soprattutto a causa della loro in accuratezza e della loro capacita' di distruggere obiettivi indeterminati su grandi aree, con un margine di errore fino a 1200 metri dall'obiettivo effettivo all'area colpita. Le bombe che non esplodono al momento dell'impatto - secondo le Nazioni Unite sono circa il 40% di quelle sparate in Libano dall'IDF - rimangono sul terreno come munizioni inesplose, cospargendo effettivamente il paesaggio di migliaia di mine che continueranno a mietere vittime molto dopo la f! ine dell a guerra. A causa dell'alto numero di mancate detonazioni, si crede che sul terreno del Libano ci siano circa 500.000 munizioni inesplose. Ad oggi, sono dodici i civili libanesi che sono stati uccisi da queste mine dalla fine della guerra. Secondo il comandante, per compensare l'inaccuratezza dei missili e l'incapacita' di colpire con precisione singoli obiettivi, le unita' avrebbero "inondato" il campo di battaglia di munizioni, il che spiegherebbe come mai il paesaggio del Libano post-bellico sia imbottito di esplosivo. Quando il suo servizio nell'esercito termino', il comandante in questione mando' una lettera al Ministro della Difesa Amir Peretz, evidenziando l'uso di munizioni a grappolo. La lettera e' rimasta senza risposta. E' venuto alla luce che i soldati dell'IDF hanno sparato proiettili al fosforo per provocare incendi in Libano. Un comandante d'artiglieria ha ammesso di aver visto camion carichi di bombe al fosforo diretti alle squadre di artiglieria nel nord di Israele. Il colpo diretto di una bomba al fosforo provoca ustioni serie e una morte lenta e dolorosa. La legge internazionale vieta l'uso di armi che provocano "ferite eccessive e sofferenze non necessarie", e molti esperti ritengono che le bombe al fosforo rientrino direttamente in tale categoria. La Croce Rossa Internazionale ha stabilito che la legge internazionale vieta l'uso di bombe al fosforo e di altre armi infiammabili contro le persone, siano esse civili o militari. In risposta, il portavoce dell'IDF ha affermato che "la legge internazionale non include il divieto assoluto di usare le bombe a grappolo. La convenzione sulle armi convenzionali non dichiara che e' vietato usare armi al fosforo, piuttosto si esprime sui principi che regolano l'uso di tali armi. Per comprensibili ragioni operative, l'IDF non fornisce un resoconto dettagliato sulle armi in suo possesso. L'IDF utilizza solo armi e metodi che sono permessi dalla legge internazionale. Il fuoco di artiglieria in generale, incluso il fuoco degli MLRS, e' stato usato solo per rispondere al bombardamento dello Stato di Israele." L'Ufficio del Ministro della Difesa ha dichiarato di non aver ricevuto messaggi riguardanti l'uso di bombe a grappolo.

"La guerra è la scienza della distruzione.", John Joseph Caldwell Abbott

19 settembre 2006

Religione e atei

(fonte: luogocomune - Enrico Sabatino)

La cassa di risonanza mediatica seguita al discorso di Ratisbona di Ratzinger, con le prevedibili conseguenti reazioni del mondo islamico, dimostra ancora una volta che le religioni hanno il potere di dettare l’agenda mediatica e di monopolizzare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale.Oggigiorno sembra che qualsiasi argomento e qualsiasi problema debbano essere forzatamente riconducibili e incanalati nella sfera religiosa, che se ne appropria arrogandosi il diritto di parlarne in nome di tutti gli abitanti della terra, come se fosse l’unica depositaria di soluzioni, di verità e dogmi assoluti validi per tutti gli esseri umani. Questa invadenza e arroganza della religione in senso lato ha ormai da tempo superato i limiti di tolleranza; di certo non è una novità, se si osserva la storia con tutte le guerre e i milioni di morti in nome di questa o quell’altra religione, usata come specchio per più prosaici e materiali conquiste di territori e potere economico. Ma oggi in nome di chi e di cosa le varie autorità religiose parlano e straparlano? Quanti sono effettivamente i credenti praticanti delle varie religioni nel mondo? E’ certamente difficile, se non impossibile, quantificarli con precisione e infatti se si guardano certe statistiche, a dir poco approssimative, sembra che tutti i 6 miliardi e oltre di abitanti della terra siano fedeli di questa o quell’altra religione; quindi secondo queste statistiche il 100% degli abitanti fa’ parte di una comunità religiosa. Ma questi dati non corrispondono assolutamente alla realtà e prendo il mio caso personale: essendo italiano sono intruppato da queste statistiche nel gruppo dei cristiani e nel sottogruppo dei cattolici, ma io sono semplicemente indifferente alla religione e mi ritengo ateo. Conosco poi molte persone che in teoria dovrebbero essere intruppati nel gruppo dei musulmani e dei buddisti che come me sono del tutto indifferenti ai dettami delle “loro” religioni. Infatti ci sono altre statistiche*, che anche in questo caso possono essere assolutamente discutibili, che affermano che nel mondo ci sono 1 miliardo e 154 milioni di atei e agnostici (Britannica Book of year), mentre per la World Christian Encyclopedia ci sono 1 miliardo e 71 milioni di agnostici e 262 milioni di atei nel mondo. Ora se questi dati si avvicinano alla realtà effettiva delle cose, bisogna ammettere che sono in buona compagnia e che anche noi atei e agnostici abbiamo un cervello, una voce e abbiamo il diritto di non essere coinvolti e gettati nella mischia delle beghe tra le varie autorità religiose e tra questo o quell’altro credo. Insomma anche noi, come chi crede in questa o in quella religione, meritiamo rispetto; perché anche noi crediamo, certo, crediamo che non esista alcuna entità superiore immanente o trascendente che dir si voglia e non vogliamo che qualcuno parli in nome nostro intruppandoci qui o là. La religione poi è essenzialmente una questione intima e personale e tale deve restare, senza quindi cannibalizzare tutto e tutti con arroganza e invadenza. Ha i suoi luoghi precipui dove può essere esercitata ed entro quei confini deve restare. E se scoppia qualche polemica tra questo o quell’altro credo religioso, è in quei luoghi che se ne deve parlare, è tra le autorità e i credenti delle varie religioni che se ne deve discutere senza avere l’arroganza di invadere altri luoghi cercando la massima visibilità e attenzione possibili, senza avere la presunzione di coinvolgere persone che non sono minimamente interessate all’argomento in questione. Ultimamente poi sembra essere in corso una competizione infantile tra i due gruppi di credenti più numerosi, tesa a dimostrare che la propria religione è migliore o più bella di quell’altra; una gara che ricorda un po’ quella tra bambini che si misurano l’organo sessuale. Ma comunque la strumentalizzazione della religione per conquistare o mantenere il potere è talmente datata e scontata che per noi atei è acqua calda, aria fritta e non ce ne può fregare di meno; ovviamente fino al momento in cui non saremo tirati per i capelli nella mischia e allora saremo noi a pretendere delle scuse. Ma forse ci siamo già arrivati.

"C'è una sola religione, benché ne esistano un centinaio di versioni", George Bernard Shaw

18 settembre 2006

Impunità a peso d'oro

(fonte: peacereporter - Luca Galassi - 12.9.2006)

Il timore che presunti terroristi sottoposti a torture o maltrattamenti possano rivalersi di fronte a una Corte Usa ha spinto numerosi agenti della Cia a stipulare polizze assicurative anti-denuncia. La polizza costa 235 euro all'anno. Garantirà agli agenti segreti la copertura di spese legali fino a 156 mila euro e una quota di 780 mila euro in eventuali risarcimenti qualora la Corte emettesse decreto di condanna. Le polizze coprono denunce presentate contro tortura, violazioni dei diritti umani e negligenze professionali. Non è che gli 007 statunitensi responsabili di maltrattamenti e violazioni dei diritti umani non siano tutelati dall'agenzia per la quale lavorano. Il patrocinio legale è garantito dal governo. Sono stati gli stessi legali della Cia a suggerire agli agenti dell'antiterrorismo il ricorso a fondi privati, come lo 'Special Agents Mutual Benefit Association', un servizio finanziario fondato - ironia della sorte - da ex agenti dell'agenzia rivale, l'Fbi.

"Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni", Fëdor Mikhailovič Dostoevskij

15 settembre 2006

9/11 Press for truth

(fonte: axisoflogic.com - Paul Thompson)

Potreste pensare di aver visto tutto quello che c'è da vedere sugli attacchi dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti. Ma se non avete ancora visto quello nel link sottostante, sarà meglio che impiegate il vostro tempo - se non la vostra responsabilità - per prendervi un'ora e 24 minuti in modo da guardare 9/11 Press For Truth.

"La libertà intellettuale è una tradizione profondamente radicata, senza la quale è improbabile che esisterebbe la nostra cultura specificatamente occidentale. È una tradizione alla quale molti dei nostri intellettuali stanno visibilmente voltando le spalle.", George Orwell

14 settembre 2006

32 domande


"Avere sempre ragione, farsi sempre strada, calpestare tutto, non avere mai dubbi: non sono forse queste le grandi qualità con le quali la stoltezza governa il mondo?", William Thackeray

13 settembre 2006

(fonte: l'espresso, Piero Messina)

Una linea telefonica che non doveva funzionare. Ma dove qualcuno è riuscito a infilarsi. E in due sole notti ha fatto decine di telefonate internazionali, per poi tornare nel silenzio. Una normale truffa? Una clonazione per caricare la bolletta altrui? Le cose si complicano quando si guardano le date: le chiamate sono avvenute soltanto il 9 e il 10 settembre 2001. E se si esaminano i paesi oggetto delle telefonate, allora si capisce di essere finiti nel bel mezzo di un vero intrigo. Alla vigilia dell'attentato alle Torri Gemelle, da quella linea formalmente non attiva vengono contattati l'Afghanistan, l'Arabia Saudita, il Bahrein. Soprattutto viene chiamato il Maine, la contea degli Stati Uniti dove Mohamed Atta e i suoi compagni stavano per lanciare l'attacco. Due notti di traffico frenetico, che disegnano la mappa del terrorismo fondamentalista, poi più nulla. Finché una serie di controlli incrociati hanno portato a riscoprire la vicenda, oggetto ora di un'indagine condotta dalla Digos e delle attenzioni dell'intelligence italiana e statunitense. A cinque anni dall'evento che ha cambiato la storia, spunta un mistero tutto siciliano. Reso ancora più fitto dalle caratteristiche della linea: una vecchia Isdn che viene considerata a prova di clonazione. E dal fatto che l'azienda titolare dell'utenza si trova a poca distanza dall'aeroporto di Sigonella, la più grande base americana del Mediterraneo e cuore della guerra elettronica contro l'organizzazione di Osama Bin Laden. Insomma, l'episodio accaduto nella Etna Valley, in quella fetta della Piana di Catania strappata agli aranceti dalle industrie hi-tech, ha tutti gli ingredienti della spy story. Una storia che potrebbe confondersi nella grande rete telematica che ha reso la Sicilia occidentale un 'ombelico del mondo' virtuale, dove si intrecciano i cavi a fibra ottica delle principali dorsali della comunicazione mondiale, con un gomitolo sotterraneo che conta quasi cento chilometri di cavi. Al centro di questo enigma c'è una linea telefonica Isdn mai installata completamente. Iscritta nel distretto telefonico di Catania, la linea è rimasta sempre in 'silenzio'. Fino al 9-9-2001 e alla notte successiva. Muta da mesi, e poi mai più utilizzata, nello spazio di due notti la linea generò un incredibile volume di traffico internazionale. Nessuna chiamata in arrivo. Solo contatti in partenza: un paio collegarono il cuore della Sicilia al Maine, la regione degli Stati Uniti dove, secondo le ricostruzioni dell'Fbi, pernottarono Mohamed Atta e altri dirottatori prima di imbarcarsi all'aeroporto di Portland per poi entrare in azione. Quegli scampoli di telefonata verso gli Stati Uniti, però, sono parte minoritaria del traffico. La gran parte delle chiamate mise in contatto l'utenza con Afghanistan, Arabia Saudita, Bahrein ed altri emirati del Golfo. Erano conversazioni vocali o flussi di dati? Impossibile stabilirlo. L'utenza era stata richiesta qualche mese prima da un gruppo imprenditoriale della provincia di Catania, presumibilmente una costola aggregata al Consorzio area di sviluppo industriale. Il contratto stipulato prevedeva che l'utente avrebbe avuto in dotazione un impianto Isdn. Il canale venne attivato, ma le dotazioni necessarie affinché l'azienda potesse utilizzasse la linea non vennero mai fornite: quel canale non poteva funzionare. Sembrerebbe certo che non l'abbia potuta utilizzare l'azienda che l'aveva commissionata. Le uniche 'telefonate' contabilizzate, poi, sono proprio quelle registrate nelle due fatidiche notti. Alla fine del 2001, l'azienda si vide recapitare una bolletta salata. Una cosa incredibile: la linea non era mai diventata operativa. L'azienda protestò con l'operatore, dimostrando di non avere ottenuto la completa istallazione dell'impianto: cosa subito riscontrata dalla divisione clienti business che ha provveduto a cancellare la bolletta dimenticata. Sul piano amministrativo la vicenda si chiuse. E quelle telefonate finirono nel dimenticatoio. Ora, però, quella linea telefonica è nel mirino degli investigatori antiterrorismo del capoluogo siciliano. Che vogliono vederci chiaro su quelle due notti intere passate al telefono e soprattutto intendono capire il senso di quelle chiamate verso Stati Uniti e i paesi del mondo arabo alla vigilia dell'attacco all'America. A distanza di cinque anni il tentativo di ricostruire l'episodio è un percorso impervio: strada in salita che condurrà gli investigatori in una sorta di gara a tappe. Gestita nel massimo segreto. Il traffico misterioso sarebbe transitato su una delle linee Isdn richieste a Telecom dal Consorzio area di sviluppo industriale - zona n: una dozzina di utenze, allacciate nello stesso periodo. È importante ricostrire tutte le fasi dell'installazione, per individuare possibili falle sfruttate per inserirsi nella linea. E poi sarà compito dei consulenti informatici completare la mappa dell'incursione e stabilire con quali modalità venne sfruttata la linea telefonica nelle due notti chiave per il piano dei dirottatori quaedisti. Le Isdn (acronimo di integrated services digital network) ormai superate dallo sviluppo tecnologico, sono linee digitali a doppio canale multinumero. Le informazioni 'scorrono' sulla linea sotto forma di codici numeri in sistema binario per poi essere aggregate in forma digitale grazie a una borchia. Per questo, il segnale che corre sulle linee isdn non è intercettabile. È una linea che non può essere clonata, semmai può essere utilizzata da postazioni esterne mediante l'installazione di una borchia lungo un punto qualsiasi del tracciato della linea, oltre che sul punto terminale. Le Isdn sono considerate estremamente versatili: consentono anche il trasferimento di chiamata e, grazie al secondo canale di cui dispongono, sono utilizzabili per conversazioni a tre. In questo caso è anche possibile che una connessione generi una conversazione tra due interlocutori connessi alla linea principale: la linea può essere stata usata come ponte. Di questo collegamento, però, non potrebbe essere restata alcuna traccia. E questo complica le indagini. Un episodio per alcuni versi analogo accadde a Palermo sempre in coincidenza con l'11 settembre. In quel caso, una sommaria indagine venne compiuta dal Sisde che analizzò i tabulati relativi ad alcune telefonate che collegavano il capoluogo siciliano a paesi del mondo arabo. Nonostante la coincidenza con la vigilia dell'attacco a New York, non venne neppure aperta un'indagine ufficiale poiché, considerata la vastità della comunità musulmana residente in Sicilia occidentale, quel traffico venne reputato non sospetto. Ben diverso il caso della Etna Valley, che potrebbe inserirsi in quel labirinto di segnali sulla ragnatela europea che era a conoscenza del piano contro il World Trade Center. Come Abu Dahdah che veniva intercettato a Madrid mentre spiegava di "avere preparato qualcosa che sicuramente piacerà. Siamo entrati nel campo dell'aviazione e stiamo per tagliare la gola agli uccelli". E come il presunto leader qaedista Abu Saleh che fece arrivare ai suoi compagni detenuti a San Vittore una busta con dentro la cartina di una celebre gomma da masticare, con il ponte di Brooklyn sorvolato da un aereo. Un messaggio criptico prima dell'11 settembre, che solo più tardi è stato compreso nella sua terribile allusività.

"Non si dovrebbe mai esser certi di niente (...) perché nulla merita certezza, e così si dovrebbe sempre mantenere nelle proprie convinzioni un elemento di dubbio e si dovrebbe essere in grado di agire con vigore malgrado il dubbio." Bertrand Russell

8 settembre 2006

Video Bin Laden

Chi diavolo sono Hamza al-Ramdi e Wael el-Shemari???

6 settembre 2006

Pasticca Nerazzurra

(fonte: L'Espresso - Alessandro Gilioli - link)

Pillole nel caffè. Che Herrera dava ai giocatori. Molti dei quali sono morti. Un ex racconta il doping della Grande Inter. E chiama in aula tutti i campioni di allora colloquio con Ferruccio Mazzola. Sono campioni che hanno fatto la storia del calcio italiano quelli che passeranno, uno dopo l'altro, in un'aula del tribunale di Roma a parlare di doping. Come Giacinto Facchetti, splendido terzino sinistro e oggi presidente dell'Inter; o come Sandro Mazzola, Mariolino Corso, Luis Suarez. E ancora: Tarcisio Burnich, Gianfranco Bedin, Angelo Domenghini, Aristide Guarneri. Tutti chiamati a testimoniare da un loro compagno di squadra di allora, Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, che vuole sentire dalla loro voce - e sotto giuramento - la verità su quella Grande Inter che negli anni '60 vinse in Italia e nel mondo. «Non l'ho cercato io, questo processo: mi ci hanno tirato dentro. Ma adesso deve venire fuori tutto», dice Ferruccio.

A che cosa si riferisce, Mazzola?
«Sono stato in quell'Inter anch'io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l'allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno "il caffè" di Herrera divenne una prassi all'Inter».

Cosa c'era in quelle pasticche?
«Con certezza non lo so, ma credo fossero anfetamine. Una volta dopo quel caffè, era un Como-Inter del 1967, sono stato tre giorni e tre notti in uno stato di allucinazione totale, come un epilettico. Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro...».

Suo fratello?
«Sì. Sandro e io, da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più. Lui dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Io invece credo che sia giusto dirle queste cose, anche per i miei compagni di allora che si sono ammalati e magari ci hanno lasciato la pelle. Tanti, troppi...».

A chi si riferisce?
«Il primo è stato Armando Picchi, il capitano di quella squadra, morto a 36 anni di tumore alla colonna vertebrale. Poi è stato il turno di Marcello Giusti, che giocava nelle riserve, ucciso da un cancro al cervello alla fine degli anni '90. Carlo Tagnin, uno che le pasticche non le rifiutava mai perché non era un fuoriclasse e voleva allungarsi la carriera correndo come un ragazzino, è morto di osteosarcoma nel 2000. Mauro Bicicli se n'è andato nel 2001 per un tumore al fegato. Ferdinando Miniussi, il portiere di riserva, è morto nel 2002 per una cirrosi epatica evoluta da epatite C. Enea Masiero, all'Inter tra il '55 e il '64, sta facendo la chemioterapia. Pino Longoni, che è passato per le giovanili dell'Inter prima di andare alla Fiorentina, ha una vasculopatia ed è su una sedia a rotelle, senza speranze di guarigione...».

A parte Picchi e forse Tagnin, gli altri sono nomi meno noti rispetto ai grandi campioni.
«Perché le riserve ne prendevano di più, di quelle pasticchette bianche. Gliel'ho detto, noi panchinari facevamo da cavie. Ne ho parlato per la prima volta qualche mese fa nella mia autobiografia ("Il terzo incomodo", scritto con Fabrizio Càlzia, Bradipolibri 2004, ndr), che ha portato al processo di Roma».

Perché?
«Perché dopo la pubblicazione di quel libro mi è arrivata la querela per diffamazione firmata da Facchetti, nella sua qualità di presidente dell'Inter. Vogliono andare davanti al giudice? Benissimo: il 19 novembre ci sarà la seconda udienza e chiederemo che tutti i giocatori della squadra di allora, intendo dire quelli che sono ancora vivi, vengano in tribunale a testimoniare. Voglio vedere se sotto giuramento avranno il coraggio di non dire la verità».

Ma lei di Facchetti non era amico?
«Sì, ma lasciamo perdere Facchetti, non voglio dire niente su di lui. Sarebbero cose troppo pesanti». Pensa che dal dibattimento uscirà un'immagine diversa dell'Inter vincente di quegli anni? «Non lo so, non mi interessa. Se avessi voluto davvero fare del male all'Inter, in quel libro avrei scritto anche tante altre cose. Avrei parlato delle partite truccate e degli arbitri comprati, specie nelle coppe. Invece ho lasciato perdere...».

Ma era solo nell'Inter che ci si dopava in quegli anni?
«Certo che no. Io sono stato anche nella Fiorentina e nella Lazio, quindi posso parlare direttamente anche di quelle esperienze. A Firenze, il sabato mattina, passavano o il massaggiatore o il medico sociale e ci facevano fare delle flebo, le stesse di cui parlava Bruno Beatrice a sua moglie. Io ero in camera con Giancarlo De Sisti e le prendevamo insieme. Non che fossero obbligatorie, ma chi non le prendeva poi difficilmente giocava. Di quella squadra, ormai si sa, oltre a Bruno Beatrice sono morti Ugo Ferrante (arresto cardiaco nel 2003) e Nello Saltutti (carcinoma nel 2004). Altri hanno avuto malattie gravissime, come Mimmo Caso, Massimo Mattolini, lo stesso De Sisti...».

De Sisti smentisce di essersi dopato.
«"Picchio" in televisione dice una cosa, quando siamo fuori insieme a fumare una sigaretta ne dice un'altra...».

E alla Lazio?
«Lì ci davano il Villescon, un farmaco che non faceva sentire la fatica. Arrivava direttamente dalla farmacia. Roba che ti faceva andare come un treno».

Altre squadre?
«Quando Herrera passò alla Roma, portò gli stessi metodi che aveva usato all'Inter. Di che cosa pensa che sia morto il centravanti giallorosso Giuliano Taccola, a 26 anni, durante una trasferta a Cagliari, nel '69?».

Ma secondo lei perché ancora adesso nessuno parlerebbe? Ormai sono - siete - tutti uomini di sessant'anni...
«Quelli che stanno ancora nel calcio non vogliono esporsi, hanno paura di rimanere tagliati fuori dal giro. Sono tutti legati a un sistema, non vogliono perdere i loro privilegi, andare in tv, e così via. Prenda mio fratello: è stato trattato malissimo dall'Inter, l'hanno cacciato via in una maniera orrenda e gli hanno perfino tolto la tessera onoraria per entrare a San Siro, ma lui ha lo stesso paura di inimicarsi i dirigenti nerazzurri e ne parla sempre benissimo in tv. Mariolino Corso, uno che pure ha avuto gravi problemi cardiaci proprio per quelle pasticchette, va in giro a dire che non mi conosce nemmeno. Anche Angelillo, che è stato malissimo al cuore, non vuole dire niente: sa, lui lavora ancora come osservatore per l'Inter. A parlare di quegli anni sono solo i parenti di chi se n'è andato, come Gabriella Beatrice o Alessio Saltutti, il figlio di Nello. È con loro che, grazie all'avvocato della signora Beatrice, Odo Lombardo, ora sta nascendo un'associazione di vittime del doping nel calcio».

Certo, se un grande campione come suo fratello fosse dalla vostra parte, la vostra battaglia avrebbe un testimonial straordinario...
«Per dirla chiaramente, Sandro non ha le palle per fare una cosa così».

E oggi secondo lei il doping c'è ancora?
«Sì, soprattutto nei campionati dilettanti, dove non esistono controlli: lì si bombano come bestie. Quello che più mi fa male però sono i ragazzini...».

I ragazzini?
«Ormai iniziano a dare pillole e beveroni a partire dai 14-15 anni. Io lavoro con la squadra della Borghesiana, a Roma, dove gioca anche mio figlio Michele, e dico sempre ai ragazzi di stare attenti anche al tè caldo, se non sanno cosa c'è dentro. Ho fatto anche una deposizione per il tribunale dei minori di Milano: stanno arrivando decine di denunce di padri e madri i cui figli prendono roba strana, magari corrono come dei matti in campo e poi si addormentano sul banco il giorno dopo, a scuola. Ecco, è per loro che io sto tirando fuori tutto».

"Si fanno regole per gli altri ed eccezioni per sé", Charles Lemesle

5 settembre 2006

I missili boomerang

(fonte: peacereporter.net - 02.08.2006)

Pochi proiettili, sparati ieri al confine fra le due Coree, dimostrano che fra i due Paesi sono tornate le tensioni. E’ stato uno scambio a fuoco simbolico, due colpi sparati dai soldati nordcoreani e sei risposti da quelli del sud senza provocare feriti, ma segno di quanto sia profonda la crisi nell’area. Con un'aggravante: le inondazioni che dal 10 luglio scorso hanno provocato qualche centinaia di morti e, secondo un'ong sudcoreana, addirittura 10mila vittime.

Alleanze compromesse. Dopo un periodo di distensione, le relazioni tra Seul e Pyongyang sono peggiorate in seguito ai test missilistici che la Corea del Nord ha effettuato il 5 luglio scorso. “Il Paese di Kim Jong-il ha sbagliato i suoi calcoli politici, senza riuscire a riportare l’attenzione sulla crisi dimenticata del nucleare”, ci spiega Rosella Idéo, docente di storia politica e diplomatica dell’Asia Orientale. Anche durante il summit dell’Asean in Malesia la questione è passata in secondo piano rispetto ad altre priorità, come la guerra fra Libano e Israele. “Per la Corea del Nord è stato un luglio drammatico”, continua Idéo. “Si è alienata i rapporti con Corea del Sud e Cina, le uniche che negli ultimi dieci anni avevano fatto da spalla diplomatica, economica e politica al suo regime”.

Un’ondata di sanzioni ed emergenza umanitaria. Le conseguenze di ciò sono drammatiche. Seul ha sospeso gli aiuti economici, tra cui l’invio di tonnellate di cibo, proprio durante le inondazioni che dal 10 luglio scorso in Corea del Nord hanno causato qualche centinaio di morti, 60mila sfollati, distruzioni di case, coltivazioni, ponti e strade. Oggi, tuttavia, l'autorevole organizzazione umanitaria sudcoreana "Buoni Amici" ha detto che i morti potrebbero arrivare fino a 10mila. "«Circa 4.000 sono dati per dispersi e ci aspettiamo che alla fine si arrivi alla cifra di 10.000», afferma l'organizzazione non governativa che contattata da PeaceReporter non ha potuto però rilasciare ulteriori informazioni su come ha reperito questo dato.
Secondo il Programma alimentare mondiale sono andate perse 100mila tonnellate di alimenti. Al Paese, colpito da frequenti carestie, ora restano solo gli aiuti delle Nazioni Unite e della Cina, che però ha imposto un altro tipo di sanzioni. “Pechino – insiste Idéo – ha stretto i freni, perché quando aveva chiesto alla Corea del Nord di non accrescere la tensione e quindi di non effettuare i test non è stata ascoltata. Così ha congelato i conti nordcoreani nella sua banca di Macao, imponendo lo stesso tipo di sanzioni finanziarie adottate nel 2005 dagli Stati Uniti”. L’unica cosa che continua a dimostrare il sostegno cinese alla dittatura di Kim Jong-il è stato l’impegno di Pechino affinché il Consiglio di Sicurezza Onu adottasse sanzioni più morbide di quelle proposte da Usa e Giappone, dopo il lancio dei missili nordcoreani. Nella Risoluzione del 15 luglio scorso non è stato tenuto in conto, infatti, il capitolo sette della Carta delle Nazioni Unite che consente l’uso della forza, ma si è impedito solo l’import ed export fra i Paesi membri e la Corea del Nord di componenti per la creazione di armi di distruzione di massa. Sia l’Onu sia l’Asean, inoltre, hanno chiesto a Pyongyang di tornate ai colloqui a sei sul nucleare con Stati Uniti, Cina, Russia, Giappone e Corea del Sud, incassando un fermo rifiuto.

Equlibrismi. Secondo la docente di geopolitica, tutta questa situazione dimostra il fallimento dell’amministrazione Usa e della mediazione cinese nella questione nucleare. Anche se i due Paesi agiscono per interessi opposti - Washington vuole far cadere il regime nordcoreano, mentre Pechino desidera il mantenimento dello status quo per impedire che una massa di profughi arrivi nel suo territorio – devono mantenere un gioco di equilibri. Se la Cina modera la Corea del Nord, impedisce la corsa agli armamenti nell’area e fa sì che gli Stati Uniti contengano le velleità indipendentiste di Taiwan.


"Riponi la tua fiducia in Dio, e tieni asciutta la polvere da sparo", Oliver Cromwell

3 settembre 2006

Beslan, due anni dopo...

(fonte: Enrico Piovesana - peacereporter)

La verità sulle responsabilità della strage è venuta a galla. Ma nessuno pagherà. Alle 9:30 di mattina del primo settembre di due anni fa, 60 terroristi ceceni – non 32 com’è stato sempre detto – presero in ostaggio 1.200 persone, tra alunni, maestre e genitori, nella scuola numero 1 di Beslan, nella repubblica russa dell’Ossezia del Nord. La polizia locale era a conoscenza del piano fin dalle 6:30, ma, corrotta dai terroristi, non mosse un dito per fermarlo.Dopo due giorni di stallo, il tragico epilogo: 331 ostaggi uccisi, di cui 172 bambini. La maggior parte di loro, oltre duecento, trovò la morte nel crollo del tetto della palestra, avvenuto a causa della prima esplosione, alle 13:03 del 3 settembre. Si disse che a causarla fu una bomba piazzata dai terroristi, e che il blitz delle forze speciali russe scattò solo dopo. La verità è venuta a galla. Ma fin dall’inizio, sopravvissuti e testimoni raccontarono un’altra verità, oggi confermata da un rapporto di 700 pagine stilato da Yuri Saveliev [*1 - MosNews.com], scienziato russo esperto di esplosivi interpellato della commissione d’inchiesta della Duma russa. Secondo lo studio di Saveliev – basato su centinia di interviste, fotografie e filmati, e pubblicato pochi giorni fa – a sparare per primi furono i militari russi: due granate incendiarie termobariche ‘RPO-A’ lanciate sul tetto della palestra, che collassò provocando il primo massacro [*2 - MosNews.com]. Gli altri ostaggi, oltre cento, vennero trucidati dai colpi dell’artiglieria russa, che impiegò carri armati ed elicotteri da guerra. Pochissimi furono quindi gli ostaggi uccisi dai terroristi. Ma Putin continua a negare. Il Cremlino, che in questi due anni ha sempre censurato ogni versione dei fatti diversa dalla verità ufficiale, ha definito il rapporto “una deliberata falsificazione dei fatti” [*3 - Utopia]. Putin non ha mai voluto un’inchiesta indipendente su Beslan, chiesta a gran voce sia dai parenti delle vittime – fortemente critiche verso il governo russo – sia dalla comunità internazionale. Il processo sulla strage, condotto in Russia, ha escluso errori da parte delle forze armate russe e si è concluso pochi mesi fa con la condanna all’ergastolo del venticinquenne Nurpashi Kulayev, il solo superstite del commando terroristico. Intanto la guerra in Cecenia continua. Nel frattempo, la mente del sequestro, il leader ceceno Shamil Basayev, è stato ucciso il 10 luglio dalle forze russe. Ma la guerra in Cecenia tra indipendentisti islamici e truppe russe – che prosegue da ormai 12 anni e che ha ucciso 300 mila ceceni e almeno 25 mila soldati russi – non è finita. Bombardamenti aerei, scontri a fuoco, agguati, rappresaglie contro i civili, rastrellamenti, rapimenti, torture, esecuzioni extragiudiziali sono l’infernale realtà in cui la Cecenia continua a vivere ogni giorno. Per chi volesse contattare Yuri Saviliev, ecco l'e-mail.

P.S.: Questa sera su RaiUno, dalle 23.25 alle 0.25 per Speciale Tg1, verrà trasmesso "I Misteri dell'11 settembre" a cura di Roberto Olla, che già si era occupato dello stesso argomento, sempre per lo stesso programma. Pare che saranno presentati nuovi documenti e nuove testimonianze sull'evento.

"Abele fu il primo a scoprire che le vittime morte non protestano", Stanislaw J. Lec

2 settembre 2006

La nuova Libertà

(fonte: effedieffe.com - Maurizio Blondet - 01.09.2006)

Giornalisti stranieri che vogliono coprire un servizio negli Stati Uniti non possono più arrivarci liberamente saltando sul primo aereo, nemmeno se provengono da un Paese da cui non è richiesto il visto (visa waiver), in genere un Paese europeo. Ora devono fornirsi di un visto speciale, «I Visa», rilasciato dalle ambasciate americane e solo da alcuni consolati. Senza questo, è vietato - e perseguito penalmente - raccogliere informazioni in USA [1]. Per ottenere l'«I Visa», occorre riempire un lungo formulario, in cui fra l'altro deve specificare che tipo di storia va a coprire in America, e per che giornale o TV lavora; i giornalisti indipendenti o free-lance vengono esclusi. Il giornalista inoltre deve recarsi personalmente nella sede dell'ambasciata USA per essere sottoposto a «intervista personale» e «raccolta di dati biometrici»: ossia deve lasciare le impronte digitali prese con scanner elettronico sul posto; in certe ambasciate viene rilevata l'iride. Chi arriva all'ambasciata o al consolato farà bene a lasciare a casa il telefonino, come ogni altro oggetto elettronico. In genere, all'entrata il telefonino viene consegnato e poi restituito all'uscita dall'intervista: è possibile che nel frattempo, i numeri nella memoria vengano registrati, e forse lo stesso cellulare «modificato». Il nuovo visto per la stampa è anche costoso: 85 euro, 108 dollari.

Strano e curioso il metodo di pagamento imposto: in Germania e Danimarca è vietato pagare in contanti, con carta di credito o assegno. Bisogna fare il versamento su uno speciale conto bancario indicato dall'ambasciata. In Germania, ad un'entità semi-sconosciuta, la Roskos & Meier OHG, un ufficetto di una ventina di dipendenti che risulta una sussidiaria del gruppo Allianz. A Cipro, gli USA hanno scelto come banca di fiducia per il versamento la LAIKI Bank. Ossia la banca che durante il regime di Milosevic deteneva i conti segreti del capo serbo, e attraverso cui passavano le transazioni per la fornitura a Milosevic di carburante, materie prime, parti di ricambio ed armi - in violazione dell'embargo ONU. In ogni Paese è stata scelta una banca diversa, senza apparente motivo. Il motivo reale non può essere che uno: sono banche infiltrate dai servizi americani. Il visto può essere rifiutato senza spiegazioni. Per giunta, anche in caso di rifiuto, gli 85 euro o 108 dollari, che hanno dovuto essere versati in anticipo, non vengono rimborsati.
Solo alcuni uffici diplomatici danno questo visto. Così ad esempio un giornalista del Liechtenstein deve andare in Svizzera: ma non a Zurigo, sede diplomatica e città da cui si può poi partire sul primo aereo disponibile, bensì nella sonnolenta Berna. Un giornalista di Monaco deve ottenere il visto personalmente a Parigi. Uno di Granada deve viaggiare fino alle Barbados (Bridgetown). Un groenlandese, deve prendere prima l'aereo e farsi dare il visto a Copenhagen, poi riprendere l'aereo verso ovest e andare in USA.

Una volta atterrati in USA, il costoso «I Visa» non ti facilita; anzi ti candida a lunghi interrogatori nell'aeroporto e ad umilianti ispezioni corporali. Un giornalista danese ha denunciato di avere dovuto subire… un'ispezione rettale da parte di un agente della Homeland Security. Alcune giornaliste provenienti dalla Gran Bretagna e dall'Australia - Paesi alleati, dopotutto - sono state palpate in modo offensivo e, alle loro proteste, ammanettate. Il visto speciale per la stampa era richiesto in URSS e in Paesi come la Bulgaria, è ancora richiesto in Cina e in Siria. A Cuba le restrizioni sono notevolmente inferiori a quelle in vigore in USA. Israele restringe severamente la libertà di movimento dei giornalisti stranieri a Gaza e in Cisgiordania. Ma in nessuno di questi regimi, tra le pratiche per la stampa, sembra contemplata l'ispezione rettale. Questa è una novità americana, della terra delle libertà. Infatti, nel sito web del Dipartimento di Stato si legge la seguente dichiarazione: «No, l'America non è una fortezza; non vogliamo mai essere una fortezza. Siamo un Paese libero, siamo una società aperta. E noi dobbiamo sempre difendere i diritti della nostra legge - diritti dei cittadini ossequiosi alle leggi che vengono dal mondo per affari, studio e passare il tempo con la famiglia». Firmato: George Bush, il Fuehrer.

Evidentemente, ficcare l'indice di un poliziotto nell'ano di giornalisti appena atterrati fa parte della vita in un Paese libero. E' la nuova libertà, bisognerà abituarsi. Si apprende che l'AIPAC (American Israeli Public Affairs Committee, il braccio più politico della lobby) esige la chiusura di un sito internet iraniano, Baztab, che usa un server americano. Baztab ha riportato alcuni brani degli interrogatori cui Hezbollah ha sottoposto i due soldati israeliani «rapiti» (catturati) il 12 luglio, inizio della distruzione del Libano. I due soldati avrebbero ammesso che l'attacco militare israeliano era previsto per settembre-ottobre, ma la reazione Hezbollah aveva indotto ad anticiparlo [2].

Note:
1) Wayne Madsen Report, 29 agosto 2006.
2) Yossi Melman, «AIPAC urges US to shut iranian website», Haaretz, 28 agosto 2006.

"L'essenza della libertà è sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perchè così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto ch esono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c'è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l'illusione di averla.", Isaiah Berlin