31 ottobre 2006

La democrazia non piove dal cielo

(fonte: peacereporter.net - Enrico Piovesana)

Una distesa di lettini di legno disposti in file ordinate sotto il sole nella piana di Khar, davanti alle rovine della scuola coranica di Chingai [*1]. Sullo sfondo, a pochi chilometri, le montagne che segnano il confine con l’Afghanistan. Su ogni lettino, avvolto in lenzuola sporche di sangue, il cadavere, o pezzi di un cadavere. Ottantatre in tutto. Insegnanti e studenti – dagli otto ai vent’anni – della madrasa bombardata e distrutta questa mattina prima dell’alba dai missili lanciati dagli elicotteri da guerra dell’esercito pachistano. Che afferma invece di aver ucciso 83 “sospetti terroristi” di al Qaeda. Il raid aereo è scattato alle 5 di mattina. Obiettivo: la madrasa Zia-ul-uloom Taleem-ul-Quaran, un edificio isolato nei pressi del villaggio di Chingai, 10 chilometri a nord di Khar, la città principale della regione tribale di Bajaur. Secondo il generale Shaukat Sultan, portavoce dell’esercito di Islamabad, la madrasa era un obiettivo legittimo in quanto “era utilizzata dai terroristi di al Qaeda come campo di addestramento, non come scuola di teologia islamica”. La prova? A dirigerla era il focoso teologo locale Maulana Liaqatullah, esponente del gruppo islamico Terhrik Nefaz-e-Shariat Muhammad, bandito dal governo per i suoi presunti legami con al Qaeda. Ma i residenti del villaggio sostengono che nella scuola – certamente una delle tante madrasa pachistane in cui si insegna l’islam integralista deobandi (variante indo-pachistana del wahabismo) – si trovavano solo studenti e insegnanti. Lo conferma lo stesso ministro pachistano per la Frontiere Nord-Occidentali, Siraj-ul-Haq, che dopo essersi recato sul luogo del bombardamento si è dimesso dal suo incarico in segno di protesta contro quello che ha definito un “criminale attacco condotto dagli Stati Uniti e dai loro alleati”, un attacco di cui il governo pachistano si sarebbe addossato la responsabilità “per compiacere il suo padrone, gli Stati Uniti”.

Chingai si trova vicino a Damadola, il villaggio bombardato dall'aviazione Usa lo scorso 13 gennaio in un raid che uccise almeno 18, forse 30 civili nel villaggio pachistano di Damadola, a pochi chilometri dal confine afgano [*2]. Un attacco sferrato con missili lanciati da velivoli telecomandati Usa ‘Predator’ e organizzato dalla Cia allo scopo di eliminare l’ideologo di al Qaeda e braccio destro di bin Laden, il medico egiziano al Zawahiri. Che però, secondo i sempre ben informati servizi segreti pachistani (Isi), non si trovava a Damadola.

"Prima di essere travolti come pula che scompare in un giorno; prima che piombi su di voi la collera furiosa del Signore, cercate il Signore voi tutti, umili della terra, che eseguite i suoi ordini; cercate la giustizia, cercate l'umiltà, per trovarvi al riparo nel giorno dell'ira del Signore", Sofonia, 2, 2-3

30 ottobre 2006

Iraq: i nove paradossi di una guerra persa

(fonte: tomdispatch.com - Tom Engelhardt)

Recentemente il New York Times ha suggerito che che l’esercito americano ed i marine fossero prossimi a cambiare l’approccio concettuale alla guerra in Iraq. Le due istituzioni, riportava Michael R. Gordon, “ stanno terminando un lavoro su una nuova dottrina per la contro-insorgenza” che dovrebbe, secondo il tenente generale in pensione General Jack Keane, "cambiare l’intera cultura (dei militari) mentre transita al warfare irregolare”. Questi momenti strategici nei quali si grida “Eureka!” sono stati abbastanza comuni da quando l’amministrazione Bush invase l’Iraq nel marzo 2003, e questo - la copertura del quale è morta in meno di una settimana- sarà probabilmente buttato nel cestino della spazzatura della storia insieme alle altre volte nelle quali si è creduto che l’approccio tattico e strategico alla guerra dovesse cambiare. Questo piano però aveva una parte intelligente, tratta da un articolo che quattro esperti militari hanno pubblicato sulla rivista semi-ufficiale Military Rewiew, intitolato: “"I paradossi della contro-insorgenza " (“The Paradoxes of Counterinsurgency”). I nove paradossi che questi esperti evidenziano sono a dir poco vistosi e rendono interessante la lettura; ma sono anche più di stimolanti rompicapo del warfare relativo alla contro-insorgenza. Ciascuno di questi contiene implicite critiche alla strategia americana in Iraq. Visti in questa luce diventano lezioni istruttive da parte degli interni sul perché la presenza americana in Iraq sia stata un tale disastro e perché questa (o di qualunque altro paese) nuova strategia abbia ridotte possibilità di portare miglioramenti. Ecco l'articolo, tradotto in italiano da altrenotizie, contenente i 9 paradossi.

"L'umanità deve mettere fine alla guerra, o la guerra metterà fine all'umanità", John Fitzgerald Kennedy

27 ottobre 2006

L'Europa si muove per uccidere Internet

(fonte: PrisonPlanet.com - Paul Joseph Watson - 26/10/2006)

L'amministrazione Bush sta facendo il possibile per infiltrarsi, manipolare, regolare e inquinare la Rete attraverso la propaganda Neo-con, come pure uno dei punti fermi della loro agenda consiste nel disegnare i blogger americani come terroristi. Atteggiamento che ben presto sarà imitato dal governo britannico e dalle altre principali nazioni europee. Il Ministro degli Interni inglese, John Reid (nella foto), politico con un passato da radicale stalinista [*1 - guardian], si è recentemente incontrato con i ministri delle sei più importanti nazioni europee e ha ottenuto la loro collaborazione per rendere internet un luogo più ostile per i terroristi [*2 - bbc]. Come porteranno a termine il loro scopo? Iniziando una rigida campagna contro coloro che usano internet per diffondere la propaganda. Nel Regno Unito la paura paranoica della diffusione di teorie alternative che possono contraddire le versioni ufficiali è una delle ragioni per cui è stato bandito il diritto di protestare senza autorizzazione del governo [*3]. Analogamente la richiesta di accesso del governo statunitense al database delle parole di ricerca di circa 150 milioni di americani [*4 - theregister] prova che le elite dominanti stiano tentando di controllare l'ultimo baluardo della libertà di informazione e di limitare la sua influenza sul pubblico. Anche l'Unione Europea si sta muovendo in questo senso, cercando di imbrigliare la diffusione di informazioni nella Rete. Il primo passo sarà quello di introdurre una serie di leggi che limitino notevolmente l'upload di filmati protetti da licenza [*5].

"Spacciare deliberate menzogne e credervi con purità di cuore, dimenticare ogni avvenimento che è divenuto sconveniente, e quindi, allorché ridiventa necessario, trarlo dall'oblio per tutto quel tempo che abbisogna, negare l'esistenza della realtà obbiettiva e nello stesso tempo trar vantaggio dalla realtà che viene negata... tutto ciò è indispensabile, in modo assoluto", 1984 - La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico di Emmanuel Goldstein

26 ottobre 2006

Non fa una bella figura l'Italia in tribunale...

(fonte: lavoce.info)

Si è celebrata ieri la Giornata europea della giustizia civile e l’Italia ancora una volta si è presentata a testa bassa. All’inizio di ottobre il Consiglio d’Europa ha denunciato deficienze strutturali del sistema giudiziario italiano tali da minacciare lo Stato di diritto. Non è una novità, ormai da diversi anni l’Italia si posiziona nella visione di tutte le istituzioni internazionali nelle ultime posizioni per performance del settore giustizia. Non è solo la preservazione dello Stato di diritto a preoccupare: una giustizia civile troppo lenta ha un impatto negativo e rilevante sul grado di competitività del sistema economico. L’inefficienza della giustizia civile italiana risiede in alcune carenze dal lato dell’offerta, ma anche in molte storture che interessano il lato della domanda. L’ultimo rapporto Cepej, di cui consiglio la lettura, pubblicato all’inizio di ottobre, mostra nuovamente che le risorse pubbliche impegnate nel settore giustizia in Italia non sono scarse, ma sono in linea con la media di altri paesi dell’Europa a 15, che hanno però tempi dei processi di molto inferiori. Non è quindi in una carenza di spesa la radice dell’inefficienza della nostra macchina giudiziaria. Questa affermazione appare in contrasto con l’esperienza comune: si porta spesso all’attenzione pubblica il fatto che i tribunali non hanno risorse, al punto da rendere critico anche lo svolgimento delle attività quotidiane. Le denunce di disagio non sono, tuttavia, in contrasto con l’evidenza di una destinazione di risorse non esigua al settore. Emerge dai dati che è la composizione della spesa a risultare differente da quella degli altri paesi: la componente incomprimibile per l’Italia è molto alta. Il 77 per cento del budget dei tribunali è assorbito dalle retribuzioni dei magistrati e del resto del personale. Per l’Austria questo rapporto è del 55 per cento, per la Francia del 54 per cento, per Germania e Svezia del 60 per cento.
"Il sentimento di giustizia è così universalmente connaturato all'umanità da sembrare indipendente da ogni legge, partito o religione", Voltaire

24 ottobre 2006

La libertà di stampa in Italia, anno 2006


É stato pubblicato il quinto rapporto mondiale sulla libertà di stampa [*1], edito da Reporters Sans Frontieres. L'Italia si è piazzata 40ª, salendo di due posizioni rispetto al 2005. Ma la vera notizia è che l'Italia è superata in classifica da alcuni Paesi del sud del mondo, come Mali e Ghana. Reporters sans frontières constata, comunque, che Berlusconi ha ancora una grande influenza nel mondo dell'informazione con il suo controllo sulla RAI e con il possesso immutato delle sue tre reti Private. Ecco la testuale valutazione di RSF sulla situazione italiana [*2]:

"L’indépendance des médias italiens souffre toujours d’une situation unique en Europe : le chef du gouvernement possède les trois principales chaînes privées du groupe audiovisuel Mediaset et contrôle indirectement les trois chaînes publiques de la RAI".

23 ottobre 2006

L'inizio della fine dell'America

(fonte: luogocomune.net)

Approfondimenti consigliati:

"Lasciatemi affermare la salda convinzione che l'unica cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura", Franklin Delano Roosevelt

20 ottobre 2006

Save the children

Con la campagna internazionale “Riscriviamo il Futuro”, Save the Children vuole assicurare l’istruzione, entro il 2010, ad 8 milioni di minori che in 20 paesi vivono una quotidianità fatta di guerra, terrore, famiglie disgregate, popolazioni decimate, case e scuole distrutte. Save the Children si propone di ricostruire scuole, fornire libri, quaderni, cibo e medicine, sostenere gli insegnanti, seguire le famiglie sfollate con scuole mobili, mettere in atto programmi di studi per ex bambini soldato. L'operazione è valida dal 10 settembre al 31 Ottobre. Invito tutti a sostenere, con un piccolo gesto, questa iniziativa.


"Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini", Dante Alighieri

19 ottobre 2006

I Terroristi del New Jersey

(fonte: altrenotizie - Fabrizio Casari)

Il candidato democratico del New Jersey, Albio Sires, è uomo dalla amicizie particolari e non tutte degne di essere rivendicate. Ma tra le tante di cui non andare fiero, spicca quella con Angel Alfonso Aleman, suo braccio destro nella campagna elettorale, già assistente dello stesso Sires in qualità di supervisore alla sanità quando l’aspirante deputato era sindaco di West New York. Angel Alfonso Aleman è oggetto di una inchiesta dell’FBI per la sua appartenenza alla “cupola del nord” della Fnca, la Fondazione Nazionale Cubano Americana, associazione terroristico-mafiosa della Florida, finanziatrice - tra l’altro - di Luis Posada Carriles, il “Bin Laden delle Americhe, secondo la rappresentazione delle associazioni per i diritti umani Usa. Sires è di origine cubana, essendo nato a Bejucal, Cuba, 55 anni fa. Lasciò l’isola all’età di dieci anni insieme ai suoi genitori e si trasferì negli Usa, proprio a West New York, dove entrò rapidamente a far parte della ragnatela di interessi direttamente vincolati alle attività mafiose (particolarmente prostituzione e gioco d’azzardo) della Fnca, molto radicata anche nel New Jersey. Fu grazie all’appoggio della comunità cubanoamericana che nel 1995 venne eletto sindaco di West New York, incarico che gli consentì anche di nominare il suo compare Aleman a Supervisore della sanità. Le relazioni ambigue di Sires con Aleman non sono quindi casuali, né si fondano certo su presupposti professionali; piuttosto è la politica ad unirli, particolarmente l’odio verso Cuba e il sostegno ai gruppi terroristici anticubani che operano dall’interno degli Stati Uniti. Aleman ha un lungo curriculum da terrorista, che lo ha visto finanziatore ed organizzatore dell’attacco contro la nave cipriota Mikonos, il 2 aprile del 1993 e di lui si ricordano i guardiacoste portoricani che nel 1997 lo arrestarono trovandolo a bordo dello yacht “La speranza”, diretto all’isola Margherita in Venezuela, zeppo di armi. Aleman, vistosi scoperto, pensò per un attimo di trovarsi a Miami gridando “sono armi per uccidere Castro”. Era indubbiamente vero, ma se le armi erano destinate ad uccidere Castro, lui però non era a Miami e venne arrestato. Il complotto, ordito insieme a Posada Carriles e alla Fnca, era fallito, più o meno come gli altri 600 destinati al leader cubano negli ultimi 48 anni. Ad accompagnare Aleman, tra gli altri, c’era Juan Batista Marquez, arrestato poche settimane dopo dalla DEA, che lo accusò d’importare negli Stati Uniti 365 kg di cocaina, di cospirazione per introdurne altri 2000 e di riciclaggio di denaro sporco. Sempre il FBI lo indica come sospetto aiutante di Posada Carriles nella catena di attentati del 1997, dove rimase ucciso l’italiano Fabio Di Celmo. Un galantuomo, insomma. Ebbene, il signor Aleman si occupa oggi della protezione fisica del candidato Sires, del quale è assistente personale e per il quale organizza gli incontri con gli elettori cubanoamericani. Era al suo fianco anche in occasione della sua visita al Congresso USA che discuteva di immigrazione illegale. Noti anche i legami con il gruppo terroristico “Alpha 66”, del quale è membro un arcinoto terrorista, Silverio Rodriguez, che - guarda caso - lavora come “ispettore” per Sires. Rodriguez ha un curriculum persino peggiore del suo socio in affari Aleman: nel 1970 venne condannato per traffico d’armi e violazione della legge di neutralità e, successivamente, partecipò a tentativi di assassinare Fidel Castro in Messico, Spagna, Francia e Brasile, sempre in occasione dei viaggi del Capo di Stato cubano all’estero.Albio Sires, va detto, in cotanta compagnia si trova perfettamente a suo agio. All’inaugurazione della sua campagna elettorale, in un hotel di Secausus, sempre nel New Jersey, c’erano tutti i dirigenti della “cupola nord” della fondazione che fu di Mas Canosa. Già membro anche lui della Fnca, ha partecipato a diverse attività della fondazione in Florida e la stessa lo ritiene, a ragione, uno dei suoi uomini di punta inseriti nell’establishment politico statunitense, tanto che proprio dalla Fnca è partita la raccolta di fondi per la sua campagna elettorale e, nel sito web della fondazione, è possibile trovare l’indicazione di Sires per il Distretto 13 del New Jersey. Il legame di Sires con la Fnca è quindi stretto quanto inquietante. [... l'articolo prosegue qui]

"La giustizia deve essere congiunta al potere, così che ciò che è giusto possa anche aver potere, e che ciò che ha potere possa essere giusto", Blaise Pascal

18 ottobre 2006

Prima del sequestro

(fonte: peacereporter.net - 15.10.2006 - Maso Notarianni)

Una nuova telefonata tra Torsello e l'ospedale di Emergency a Lashkargah è intercorsa questa sera alle 21.30 ora locale afgana. Gabriele Torsello, il giornalista fotoreporter scomparso lo scorso giovedì ha parlato al telefono con il responsabile afgano della sicurezza dell'ospedale di Lashkargah, rassicurandolo sulle proprie condizioni di salute. "Sto bene - ha detto Torsello - ci siamo spostati di zona". Rakmatullah, il responsabile della sicurezza dell'ospedale di Lashkargah, ha parlato anche con i rapitori di Torsello i quali hanno promesso una nuova comunicazione.

Era appena tornato da
Musa Qala, Gabriele Torsello. Una città a nord di Lashkargah, sopra il distretto di Sangin. Una città sconosciuta al mondo ma ben inquadrata nel mirino dei cacciabombardieri Nato-Isaf. E' stato lì con la sua Nikon D200, ed è tornato con delle foto importanti. Musa Qala non c'era più. Al posto dei palazzi e delle case, solo degli enormi crateri. Persino l'ospedale è stato raso al suolo dai bombardieri in missione di pace e di stabilizzazione. E questo aveva molto colpito gli operatori di un altro ospedale, quello di Emergency a Lashkargah. Colpiti e indignati: "Possibile che si possa bombardare un ospedale?". Possibile, se si accettano le regole della guerra. Che sono le stesse sia che la guerra si faccia con cinture esplosive o che la si faccia con i bombardieri. Lo scopo è uno solo: terrorizzare i civili, colpirli, massacrarli quanto più possibile. Salvo poi farli passare per effetti collaterali. O salvo poi mettere di fianco ai cadaveri dei kalashnikov e travestirli così da combattenti talebani.

Gira solo, senza alcun autista, Gabriele. Conosce bene quelle zone. Conosce la gente del sud, e vuole raccontare quello che, nascosto ai riflettori delle televisioni, alla gente del sud sta succedendo. Per questo, nonostante tutti lo avessero sconsigliato, un mese fa era partito per le zone più colpite dalle aviazioni occidentali. "E' molto appassionato - racconta Marina Castellano, infermiera di Emergency - e per nulla sprovveduto. Parla anche Pashto, la lingua dei talebani. Me lo sono ritrovato fuori dall'ospedale un mesetto fa. Era appena stato rilasciato dalla polizia locale". Lo avevano scambiato per un terrorista talebano - vedi la sorte - perché era vestito da afgano, ma aveva tutte le borse e i marsupi che un fotografo si porta appresso. Si era fermato a bere una bibita nella via parallela a quella della residenza del governatore, e le guardie del corpo gli erano saltate addosso, buttandolo a terra e tenendolo a faccia in giù con le canne dei fucili mitragliatori puntate in faccia. Pericoloso fermarsi in quella via, dove hanno sede le "organizzazioni non governative" collegate ai militari inglesi e americani. "Voglio andare a vedere cosa stiamo combinando nelle province colpite dai raid aerei" aveva annunciato. Ed è partito. Facendo in tempo a fotografare
l'attentato che a Lashkargah lo scorso 26 settembre aveva colpito proprio la strada delle "Ong" facendo 20 vittime, 8 poliziotti e 12 civili.

"Alla fine è partito davvero, non c'è stato verso di fermarlo", racconta ancora Marina. "Gli abbiamo lasciato i nostri numeri di telefono. Gli abbiamo chiesto di tenerci aggiornati, di farci sapere come andava. Francamente eravamo un po' in ansia per Gabriele che, nonostante tutte le nostre preoccupazioni, se ne stava andando in posti davvero pericolosi per poter documentare gli orrori della guerra". Poi è tornato: "Martedì scorso mi è arrivato un messaggio: sono qui, sono tornato, tutto bene". Gabriele è ripassato dall'ospedale di Emergency. E ha mostrato il suo lavoro. "Non aveva più soldi, ma voleva continuare a documentare lo schifo che gli occidentali stanno combinando in quelle province. Così ha deciso di tornare a Kabul, per provare a vendere da lì le sue foto, e poi ripartire". "L'ultimo momento in cui lo visto, mercoledì scorso, l'ho accompagnato al cancello. Aveva sulla spalla il tappeto per la preghiera che, a lui musulmano, aveva appena regalato Rahmat, il consulente afgano della sicurezza del nostro ospedale. Era già vicino al cancello, e io l'ho richiamato. Gli ho detto 'ti prego stai attento, non mi fare preoccupare, che sei già diventato la mia fonte di ansia'. Lui si è voltato e mi ha detto: 'Tranquilla, appena arrivo a Kabul ti chiamo". Ha chiamato, Gabriele, proprio l'ospedale di Emergency, probabilmente l'unico numero occidentale nella memoria del suo telefono afghano. Ma non ha chiamato da Kabul.


Segnalo l'articolo del corriere "I talebani negano di aver rapito Torsello".

"Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri che muoiono", Jean-Paul Sartre

16 ottobre 2006

Piccola e letale, ecco l'arma testata a Gaza

Addio cluster bomb, le nuove munizioni figlie della guerra al terrorismo si chiamano Small diameter bomb e Dense inert metal explosive (Dime) [*globalsecurity.org]. Aspirano ad essere ordigni «umanitari»: piccole dimensioni, effetto circoscritto, usabili su zone abitate senza sollevare troppe proteste. In realtà sono più letali delle precedenti: frammenti cancerogeni, tagli e ferite che non si rimarginano.

Più piccole, più letali e più precise. Svuotati gli arsenali dalle discusse bombe a grappolo, sarebbe ora nelle «armi a letalità concentrata», o «munizioni dai ridotti danni collaterali», la svolta per la cosiddetta guerra al terrorismo. Una nuova generazione di ordigni dalle ridotte dimensioni ad effetto circoscritto, tanto da poterle utilizzare nelle aree densamente popolate: in Afghanistan, in Iraq, nei Territori occupati palestinesi, in Libano. Non tanto per contrastare un esercito regolare, quanto piccoli gruppi di guerriglieri spesso camuffati (secondo le versioni ufficiali) all'interno dei centri abitati. Un tipo di intervento, il bombardamento aereo, finora limitato dagli estesi danni che esso comporta: decine di civili uccisi, abitazioni danneggiate, proteste dell'opinione pubblica. Ora il problema potrebbe essere risolto. A partire dalle richieste di marina e aviazione americane, con la plausibile cooperazione militare israeliana, nel 2003 la Boeing ha vinto l'appalto per la progettazione delle Small diameter bomb (bombe di piccolo diametro), ordigni che non superassero i 90 chili di peso e il metro e mezzo di lunghezza. Grazie ad ingenti stanziamenti da parte del Dipartimento della difesa americano (investimenti raddoppiati nel 2004) i primi prototipi sono stati disponibili per la sperimentazione sul campo a partire dal maggio 2006, e già dallo scorso settembre sarebbero disponibili negli arsenali militari. Con una variante rispetto alle munizioni tradizionali: il Dense inert metal explosive, ovvero l'ultimo ritrovato in fatto di letalità concentrata
[*lemonde]. Il Dime è formato da una carica interna in lega di tungsteno (quello delle lampadine, tanto per capirne conduzione e reattività). Libera nell'aria una polvere incandescente che, cadendo sul proprio peso specifico, aggredisce l'obiettivo con una certa angolazione provocando innumerevoli tagli e ferite senza superare i 4 metri di gittata. Alla carica inerte viene combinato un involucro esterno in fibra di carbonio, più leggero ed economico del metallo, invisibile a raggi x. Una volta esploso si polverizza in microparticelle invece che in schegge. Pur essendo capace di penetrare il cemento armato, la fibra di carbonio non offre eccessiva resistenza alla detonazione dell'esplosivo contenuto, aumentandone di fatto l'efficacia, al punto che i primi prototipi hanno distrutto gli strumenti di misurazione dei laboratori militari. Un Dime sarebbe inoltre capace di seguire il proprio obiettivo mobile grazie alla propria leggerezza e ad un sistema di controllo Gps. Dunque: alta precisione, esplosione circoscritta, nessuna scheggia. Ma la svolta sembra poco positiva. Test finora intrapresi nei laboratori militari di Maryland avrebbero dimostrato, secondo il New Scientist del febbraio 2005, una mortalità del 100% sulle cavie: esposte ai frammenti di tungsteno, nel giro di 5 mesi sviluppavano tutte la stessa rara forma di cancro, il rabdosarcoma [*National Institute of Environemntal Health Sciences] - [*Oxford University Press]. Ma accantonando le ipotesi sulla tossicità del tungsteno, rimangono preoccupazioni più urgenti. Se quanto testato a Gaza erano Dime, come sembra altamente probabile, gli effetti prodotti sembrano più gravi di quelli delle vecchie bombe in acciaio. Poche centinaia di schegge vengono sostituite da una lacerante nube di particelle incandescenti che penetrano, tagliano e ustionano le vittime fino alle ossa. Nel giro di pochi minuti provocano la necrosi di interi arti, infine si depositano all'interno del corpo senza possibilità di estrazione. Il tutto in uno scenario asimmetrico, nel quale da una parte c'è un essere umano, dall'altra una bomba sganciata da un drone pilotato a distanza, e dove aumenta il numero delle vittime invisibili: gli invalidi permanenti. Ottenere il massimo dei risultati e il minimo delle perdite, questo l'imperativo. E, viste le ridotte dimensioni delle Dime, le munizioni incamerabili da ogni velivolo si quadruplicano automaticamente. In conclusione, la differenza delle munizioni a letalità concentrata potrebbe essere proprio nella giustificazione morale suggerita dai committenti stessi: il presunto interesse a limitare i danni collaterali. Difficile, in base al diritto umanitario, proibire l'uso di queste munizioni, devastanti nei fatti ma presentate come ridotte, circoscritte ai soli «terroristi». Il Dime, economico e leggero, potrebbe essere sganciato in aree densamente popolate, in quantità quattro volte superiori, provocando gli effetti riscontrati a Gaza (né civili, né donne né bambini sono stati risparmiati). E allora sarà la sua stessa definizione di arma a basso danno collaterale a fornire un alibi a chiunque la utilizzi, assai più giustificabile delle «vecchie» armi finora utilizzate [*DefenseTech.org].

13 ottobre 2006

La morte dell'Habeas Corpus

Il "Military Commission Act" del 2006, recentemente approvato dal congresso, contiene due provvedimenti che costituiscono una seria minaccia per i diritti dell'individuo: l'abolizione delle tutele che l'habeas corpus prevedeva nei confronti degli arresti e delle detenzioni arbitrarie, combinato con la ridefinizione del termine "combattente fuorilegge". Ecco la nuova definizione, di più aperta interpretazione, enunciata nella legge [*1] passata dal congresso:

"The term 'unlawful enemy combatant' means - (i) a person who has engaged in hostilities or who has purposefully and materially supported hostilities against the United States or its co-belligerents who is not a lawful enemy combatant (including a person who is part of the Taliban, al-Qaeda, or associated forces); or (ii) a person who, before, on, or after the date of the enactment of the Military Commissions Act of 2006, has been determined to be an unlawful enemy combatant by a Combatant Status Review Tribunal or another competent tribunal established under the authority of the president or the secretary of defense."

Dal corpus legislativo inglese, l'Habeas corpus [*testo] è passato in tutte le costituzioni occidentali, fino ad approdare alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, che all'Articolo 9 recita: Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato. Ecco un estratto della trasmissione "Countdown" andata in onda sulla rete Statunitense MSNBC il 10 Ottobre, in cui il conduttore Keith Olbermann ha fatto un'eccellente analisi, tagliente ed ironica, delle implicazioni del Military Commission's Act [*link - forumRai] di recente approvazione al Congresso.



"Tutto ciò che viene privato della sua libertà perde sostanza e si spegne rapidamente", Edouard Manet

12 ottobre 2006

Inquietanti giochi di guerra

(fonte: peacereporter - Enrico Piovesana - 12.10.2006)

Dal 4 al 14 dicembre si svolgerà il più grande “war game” annuale delle forze armate Usa: il “Vigilant Shield”, Scudo di Vigilanza. Si tratta di una costosissima esercitazione militare su scala planetaria che coinvolge tutti i comandi statunitensi: il Centrale, lo Strategico, il Nord, il Sud e il Pacifico. Per dieci giorni, migliaia di militari Usa sparsi per tutto il globo simuleranno operazioni e manovre di guerra navale, aerea e missilistica, secondo uno scenario che scandirà, giorno per giorno, l’evoluzione di un conflitto nucleare tra Stati Uniti da una parte e Russia e Corea del Nord (con Cina sullo sfondo) dall’altra. Un conflitto scatenato dall’aggravarsi delle crisi nucleari iraniana e nordcoreana. I paesi nemici non sono esplicitamente citati, ma indicati con nomi di facile decifrazione: Irmingham (Iran), Nemazee (Nord Corea), Ruebek (Russia) e Churya (China). Una cosa particolarmente stupida, un enorme spreco di denaro pubblico e un insulto alla nazione, l’ha definito il Washigton Post, pubblicando i dettagli dell’esercitazione. Uno scenario inquietante. Tutto inizia con il precipitare della crisi scatenata dal programma di arricchimento dell’uranio messo in atto dal paese mediorientale di Irmingham. Il paese eurasiatico di Ruebek cerca di mediare nella crisi tra Stati Uniti e Irmingham, ma segretamente sostiene il programma nucleare di quest’ultimo. Parallelamente, il paese asiatico di Nemazee, con il sostegno della potenza di Churya, continua a sviluppare il suo arsenale nucleare e missilistico con test che il Pentagono non riesce più a distinguere da veri e propri preparativi per lanci di missili a testata nucleare. In questo clima, mentre la diplomazia internazionale è al lavoro, Ruebek, temendo un’azione militare preventiva Usa contro l’ Irmingham, dispiega a scopo dissuasivo la sua flotta di sommergibili nel Pacifico. La tensione tra Usa e Ruebek sale alle stelle: le rispettive ambasciate vengono chiuse e il personale diplomatico richiamato in patria. La Nato cerca di mediare, ma Ruebek inizia i preparativi di guerra con il sostegno di Churya. Cinque giorni di guerra nucleare. Il presidente Usa, in un discorso alla nazione, mette in guardia il Paese sui possibili esiti della crisi in corso e annuncia l’adozione del Piano di Continuità di Governo (il suo trasferimento nei bunker anti-atomici di Cheyenne Mountain e Raven Rock), motivandolo con minacce di attacchi terroristici al Pentagono. Il 10 dicembre, scatta l’ora x. Ruebek lancia un attacco aereo contro le difese antimissilistiche Usa, seguito dal lancio di quattro missili intercontinentali con testata nucleare che colpiscono i rifugi sotterranei del governo, senza però distruggerli. Anche Nemazee lancia un paio di missili nucleari contro gli Stati Uniti. Nessuna città statunitense viene colpita, ma i “terroristi” (con sospetto tempismo) fanno esplodere una bomba nucleare “sporca” al Pentagono, uccidendo 6mila persone. Ma questo non ostacola le capacità difensive Usa, che infatti contrattaccano lanciando due missili nucleari contro Ruebek annullando la sua capacità offensiva. Così, il 14 dicembre, la guerra finisce. Con quanti morti, lo scenario non lo dice.

"La deterrenza è l'arte di creare nell'animo dell'eventuale nemico il terrore di attaccare. Ed è proprio a causa dei congegni che determinano la decisione automatica irreversibile, escludendo ogni indebita interferenza umana, che l'ordigno "Fine del Mondo" è terrorizzante, eh, eh, eh, e di facile comprensione. E assolutamente credibile e convincente", Peter Sellers nel Dottor Stranamore

I piani Usa per la Corea del Nord

(fonte: La Stampa - Maurizio Molinari)

La Corea del Nord non sopravvivrebbe ad uno scontro con gli Usa, ma sei giorni di guerra basterebbero a fare l'intero numero di vittime americane cadute finora in Iraq. Sono stime del Pentagono, che tiene sempre pronti i piani contro Pyongyang. Per valutare le opzioni di un'ipotetica soluzione militare alla crisi, bisogna considerare le forze in campo. Kim Jong-il ha circa 1,2 milioni di soldati. Considerando i rapporti fra le due popolazioni, è come se l'Italia avesse oltre 3 milioni di persone sotto le armi. Poi, secondo i dati della Federation of American Scientists e Global Security, ci sono 3.800 carri armati, 11.200 pezzi di artiglieria, 525 caccia e 80 bombardieri. Pyongyang possiede missili Scud C con gittata di 300 chilometri, che possono raggiungere facilmente Seul, appena 50 miglia a sud della zona demilitarizzata di confine. Poi ha i Nodong, che con 1.300 chilometri di raggio minacciano Russia, Cina, Corea del Sud, Giappone e Taiwan. A luglio, infine, ha sperimentato i Taepodong 2. Gli analisti americani stimano che Kim abbia una dozzina di testate nucleari, ma la loro efficacia è incerta, mentre avrebbe di sicuro armi chimiche. Lo scopo di ogni attacco dovrebbe essere quello di eliminare la maggior parte di queste armi, per evitare rappresaglie, però gli obiettivi sono molti e incerti. La Corea del Nord ha almeno 22 siti nucleari in 18 località diverse. Yongbyon, Sunchon e Sinpo sono i più noti, ma altri sono segreti e nascosti in ex miniere o bunker sotterranei. Stesso discorso per l'artiglieria, mentre almeno otto centri producono le testate chimiche. Due terzi delle forze armate norcoreane sono vicini al confine, pronti ad invadere il Sud con tre giorni di preavviso, mentre i campi d'aviazione usati dall'aeronautica sono stimati in almeno settanta. A fronte di questa situazione, e con le proprie forze già provate dal lungo impegno in Iraq, Washington faticherebbe a trovare una strategia efficace. Il Pentagono ha almeno cinque piani già pronti da anni: l'Oplan 5027 [*1], che prevede un'invasione tradizionale; l'Oplan 5026 [*2], per i raid aerei selettivi con i bombardieri invisibili F-117 e B-2, e quelli tradizionali B-52 e B-1, basati a Guam, Osan e Kunsan, più i missili lanciati da navi e sottomarini; l'Oplan 5029 [*3], che scatterebbe in caso di collasso del regime nordcoreano; l'Oplan 5030 [*4], che prima dell'attacco prevede operazioni preventive militari ed economiche, per mettere sotto pressione il paese e le forze armate; il blocco navale modello Cuba. Il problema sono le rappresaglie. Se le ondate iniziali non neutralizzassero tutte le armi, come è probabile, Pyongyang reagirebbe bombardando e poi occupando Seul. Anche senza usare l'atomica, secondo una stima presentata dal Pentagono al presidente Bush nel 2004, durante i primi 90 giorni di guerra morirebbero 52.000 soldati americani e un milione di civili sudcoreani.
"Il grido: "Vogliamo la Pace!" è troppo umano, troppo bello, troppo naturale per un'umanità uscita da due spaventose guerre mondiali e minacciata da una terza guerra sterminatrice, perché ad esso non debbano far eco e dar plauso tutti gli uomini i quali non abbiano cuore di belva feroce", Luigi Einaudi

Campi di prigionia civili

(fonte: whatreallyhappened.com)

Il 24 gennaio, la KBR (ex Brown and Root), consociata della Halliburton, ha annunciato di aver vinto un contratto da 385 milioni di dollari dal Dipartimento della Sicurezza Nazionale per costruire dei campi di detenzione. Due settime dopo, il 6 febbraio, il segretario alla sicurezza nazionale Michael Chertoff ha annunciato che il budget federale per l'anno fiscale 2007 avrebbe allocato oltre 400 milioni di dollari per aggiungere 6.7000 letti di detenzione (un aumento del 32 % dal 2006). Questo stanziamento da 400 milioni di dollari è un aumento di oltre 4 volte sul budget dell'anno fiscale 2007, che forniva solo 90 milioni di dollari per lo stesso proposito [Pacific News 2/21/06]
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"I grandi ladri mettono in prigione i piccoli", Diogene Laerzio

11 ottobre 2006

Napoli, i rifiuti della politica

(fonte: altrenotizie - Alessandro Iacuelli)

Un avviso di garanzia dietro l'altro, anni di sequestri giudiziari, sempre per irregolarità di gestione. Questo l'attuale bilancio del commissariato di Governo per l'emergenza rifiuti a Napoli. Nei due anni di commissariato del prefetto Catenacci, tutte le fasi gravi di emergenza sono avvenute a causa del fermo di almeno un impianto, o per manutenzione straordinaria, o per irregolarità. In luglio l'avviso di garanzia direttamente per Catenacci, dopo l'incendio nel impianto CDR (Combustibile derivato dai rifiuti) di Tufino (NA). Avviso di garanzia non per irregolarità di gestione, come avvenne anni fa alla discarica di Parco Saurino, nei pressi di Capua, ma per incendio doloso. Catenacci presentò le sue dimissioni. Ci vollero l'insistenza e le dichiarazioni di fiducia, da parte del capo del Dipartimento della protezione civile della presidenza del Consiglio dei Ministri, Guido Bertolaso, per convincere il prefetto a ritirare le dimissioni e restare al proprio posto. Poi, una settimana fa, il nuovo avviso di garanzia, le nuove dimissioni, e l'assunzione ad interim dell'incarico da parte dello stesso Bertolaso.

Finisce l'era Catenacci e negli stessi giorni si ferma il CDR di Caivano: torna l'emergenza, la stessa Napoli si trova sommersa dai suoi stessi rifiuti. Il 6 ottobre scorso, il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge "che mette a punto misure straordinarie volte al superamento dell'emergenza legata al problema dello smaltimento dei rifiuti", si legge nella nota di Palazzo Chigi. "Il provvedimento", continua la nota, "individua le discariche che potranno essere utilizzate, fino alla cessazione dello stato di emergenza". Le discariche interessate sono le tre cave di Villaricca - via Ripuaria, Difesa Grande e Tufino. Discariche esaurite e stracolme fin dal 1999.

Oltre a questo, arrivano da oltre 10 anni fondi straordinari. Soldi da Roma perché la classe dirigente campana trovi soluzioni, soluzioni che in 12 anni di commissariato straordinario non è stata in grado di trovare. Dall'utopia del "tutto in discarica" degli anni '90, all'utopia del "tutto all'incenerimento" del nuovo piano. Senza vie intermedie, senza che sia mai davvero partita una seria raccolta differenziata. Le utopie continuano, visto che le gestioni commissariali seguitesi negli anni perseguono tutte il piano rifiuti originale, senza prendersi mai la responsabilità di operare varianti che potrebbero davvero risolvere il problema. Si resta così confinati nella trappola di fondi che arrivano da Roma, che vengono usati a pioggia per fare spazio in discariche esaurite o per riparare impianti per CDR che non manderanno mai all'utilizzo finale il combustibile prodotto, che vengono spesi per consulenze dorate che forniranno soluzioni giuste che però non saranno applicate; con un consiglio e una giunta regionali regolarmente eletti dai cittadini, ma che in materia di rifiuti sono privati da ogni potere, accentrato dal commissariato straordinario. Per i cittadini, la vita intera è condizionata. E' l'emergenza rifiuti che impone agli abitanti le sue condizioni. Basta pensare ai mercati ortofrutticoli. Nei cassonetti ci sono residui di verdure e frutta in avanzato stato di deterioramento, quando la raccolta non viene effettuata tutti i giorni. La fermentazione dei rifiuti avviene così a cielo aperto, a pochi metri dalle abitazioni, con rischi igienici e sanitari elevatissimi. Cittadini che vivono nello strazio e ratti che vivono nella gioia, prolificando a dismisura in un ambiente per loro perfetto.

Non si comprende come mai in Campania non si impari dal passato. La politica regionale e nazionale si interroga, spesso in modo vano o speculativo, sul come risolvere il problema, nonostante appaia chiaro che sia il tombare i rifiuti in discarica, sia l'incenerirli, sono non solo imprese costose, ma anche accompagnate da rischi notevoli: e non solo dal punto di vista della sicurezza e della salute, ma anche da quello dell'infiltrazione camorristica negli appalti. Eppure, in altre zone d'Italia, sono state applicate soluzioni che mandano allo smaltimento finale, discarica o inceneritore che sia, solo il 35% - 40% dei rifiuti, come avviene ad esempio nel consorzio "Priula" in provincia di Treviso, solo applicando alla lettera il decreto Ronchi. Come mai, ci si chiede, tutto ciò non si riesce ad applicare in Campania? Ci troviamo di fronte ad una mancata applicazione di un decreto convertito in legge, il cui effetto è quello di generare un'emergenza rifiuti che è una perfetta copertura e mimetizzazione per il traffico illecito di rifiuti tossici, che vede la Campania come terminale.

Nonostante il decreto Ronchi, abbia sancito l'uso delle cosiddette "quattro erre" (riduzione, riutilizzo, riciclo, recupero), in Campania si continua ad assistere a tentativi di aprire discariche che andrebbero invece bonificate, alle quali per colmo di sfacciataggine si aggiungono dichiarazioni di politici che chiedono a viva voce "termovalorizzatori subito", forse perchè poco conoscono delle tecnologie di trattamento dei rifiuti. In nessun caso si assiste a ordinanze commissariali volte a ridurre i rifiuti all'origine, a differenziare la raccolta, alla nascita di centri di riciclaggio. Finché le "quattro erre" resteranno solo sulla carta, difficilmente la Campania supererà la sua condizione di emergenza. E i ratti prolificano, senza l'intervento risolutore da parte di un pifferaio magico. Delle “r”, l’unica in vigore resta quella dei rifiuti. La politica è impegnata altrove.

"Non vi sono mai contraddizioni nella natura", Vauvenargues

10 ottobre 2006

Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso

(riflessione tratta da un articolo di Carlo Bertani)

Pare proprio che ci sia un nuovo membro nel ristretto “Club della bomba atomica”. Dopo i cinque grandi (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia) e i tre « membri di fatto » (India, Pakistan, Israele), anche l’isolatissima e misteriosa Corea del Nord ha effettuato ieri mattina il test nucleare che aveva annunciato la scorsa settimana e che tanto scalpore e reazioni indignate aveva suscitato in tutto il mondo. L’evento si inserisce, tra l’altro, nelle celebrazioni che in Corea del Nord si hanno per i nove anni di potere di Kim Jong Il, detto il "caro leader". Dopo l’autoproclamazione a “potenza nucleare” della Corea del Nord nel febbraio 2005, quello odierno costituisce la prima vera conferma che questa nazione possiede “la bomba”. Lo scalpore destato dalle prove missilistiche di Kim Jong-Il offusca però la vera minaccia: la prospettiva del collasso catastrofico della Corea del Nord. Il modo con cui si conclude il regime potrebbe determinare l'equilibrio del potere in Asia per decenni. Chi sarebbe il probabile vincitore? La Cina. La determinazione di Kim Jong-Il nel dimostrare la sua potenza missilistica e nucleare è segno della sua debolezza. Lui sa che i cinesi si sono sempre interessati di più della geografia della Corea del Nord — con le sue più numerose aperture verso il mare nelle vicinanze della Russia — che della sopravvivenza a lungo termine del suo regime (come gli Usa, anche quando vogliono che il regime sopravviva, i cinesi hanno per la Corea del Nord progetti che non contemplano il «Caro Leader»). Uno degli obiettivi principali di Kim è di obbligare gli Stati Uniti a negoziare direttamente con lui, facendo così sembrare più forte il suo Stato in realtà infiacchito. Non si può che condannare l’atto della Corea del Nord, ribadendo tuttavia la mia ferma opposizione alle armi atomiche in generale, qualunque sia la nazione che le possegga. Sembra quasi che la colpa della proliferazione nucleare sia tutta dei coreani e degli iraniani. Al termine della Seconda Guerra Mondiale una sola nazione possedeva l’atomica, gli USA, e dopo poco l’ebbe anche l’URSS. La prima “proliferazione” riguardò le altre potenze vincitrici: Gran Bretagna, Francia e Cina reclamarono la loro parte di radiazioni concentrate e custodite, all’evenienza, per il domani. Guarda a caso, le cinque nazioni erano le stesse che avevano diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che funziona in questo modo: l’Assemblea dell’ONU discute per mesi, s’accapiglia, si confronta, s’accorda, vota. Al termine di tanto trambusto, la proposta giunge in Consiglio di Sicurezza: anche lì si discute, ci si accapiglia, si vota. Piccolo particolare: durante la votazione uno dei cinque tira fuori il jolly, alza la paletta – come ad un gioco di Mike Bongiorno – ed esprime il veto. Di tutto quello che si è discusso per mesi non me ne frega un accidente: io metto il veto e la cosa è chiusa. Se non vi piace, ricordate che – proprio in questo istante – ho un sottomarino con 24 missili – ciascuno dei quali porta tre testate – che incrocia a cinquanta miglia dalle coste di quel paese…come si chiama…Patacchistan, Kafirius, Repubblica Democratica del Mais Verdeggiante…va beh, non me lo ricordo, però tenete sempre a mente quel mostro d’acciaio con le sue 72 bombe nucleari pronte. Basta schiacciare un bottone: chiaro?

"La pace non può essere mantenuta con la forza, può essere solo raggiunta con la comprensione". Albert Einstein

9 ottobre 2006

"Iraq" est omnis divisa in partes tres

(fonte: adnkronos - 8 ottobre)

Il presidente degli Stati Uniti George W.Bush starebbe considerando l'ipotesi di suddividere l'Iraq in tre regioni autonome dando attuazione al progetto di una commissione indipendente del Congresso. Secondo fonti di Washington, il gruppo di studi sull'Iraq, co-presieduto dall'ex segretario di Stato James Baker, dovrebbe presentare, dopo le elezioni del prossimo mese per il Congresso, una relazione da cui risulta che in Iraq la situazione della sicurezza è ormai fuori controllo, con attentati con ordigni esplosivi, attacchi contro la coalizione e la violenza settaria che portano alla morte di almeno 100 persone al giorno. L'unica soluzione cui è giunta la commissione Baker è dunque quella del 'divide et impera', cioè di suddividere il Paese in tre distinte regioni autonome: una sciita, una sunnita e un'altra curda, al fine di riuscire a governarle. Questa idea, nuova e originale, oltre al De Bello Gallico ricorda un articolo pubblicato nel 1982 su Kivunim (rivista dell'Organizzazione Sionista Mondiale) e scritto da Oded Yinon, un giornalista israeliano dai legami con il ministero degli Esteri di Israele. La strategia di Yinon si basa su alcune premesse comprendenti la trasformazione di Israele in una potenza imperiale, che porti allo smembramento di tutti i territori arabi e alla loro successiva spartizione in piccoli stati impotenti, non equipaggiati per fronteggiare tale potenza militare. Riporto qui di seguito quello che Yinon disse sull'Iraq:


La dissoluzione di Siria e Iraq in aree separate che riuniscano in un unico gruppo persone di diversa etnia e religione, proprio come avviene in Libano, è per Israele uno degli obiettivi primari sul fronte orientale. L'Iraq in particolare, ricco di petrolio da una parte, ma totalmente diviso dall'altra, è, fra gli obiettivi israeliani, uno dei maggiori candidati. Il suo smembramento è anche più importante per noi rispetto a quello siriano, essendo l'Iraq più forte della Siria. A breve termine, è proprio la potenza irachena a costituire la maggiore minaccia per Israele. Una guerra fra Iran e Iraq lascererebbe quest'ultimo causando la sua sconfitta interna ancor prima che riesca ad organizzare una lotta su un ampio fronte contro di noi.. Ogni tipo di scontro inter-arabo sarà a nostro favore e accellererà il nostro scopo più importante di dividere l'Iraq in piccoli statarelli, come per la Siria e il Libano. [...]In Iraq una divisione in province sulla base di criteri etnici e religiosi, come in Siria all'epoca dell'impero ottomano, è possible. Così tre (o più) stati sorgerebbero intorno alle tre maggiori città - Bassora, Baghdad e Mosul - così le aree scite del sud si separeranno dal nord sunnita e curdo.”

"Questo grande male... da dove proviene? come ha fatto a contaminare il mondo? Da che seme, da quale radice è cresciuto? Chi ci sta facendo questo? Chi ci sta uccidendo, derubandoci della vita e della luce, beffandoci con la visione di quello che avremmo potuto conoscere? La nostra rovina è di beneficio alla terra, aiuta l'erba crescere, il sole a splendere? Questo buio ha preso anche te? Sei passato per questa notte?", Soldato Edward P.Train - La sottile linea rossa

8 ottobre 2006

Anna Politkovskaya

(fonte: ceceniasos - Marco Masi)

Si sapeva. Avevano già cercato di farla fuori in altre occasioni. Forse non ci riuscirono subito per una mera coincidenza, forse ci stavano attenti perché lei era un personaggio molto noto, forse le ragioni erano altre, ma se c'era qualcosa che mi ha sempre sorpreso era come mai non l'avessero fatta fuori prima. Comunque il giorno fatidico è arrivato e la giornalista Anna Politkovskaya è stata uccisa. L'hanno trovata morta nell'ascensore di casa sua con quattro pallottole in corpo. La Politkovskaya era una feroce critica della politica del Cremlino in Cecenia e dell'involuzione autoritaria in Russia. Cercò di fare da intermediaria durante l'assalto al teatro di Mosca e a Beslan. Un personaggio troppo scomodo. Doveva essere eliminata, fisicamente, per tapparle la bocca una volta per tutte. Naturalmente ora si sentirà parlare di "banditi", magari si accuseranno i suoi stessi colleghi per "rivalità interne" al suo giornale (la Novaya Gazeta, che anche quello non si sa per quanto potrà ancora esistere), ecc. Ma tutti sanno benissimo chi è il mandante. Basta leggere il titolo di uno dei suoi articoli per capirlo: "Avvelenata da Putin". Oppure quello di uno dei suoi libri: "La Russia di Putin".

"La Verità è quello che cerchi quando ancora non sai cosa sia, ma sai che c'è" Umberto Cerroni

6 ottobre 2006

Odo Gelli far festa

(fonte: Uliwood Party di Marco Travaglio - 03.10.2006)
L’intervista di Maurizio Costanzo (tessera P2 n. 1819) a Vittorio Emanuele di Savoia (tessera P2 n. 1621) su Canale 5 diretto da Massimo Donelli (tessera P2 n. 2207) e di proprietà di Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816) è stata un momento di grande televisione. Sia per l'atmosfera di gaia rimpatriata, sia per un certo qual retrogusto di buon tempo antico. Tutto passa, tutto scorre, ma l'ancoraggio alla miglior tradizione nazionale non viene mai meno: la P2, se Dio vuole, è viva e lotta insieme a noi. Prossimamente su questi schermi: Costanzo intervista Gelli (remake del celebre tete à tete sul Corriere del 5 ottobre 1980), Costanzo intervista Cicchitto, Costanzo intervista Berlusconi (ma questa dobbiamo averla già vista da qualche parte). Domenica i due muratorini fingevano di non conoscersi. Si davano del lei. Fratello Maurizio, con fare paterno, anzi fraterno, dispensava buffetti al fratello Vittorio, trattato un po' come il fratello scemo: "Principe, attento alle cattive compagnie, che poi la trascinano sulla cattiva strada". "Dottore, la ringrazio di questa opportunità e dei buoni consigli". "Principe, abbiamo letto le sue telefonate, non crede di doversi scusare?". "Ma certo, Dottore, sono stato coinvolto senza saperlo, avrò fatto delle cattive scelte, degli errori, me ne pento e me ne scuso". "Principe, che umiltà! Questa non me l'aspettavo, è una cosa molto importante". "Dottore, mi scuso con le donne, cosa si farebbe senza...". "Principe, dovrebbe scusarsi anche con i sardi". "Ma certo, l'ho già fatto e scritto". "E poi, principe, ci sarebbe quel ragazzo, Hammer, morto a cavallo". "Oh, dottore, m'è dispiaciuto molto il decesso di quel povero ragazzo, ma io non c'entravo nulla. Sa, io sono stato sempre armato soltanto di buone intenzioni". "Ma principe, non dica così, per carità...". Chi vedeva la trasmissione s'è fatto l'idea che il cosiddetto principe sia stato arrestato a Potenza per qualche parolaccia telefonica. Purtroppo l'accusa parla di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione (per i traffici al casinò di Campione) e allo sfruttamento della prostituzione (per le ragazze dell'Est che il gentiluomo si faceva procurare da una gang di malfattori). Senza contare la lettera anonima commissionata a un malavitoso contro il direttore di Novella 2000 Luciano Regolo, con scritto: "Sei morto". Insomma, non l'hanno arrestato per quel che ha detto, ma per quel che ha fatto. Solo che quel che ha fatto non lo racconta mai nessuno. Nel migliore dei casi, si sorvola. Nel peggiore, si mente. Lunedì scorso Vespa ha parlato a lungo dell'inchiesta di Potenza col ministro Mastella, accusando i magistrati di passare i verbali degl'interrogatori ai giornali, che li pubblicano l'indomani: una balla colossale, visto che mai dalla Procura di Potenza è uscito un solo interrogatorio di indagati che non fosse già pubblico, cioè depositato ai difensori, o al gip, o al Riesame, o contenuto in un'ordinanza di custodia. Vespa aggiunse che i magistrati avevano perseguitato il povero principe con domande intime sulle sue abitudini sessuali e avventure extraconiugali, mettendolo in cattiva luce con la mogliettina che l'aspettava trepidante a casa. "Manco fosse indagato per sfruttamento della prostituzione", commentò l'insetto, ignaro del fatto che il Savoia è indagato proprio per sfruttamento della prostituzione. Mastella, che in teoria sarebbe il ministro della Giustizia e ha già sguinzagliato gl'ispettori a Potenza, non aveva nulla da obiettare nemmeno alla seconda superballa, raccontata - fra l'altro - da un giornalista in plateale conflitto d'interessi, visto che era stato immortalato dalle intercettazioni di Potenza mentre concordava col portaborse di Fini un'intervista "cucita addosso" al leader. Grazie all'Ordine dei giornalisti che ha sospeso per 12 mesi un giornalista-spione sul libro paga del Sismi e per pochi mesi tre firme telecomandate da Moggi, sappiamo che certe cose non si possono fare, anche se chi le fa rischia poco o nulla.

"Ma la vittoria della vanità non è la modestia, tanto meno l’umiltà, è piuttosto il suo eccesso", José Saramago da Memoriale del convento

5 ottobre 2006

Dead Man Talking

(fonte: peacereporter.net - Alessandro Ursic - 04.10.2006)

C’è chi si scusa per quello che ha fatto, e chi fino all’ultimo professa la sua innocenza. Chi rivolge un’ultima richiesta di perdono ai parenti della vittima, e chi sfida quelli presenti nella camera di esecuzione. Chi dedica le sue ultime parole a genitori, moglie e figli, e chi chiede misericordia a Dio. Chi sostiene di aver trovato la pace, e chi denuncia il malfunzionamento del sistema giudiziario. Storie diverse, di persone diverse, in tempi diversi, ma che arrivano tutte allo stesso appuntamento: quello con il boia, nel caso del Texas rappresentato dalla siringa dell’iniezione letale.

Spoon River online. Dal 1976, lo stato governato per cinque anni da George W. Bush ha eseguito 376 condanne a morte, oltre un terzo del totale negli Stati Uniti. Sul sito del dipartimento alla Giustizia texano c’è tutto: date, foto, cause della sentenza, informazioni personali dei condannati. Comprese le loro ultime parole, a comporre una gigantesca Spoon River online. Dead man talking. Ne emerge uno spaccato dell’America nel braccio della morte, con qualche dato che può apparire sorprendente. Se molti pensano che negli Usa i giustiziati siano in maggioranza afro-americani, nel Texas il 49 percento è bianco, il 36 percento nero e il 15 percento ispanico.

Chi protesta. Da neri e ispanici arrivano più spesso parole di ribellione. Contro la società, contro il sistema giudiziario “Continuate a marciare, fratelli neri. Stanotte mi uccidono”, disse Bobby Grant nel 2000. “La gente mi chiama un killer a sangue freddo, ma ho ucciso un uomo che ha sparato a me per primo. L’unica cosa che mi ha fatto condannare è il fatto che io sia un messicano, e lui un poliziotto. La vita di un messicano non vale niente”, accusò Henry Porter nel lontano 1985. O Gerald Tigner, un afro-americano giustiziato nel marzo 2002: “Sono stato condannato erroneamente per questo omicidio, in base a una confessione falsa perché non l’ho mai rilasciata, ma il mio avvocato non ha detto questo alla giuria”, furono le sue ultime parole.

Il pentimento. In molti casi emerge però una riflessione. Non a caso, dato che tra la condanna e il giorno dell’esecuzione passano anche fino a dieci anni. Per alcuni, questo periodo rappresenta quasi un supplizio aggiuntivo. “Per nove anni ho pensato alla pena di morte, se è giusta o sbagliata, e ancora non so darmi una risposta. Ma non credo che il mondo sarà più sicuro senza di me – disse Jeffery Doughty, il 16 agosto 2001 –. Se aveste voluto punirmi, avreste dovuto uccidermi il giorno dopo. Ora mi state facendo del male, ho avuto il tempo di prepararmi, di salutare la mia famiglia. Un’accusa alla pena capitale venne anche da Napoleon Beazley, ucciso nel maggio 2002: “Quello che sta per succedere mi rattrista. E sono anche deluso da un sistema che dovrebbe proteggere e sostenere ciò che è giusto, e invece sta per fare quello che ho fatto io con il mio vergognoso sbaglio. Questa sera, diciamo al mondo che la giustizia non dà una seconda possibilità. Diciamo ai nostri figli che, in alcuni casi, uccidere è giusto. Questa sera, non vince nessuno.

"La vita è una cella un po' fuori dell'ordinario, più uno è povero più si restringono i metri quadrati a sua disposizione", Vasco Pratolini

2 ottobre 2006

Il Nucleare Iraniano

(fonte: Global Research.ca, August 5, 2005 - Jason Leopold)

Questa notizia si è classificata seconda nelle "Top 25 Censored Stories of 2007":

According to journalist Jason Leopold, sources at former Cheney company Halliburton allege that, as recently as January of 2005, Halliburton sold key components for a nuclear reactor to an Iranian oil development company. Leopold says his Halliburton sources have intimate knowledge of the business dealings of both Halliburton and Oriental Oil Kish, one of Iran’s largest private oil companies. Additionally, throughout 2004 and 2005, Halliburton worked closely with Cyrus Nasseri, the vice chairman of the board of directors of Iran-based Oriental Oil Kish, to develop oil projects in Iran. Nasseri is also a key member of Iran’s nuclear development team. Nasseri was interrogated by Iranian authorities in late July 2005 for allegedly providing Halliburton with Iran’s nuclear secrets. Iranian government officials charged Nasseri with accepting as much as $1 million in bribes from Halliburton for this information. Oriental Oil Kish dealings with Halliburton first became public knowledge in January 2005 when the company announced that it had subcontracted parts of the South Pars gas-drilling project to Halliburton Products and Services, a subsidiary of Dallas-based Halliburton that is registered to the Cayman Islands. Following the announcement, Halliburton claimed that the South Pars gas field project in Tehran would be its last project in Iran. According to a BBC report, Halliburton, which took thirty to forty million dollars from its Iranian operations in 2003, “was winding down its work due to a poor business environment.” However, Halliburton has a long history of doing business in Iran, starting as early as 1995, while Vice President Cheney was chief executive of the company. Leopold quotes a February 2001 report published in the Wall Street Journal, “Halliburton Products and Services Ltd., works behind an unmarked door on the ninth floor of a new north Tehran tower block. A brochure declares that the company was registered in 1975 in the Cayman Islands, is based in the Persian Gulf sheikdom of Dubai and is “non-American.” But like the sign over the receptionist’s head, the brochure bears the company’s name and red emblem, and offers services from Halliburton units around the world.” Moreover mail sent to the company’s offices in Tehran and the Cayman Islands is forwarded directly to its Dallas headquarters. In an attempt to curtail Halliburton and other U.S. companies from engaging in business dealings with rogue nations such as Libya, Iran, and Syria, an amendment was approved in the Senate on July 26, 2005. The amendment, sponsored by Senator Susan Collins R-Maine, would penalize companies that continue to skirt U.S. law by setting up offshore subsidiaries as a way to legally conduct and avoid U.S. sanctions under the International Emergency Economic Powers Act (IEEPA). A letter, drafted by trade groups representing corporate executives, vehemently objected to the amendment, saying it would lead to further hatred and perhaps incite terrorist attacks on the U.S. and “greatly strain relations with the United States primary trading partners.” The letter warned that, “Foreign governments view U.S. efforts to dictate their foreign and commercial policy as violations of sovereignty often leading them to adopt retaliatory measures more at odds with U.S. goals.” Collins supports the legislation, stating, “It prevents U.S. corporations from creating a shell company somewhere else in order to do business with rogue, terror-sponsoring nations such as Syria and Iran. The bottom line is that if a U.S. company is evading sanctions to do business with one of these countries, they are helping to prop up countries that support terrorism—most often aimed against America.

"La propaganda non deve servire la verità, specialmente perché questa potrebbe favorire l'avversario", Adolf Hitler

1 ottobre 2006

L'orfanatrofio di Vilejka

(fonte: progettohumus.it)

Nessuno conosce la verità. Nessuno di quelli che fanno un gran parlare conosce Maria e la sua storia, in pochi conoscono la realtà della Bielorussia, ma tutti sono unanimi nel condannare i responsabili dell’Internat - così si chiamano in russo - gli istituti che accolgono orfani e bambini abbandonati, dove la piccola ha sempre vissuto. Giornalisti, politici, uomini di chiesa e di legge sono pronti a difendere il comportamento della famiglia di Cogoleto alla quale la bambina è stata affidata nel suo periodo di soggiorno in Italia, ma nessuno prima di parlare si è degnato di venire a vedere l’orfanotrofio, novanta chilometri a nord di Minsk. Qui Maria la ricordano come una bambina allegra e spensierata, con una gran voglia di giocare e sorridere, i suoi disegni raccontano di case, di uccellini, animali sorridenti, alberi e compagni di gioco. Non ci sono bambini legati mani e piedi a una sedia. Nessuna traccia di quel tormento, stenti e privazioni rimbalzati sulle colonne dei giornali in queste ultime settimane.

Ecco il resoconto scritto e fotografico di Simone Stefanelli [*1], fotoreporter rientrato recentemente dalla Bielorussia, dove ha visitato l'internato di Vilejka. Un contributo sereno e senza speculazioni. L'articolo è pubblicato anche su diario.it. Le fotografie sono proprietà di Emblema, Società Fotografica Editoriale Italiana.

"Così è, figlia mia, e quanto più si prolungherà la tua vita, tanto più vedrai che il mondo è come una grande ombra che passa dentro al nostro cuore, per questo il mondo diventa vuoto e il cuore non resiste." José Saramago - Memoriale del convento