28 novembre 2006

La notte dell'imbroglio?/2

I dubbi che avevo espresso nel post del 23 novembre si sono rivelati fondati. Deaglio nel suo documentario "Uccidete la democrazia!" ha commesso un errore che potrebbe pagare a caro prezzo. Non si è limitato ad osservare che i dati delle schede bianche diffusi dal Viminale fossero "strani" o quantomeno in controtendenza, ma che ci fosse l'opportunità di manipolarli a livello informatico senza però spiegare che c'era la vecchia "carta" che "cantava" dalla cassazione. Ha convinto tutti che i dati fossero trasmessi dal viminale con validità ufficiale, facendo credere che non si procedesse alla conta del cartaceo. Ipotizzando quindi una situazione che non si è verificata, ne è conseguito che il nostro accusatore si è rapidamente trovato nella posizione dell'accusato. Tanto da essersi visto iscrivere nel registro degli indagati della procura di Roma, da parte dei pubblici ministeri Salvatore Vitello e Francesca Aloi, che lo avevano precedentemente interrogato. I pm della procura di Roma che lo avevano convocato oggi pomeriggio per chiedergli spiegazioni circa il contenuto del 'docufilm', hanno deciso di incriminare il giornalista sostenendo che la proclamazione degli eletti è basata esclusivamente sui dati pervenuti alle Corti di Appello e alla Cassazione e non su quelli che finiscono nei computer del Viminale. Aspetto facilmente verificabile su sito stesso del Ministero dell'Interno. Inoltre per l'accusa ha contato anche la pubblicazione del libro "Il Broglio", sulla cui copertina c'è scritto che le "elezioni non sono state regolari". Partendo in quarta nel gridare al broglio, senza invitare i fruitori del suo documento a verificare i dati del viminale con la conta ufficiale del cartaceo, ha commesso un errore imperdonabile. Era l'argomento su cui ho insistito nei giorni scorsi proprio perchè sapevo che la fragilità di quell'argomentazione avrebbe causato il crollo dell'intera ipotesi. A difesa di Deaglio comunque, riportandolo testualmente dal film, segnalo che nel docufilm egli afferma di essere venuto in possesso di documentii ufficiali: "siamo riusciti a trovare i dati ufficiali. Che sono impressionanti». Perché? «Innanzitutto perché siamo gli unici ad averli.A 8 mesi dalle elezioni non sono ancora stati rivelati nel dettaglio". Ma dubito che sarà facile per lui riguadagnare credibilità. Ora vedremo qualsiasi ipotesi di broglio screditata e i giornalisti, che non sono certamente noti per il loro "cuor di leone", invitati a sorvolare qualsiasi forma di giornalismo d'inchiesta, pena la criminalizzazione del loro lavoro. Oltre al danno, anche la beffa, un procedimento penale. La Giunta per le elezioni del Senato effettuerà comunque controlli approfonditi sulle schede elettorali, a partire dalle regioni dove la differenza tra le coalizioni è stata minima. La decisione è scaturita dalle richieste dei senatori di Forza Italia e delle altre forze della CdL nella riunione convocata per discutere il caso Deaglio. Per me è stato comunque interessantissimo osservare come davanti ad un'accusa di golpe, da cui ci si aspetterebbe alti richiami morali e risposte che attestassero la totale estraneità al fatto, c'è invece stata una reazione ben più modesta. Nessuno insomma è entrato nel merito morale, ideale dell'accusa, e tutti si sono affannati invece intorno alla possibilità tecnica di farlo.

"Nel paese della bugia, la verità è una malattia", Gianni Rodari

25 novembre 2006

La civiltà dello stupro

E’ del 1999 la decisione dell’Onu di celebrare, ogni 25 novembre, la Giornata Internazionale contro le violenze alle donne. La data ricorda l’assassinio, dopo torture indicibili, di due sorelle dominicane, Minerva e Maria Teresa Mirabal, fermate dai militari del dittatore Trujillo mentre si recavano a visitare in carcere i loro cari. Nonostante le mobilitazioni, la situazione rimane inquietante. I dati ufficiali arrivano da un rapporto Istat presentato a Montecitorio, il 23 novembre, in occasione della Giornata parlamentare contro la violenza alle donne. Secondo lo studio, che prende in esame i dati dal 1997 al 2002, in Italia 10 milioni di donne tra 14 e i 59 anni nel corso della loro vita hanno subito violenze, molestie o ricatti sessuali; si pensi che, a questo proposito, i dati dicono che sono ben 900mila le donne che hanno subito avance sessuali per essere assunte o per aver un avanzamento di carriera. Dalle 500mila denuncie che invece riguardano stupri o tentativi di violenza carnale emerge un altro dato allucinante: solo il 5,3% degli abusi sessuali viene commesso da estranei. Ma le donne non sono vittime solo di violenze: dall'ultima ricerca dell'Eures, relativa al 2004, ("L'omicidio volontario in Italia") emerge che un omicidio su quattro in Italia avviene in famiglia, tra le mura domestiche e che il 70% delle vittime sono donne, soprattutto casalinghe oltre i 64 anni di eta' e nella fascia 35-44 anni. In 8 casi su 10 l'autore e' un uomo. E infine non si puo' tacere di un fenomeno sempre piu' diffuso: la tratta di esseri umani che riguardano le donne straniere e che sta assumendo proporzioni rilevanti anche nel nostro Paese. Moltissime le manifestazioni in Italia, tra cui quella nazionale a Brescia, e moltissime pure le iniziative "a latere" organizzate in tutto il paese: a Torino, per esempio, dove alcuni panettieri in piazza sforneranno pane a forma di stella e il centro storico sara' tutto in rosa, a Milano, dove dalle 20:30, nel piazzale antistante la stazione Centrale prende il via la festa "Usciamo di notte", organizzata da Arcilesbica, Arcigay e Usciamo dal silenzio, e poi a Bologna, Parma, Napoli, ecc. Ben venga il 25 novembre, se riesce a ricordare che la storia dell’umanità si agita attorno a un punto immobile, a un grumo antistorico di barbarie.

"Essere donna è terribilmente difficile, perchè consiste soprattutto nell'avere a che fare con gli uomini", Konrad Lorenz

24 novembre 2006

Nascita del super-uomo

Non è natura solo un prato in fiore o un uccellino che cinguetta. Natura è anche malattia, invecchiamento, morte. Ma sono in molti oggi ad impegnarsi per contrastare questi aspetti della natura, perché non considerano etico far morire o soffrire un ammalato curabile con l’ingegneria genetica. E che stanno immaginando e costruendo la possibilità di un’umanità libera da emozioni che non servono, come la paura, lo stress, l’insicurezza. Una sfida a dio, o l’uomo che gioca a fare dio?
Ma chi potrà diventare dio quando un singolo flacone di pillole per allungare la vita costa 100.000 dollari? Il mondo come è oggi tramonta, la razza umana sarà superata da quella post-umana come richiesto dal modello economico e di consumo imperante. Si tratta della filosofia del transumanesimo [*link di approfondimento - wikipedia], che ruota attorno all'avanzamento tecnologico e nel campo della ricerca portato all'estremo, con obiettivi che vanno dall'eterna giovinezza (fisica e mentale) fino alla possibilità di interconnettere il cervello con computer e macchine ottenendo così una razza, a loro detta superiore, "post-umana." Le critiche rivolte a questo movimento, ramificato in tutto il mondo e molto potente e ben rappresentato nel mondo scientifico, sono essenzialmente due: un primo tipo orbita attorno alle ovvie implicazioni etico-morali di simili avanzamenti tecnologici; questo tipo di "progresso" inoltre potrebbe realisticamente arrecare vantaggi solo ad una ristretta elite di persone, e questa è appunto la seconda critica maggiore, in cui si immagina un futuro non così roseo come vorrebbero i transumanisti, ma invece dominato da una vera e propria "razza superiore", metà uomo e metà robot, immortale e possibilmente invincibile, che dominerà su tutti gli altri. La medicina rigenerativa e gli innesti cibernetici sono solo l’ultima frontiera di una battaglia che l’uomo combatte da sempre contro la condizione umana. Migliorare il proprio organismo resta una scelta individuale. Nessuno sarà obbligato a vivere più a lungo o a innestare microchip sottopelle. E quando la nostra Terra non basterà più ad accoglierci, il nostro corpo potrà adattarsi alla vita su altri pianeti dove saremo liberi di essere perfetti e felici. Il programma di approfondimento "C'era una volta", di Francesco Montanaro ha tratta in maniera approfondita il transumanesimo nella puntata del 15 novembre scorso, che invito tutti a guadare

"Ha mai ritirato un umano per errore?", Rachel - Blade Runner

23 novembre 2006

La notte dell'imbroglio?

La ricorderemo, senza dubbio, come la notte in cui l’Italia intera visse uno psicodramma politico e sociale squassante e che fece emergere dubbi, ancora tutt’altro che sopiti, sulla solidità della nostra democrazia e delle nostre istituzioni. E la fotografia che è rimasta, indelebile, di quella notte lunghissima tra il 10 e l’11 aprile 2006 è senz’altro quella di un Berlusconi furibondo che varca le porte del Quirinale urlando ai brogli e all’inganno dei dati elettorali. Era successo, dunque, qualcosa di inquietante, che la Cdl sconfitta solo di una manciata di voti cavalcò subito sull’onda delle parole del proprio leader costringendo le Corti d’Appello a rifare i conti. Si ricorderà che il risultato finale sulle elezioni politiche 2006 fu proclamato solo con due giorni di ritardo rispetto alla chiusura dei seggi. Non era mai successo prima. A ricostruire quelle convulse ore in cui la democrazia italiana è un film, del settimanale Diario (già tristemente noto per il suo infausto e fallito tentativo di liquidare in men che non si dica il 9/11), "Uccidete la democrazia!", di Beppe Cremagnani ed Enrico Deraglio, con la regia di Ruben H. Oliva, che sfodera numeri a sostegno della tesi. Ma sono proprio le cifre e le motivazioni che Deaglio porta a sostegno della sua tesi a rendere il documentario alquanto controverso. A quanto pare dal film, il grande imbroglio informatico è sfumato in extremis, il programma che nel sistema di trasmissione dati del Viminale trasformava le schede bianche in voti per Forza Italia è stato fermato a ventiquattromila voti dal traguardo, l'esiguo vantaggio dell'Unione. Secondo Deaglio, quindi, la truffa sarebbe dovuta avvenire all'interno del Viminale, ma il conteggio delle schede è solo ed esclusivamente fatto nelle sezioni. Riporto un estratto dell'articolo 75 [ T.U. delle leggi elettorali; Titolo V ]:

Il presidente dichiara il risultato dello scrutinio e ne fa certificazione nel verbale, del quale fa compilare un estratto, contenente i risultati della votazione e dello scrutinio, che provvede a rimettere subito alla Prefettura, tramite il Comune. Il verbale è poi immediatamente chiuso in un plico, che dev’essere sigillato col bollo dell’Ufficio e firmato dal presidente, da almeno due scrutatori e dai rappresentanti delle liste presenti. L’adunanza è poi sciolta immediatamente. La Cancelleria del Tribunale provvede all’immediato inoltro alla Cancelleria della Corte d’appello o del Tribunale del capoluogo della circoscrizione dei plichi e dei documenti previsti dal comma precedente, nonché della cassetta, dell’urna, dei plichi e degli altri documenti di cui all’art. 73. L’altro esemplare del suddetto verbale è depositato, nella stessa giornata, nella Segreteria del Comune dove ha sede la sezione, ed ogni elettore della circoscrizione ha diritto di prenderne conoscenza.

Anche se i risultati fossero stati modificati durante la trasmissione, la copia di cui dispongono i sindaci (recapitata in Segreteria comunale e disponibile a tutti), sarebbe in contraddizione con i dati trasmessi in seguito dal Viminale. Lo scrutinio informatizzato era un esperimento accostato allo scrutinio manuale, che è quello che realmente ha contato per l'esito finale. Smontare il lavoro di Deaglio non significa negarne anche l'ipotesi, sia chiaro. Le anomalie ci sono, ma constatando che anche il meccanismo elettorale è cambiato (non era necessario esprimere la preferenza per un candidato), mi sembra che il problema richieda un'analisi più approfondita, ed è indispensabile tenere separati i fatti dalle opinioni. Le decine e decine di sondaggi sbagliati, lo scrutinio delle sezioni elettorali svolto in modo perfettamente spaccato in due e il ritardo nello scrutinio di così tante sezioni sono più che semplici sospetti, ma forse Deaglio ha formulato una teoria che liquida troppo sbrigativamente i fatti della notte a cavallo tra il 10 e l'11 aprile. Per chi fosse interessato ad approfondire, l'argomento è trattato ampiamente in *questa discussione del forum della Redazione Politica Tg3.

"All'avvocato bisogna contare le cose chiare; a lui poi tocca di imbrogliarle" Alessandro Manzoni

17 novembre 2006

Invierno en Bagdad

Mercoledì 4 maggio 2005, è andato in onda sulla TVE, la Televisìon Espanola, il documentario "Inverno in Baghdad", del regista Javier Corcuera.

Il documentario è stato filmato sia prima che dopo l'attacco della coalizione, e raccoglie il punto di vista della popolazione irachena. Dopo aver preso conoscenza di questo documento è partita una piccola iniziativa degli utenti del forum "redazione politica del tg3" mirata a raccogliere le adesioni dei telespettatori per chiedere alla RAI di trasmettere anche in italia tale documentario, in nome della libertà di informazione, e impedire che si ripeta quanto avvenuto per il documentario "Citizen Berlusconi", prodotto negli U.S.A. dalla PBS, che in Italia è stato del tutto ignorato, per non dire "censurato".

Gli utenti promotori tengono a precisare la natura a-partitica dell'iniziativa. Vi chiedo dunque di esprimere la vostra opinione sottoscrivendo o meno questo appello e lasciando, nel caso lo voleste, un commento nello spazio apposito. É disponibile anche un banner (simile all'immagine pubblicata in questo post) da mettere nella barra laterale di ogni blog, per segnalare a qualsiasi visitatore l'esistenza di questa petizione.




"In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica", Gandhi

16 novembre 2006

La campagna di Russia

(fonte: rinascita.info - Andrea Angelini)

L’Eni ha firmato con il colosso russo Gazprom, l'azienda monopolista di Stato, un accordo della durata di 30 anni per la vendita diretta di gas sul mercato italiano, subentrando in parte come fornitore di quanto venduto attualmente dallo stesso Eni tramite la Snam. L’accordo sarà operativo già dal 2007 e permetterà ai russi di vendere sul mercato italiano quantitativi crescenti di gas fino ad un potenziale di circa 3 miliardi di metri cubi dal 2010. Senza scordare che esso contribuirà alla sicurezza delle forniture energetiche in vista dell'inverno ed eviterà che si ripetano i problemi sorti lo scorso anno per la querelle russo-ucraina. L'accordo che è stato siglato al termine di un lunghissimo negoziato, “si muove - ha spiegato Scaroni - su tre fronti strategici, tre distinti capitoli, ''e ognuno di questi si giustifica di per se stesso”. Il Primo capitolo è relativo ai contratti di fornitura del gas. “Ne abbiamo tre, per un totale di 25 milioni di metri cubi che scadevano nel 2017 e poi nel 2021-2022; sono stati tutti prorogati al 2035. Questo ci ha confermato il primo cliente mondiale di Gazprom”. In cambio, il colosso russo ha ottenuto il via libera all'ingresso nel mercato italiano. L'Eni offrirà ai russi una capacità di trasporto per 3 miliardi di metri cubi sul Gasdotto Tag e così Gazprom potrà vendere direttamente metano fino al 2035 nel nostro paese. Non è stata prevista, come paventavano molti ambienti italiani antirussi e antiputiniani, alcuna entrata di Gazprom in Snam Rete Gas. I russi potrebbero invece entrare con una quota di minoranza in Enipower, la società dell'Eni che produce energia elettrica, e costituisce un asset particolarmente interessante in quanto forte consumatore di gas. Per quanto riguarda il secondo aspetto, sul fronte dell'upstream (cioè le attività di ricerca, perforazione e messa in produzione dei pozzi), Gazprom ed Eni acquisiranno direttamente asset petroliferi in Russia che consentiranno al gruppo italiano di avere un'importante presenza come produttore di petrolio e gas in Russia. Da parte sua l’Eni porterà Gazprom fuori dalla Russia, in particolare in progetti congiunti da sviluppare in Africa. Ma, è qui viene l’aspetto interessante, ci potrebbe essere in prospettiva anche la partecipazione dell'Eni alla gara per gli asset che erano di proprietà della Yukos. La terza parte dell'intesa prevede invece progetti congiunti nell'Lng, il gas liquefatto, sia sul fronte dello sviluppo tecnologico che della rete del gas. Su tale fronte però non è stata prevista la realizzazione congiunta di rigassificatori ma di progetti di liquefazione del gas. Interessante il fatto che non si parli di rigassificatori, ma viceversa di una partecipazione italiana nella costruzione di impianti di liquefazione in Russia: a dimostrazione del fatto che non ce ne sono abbastanza da garantire rifornimenti di gas liquefatto. Grazie all'accordo raggiunto con l'Eni, la Gazprom segna un altra tappa nella sua strategia di penetrazione nel mercato europeo dopo gli accordi siglati in Germania, Francia, Austria, Ungheria e Bulgaria. Secondo alcuni osservatori però questa frenesia nasconde una grande debolezza che i russi dovranno fronteggiare nei prossimi anni: quella della carenza di materia prima. E se la Russia detiene il 16% delle riserve mondiali di gas naturale, l'assenza di un piano di investimenti in esplorazione e sfruttamento di nuovi giacimenti alimenta i dubbi sulla capacità di Gazprom di rispettare gli accordi di fornitura stipulati.

"La lotta generale per l'esistenza degli esseri viventi non è una lotta per l'energia, ma è una lotta per l'entropia", Ludwig Boltzmann

15 novembre 2006

Nubi d'autunno

Il terrorismo è una forma di azione violenta, tale da mettere in pericolo la popolazione civile, e quindi indurre una condizione di “terrore” diffuso così da ottenere alcuni risultati di tipo politico. Beit Hanoun, 3.11.2006, Donne palestinesi difendono mariti e figli in una moschea assediata dall'esercito sionista:


13 novembre 2006

Vivere nel Quarto Reich

(di Gary Steven Corseri)

Nel Terzo Reich dicevamo
Che stavamo solo eseguendo degli ordini.
Oggi diciamo
Che stiamo solo facendo il nostro lavoro.

Nel Terzo Reich
Eravamo antisemiti.
(Odiavamo gli ebrei).
Nel Quarto Reich
Siamo antisemiti.
(Odiamo gli Arabi)

Nel Terzo Reich
Avevamo il nostro Ministro dell'Informazione.
Goebbels diceva
Che se racconti una bugia grande abbastanza
E spesso abbastanza
La gente ci crede.

Nel Quarto Reich
Abbiamo la corporazione dei media.
Abbiamo continue bugie televisive
Con intermezzi pubblicitari.

Nel Terzo Reich
Avevamo tempesta e impeto.
Nel Quarto Reich
Abbiamo attacco e terrore.

Nel Terzo Reich
Dicevamo che la Polonia era una minaccia
Così ci alleammo
Con quel comunista di Stalin.
Nel Quarto Reich
Diciamo che l'Iran è una minaccia
E ci alleiamo con quel terrorista in Uzbekistan.

Nel Terzo Reich
Avevamo la "democrazia",
Eleggevamo il nostro leader nazionale.
Nel Quarto Reich
Abbiamo la "democrazia"
Eleggiamo il nostro leader nazionale.

Nel Terzo Reich
Disprezzavamo la Francia.
Nel Quarto Reich
Mangiamo le patatine fritte della libertà.

Nel Terzo Reich
I bravi tedeschi non sapevano
Che cosa stesse succedendo in fondo alla strada
In quel campo di concentramento.
Nel quarto Reich
Ai bravi americani non importa nulla
Delle torture a Guantanamo.

Il Terzo Reich avvolse se stesso
In una sorta di oscuro simbolismo religioso.
Incidevamo "Dio è con noi" sulle nostre fibbie delle SS.
Nel Quarto Reich avvolgiamo noi stessi
In un oscuro simbolismo religioso.
I nostri generali dicono uccidine uno per Gesù.

Nel Terzo Reich
Abbiamo incenerito il corpo del Fuhrer.
Nel Quarto Reich
Il Fuehrer è rinato dalle ceneri.

12 novembre 2006

Chi custodirà i custodi stessi?

(fonte: ansa.it)

Gli Stati Uniti hanno messo il veto per bloccare una bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu di condanna dell'attacco israeliano dell'8 novembre a Gaza, che ha provocato la morte di 18 civili palestinesi. E' la seconda volta nel corso del 2006 che gli Usa ricorrono al veto per bloccare bozze di risoluzioni sull'attività di Israele a Gaza. Il testo rivisto e ora bocciato chiedeva invece all'autorità palestinese di prendere misure immediate per por fine alla violenza, tra cu il lancio di razzi su territori di Israele. Tra le richieste c'era anche quella alla comunità internazionale di fare passi per stabilizzare la situazione, riavviare il processo di pace in Medio Oriente e considerare "la possibile istituzione di un meccanismo internazionale" per la protezione dei civili. Ecco il video che documenta il massacro, di cui sconsiglio la visione ad un pubblico impressionabile.

"Quis custodiet ipsos custodes?", Giovenale

10 novembre 2006

Errori contabili

(fonte: lastampa.it)

Dalla contabilità della missione a Nassiriya, dove la Cri è presente con 70 uomini del corpo militare e 10 infermieri volontari impegnati come ausiliari delle forze armate, mancano 14 milioni di euro su un totale di 32,9 erogati dal ministero della Difesa. Secondo l’ex commissario Maurizio Scelli si tratta di ritardi contabili e respinge ogni sospetto che queste cifre, o almeno una parte, siano state usate per pagare i riscatti degli italiani rapiti in Iraq. Il deputato Verde Tana De Zulueta ieri con una interrogazione ha chiesto al governo di chiarire «con urgenza il mistero».

"Parlare di morte è come parlare di denaro. Noi non sappiamo né il prezzo né il valore", Charles Bukowski

9 novembre 2006

Golpe

(fonte: rinascita.info - Siro Asinelli)

Monta la tensione in Venezuela in vista delle elezioni presidenziali del 3 dicembre prossimo. Le ultime cronache confermano le voci di imminenti tentativi di destabilizzazione volti a rovesciare la presidenza di Hugo Chávez. L’ultimo caso è quello del quotidiano ‘El Nuevo País’, il cui direttore Rafael Poleo, in un editoriale pubblicato in prima pagina, ha invitato la popolazione a scendere in piazza già nella prima mattina del giorno seguente il voto per invocare “una soluzione all’ucraina, una rivoluzione arancione”. Poleo, intervistato dalla rete televisiva ‘Globovisión’, ha alzato ulteriormente i toni dello scontro, per ora solamente verbale, indicando nel prossimo 4 dicembre il giorno in cui la popolazione “dovrà scendere in piazza per denunciare una frode elettorale annunciata”. La chiamata alle armi dell’opposizione filo statunitense conferma quanto denunciato negli ultimi tempi dalla stessa presidenza, che teme ingerenze straniere - leggasi Usa - nel processo elettorale di dicembre. Un vero e proprio progetto di destabilizzazione che lo stesso presidente Chávez ha definito ‘Piano B’, che si baserebbe su pretestuose denunce di brogli atte a provocare disordini in tutto il Paese latinoamericano. Ancor più specifica è stata la denuncia della dirigente popolare Lina Ron. La presidente della Unión Popular Venezolana (UPV), forza che appoggia la presidenza, ha parlato di un piano denominato “Minaccia rossa: occupa la tua strada”, messo a punto da alti dirigenti dell’opposizione con il fattivo contributo di militari statunitensi. “Più si avvicina l’appuntamento elettorale”, ha denunciato la Ron nel corso di un’intervista rilasciata alla rete tv ‘Venezolana de Televisión’, “più arruolano teppisti e paramilitari per infiltrarli tra la gente con l’obiettivo di alzare la tensione”. La convocazione anti chávista del quotidiano ‘El Nuevo País’ segna le tappe di un eventuale colpo di Stato in salsa atlantica: “andare a votare il giorno 3, scendere a protestare in piazza il 4 e cacciare dal potere Chávz il 5”. La ‘chiamata alle armi’ dei filo statunitensi coincide, guarda caso, con l’appello lanciato dal sito di Coalicíon Nueva Cuba, formazione di esuli cubani negli Stati Uniti, sovvenzionata dalla Cia: “Cerca di colpire i dirigenti, e se li ferisci solamente, utilizzali come esche per colpire altri nemici quando arriveranno in suo soccorso. Ferire un chávista per ucciderne cinque”, si legge in un vademecum di addestramento virtuale in vista di possibili disordini di piazza.


"Questo grande male... da dove proviene? come ha fatto a contaminare il mondo? Da che seme, da quale radice è cresciuto? Chi ci sta facendo questo? Chi ci sta uccidendo, derubandoci della vita e della luce, beffandoci con la visione di quello che avremmo potuto conoscere? La nostra rovina è di beneficio alla terra, aiuta l'erba crescere, il sole a splendere? Questo buio ha preso anche te? Sei passato per questa notte?", Soldato Edward P. Train - La sottile linea rossa

8 novembre 2006

Iraq: Mercenari in azione

(fonte: permanent.nouvelobs.com - le nouvel observateur - link)

Lunedì 30 ottobre una Organizzazione Non Governativa ha denunciato l'utilizzo di mercenari da parte del governo britannico, i quali vengono accusati, video alla mano, di gravi violazioni dei diritti umani. L'associazione "War on Want" denuncia nel suo rapporto l'aumento "esponenziale" della presenza di Società Militari Private (SMP), la cui sottomissione alle regole del diritto internazionale risulta estremamente difficile. Al fine di illustrare le derive di queste società, "War on Want" ha messo a disposizione sul suo sito una serie di video che mostrano dei soldati presentati come degli stipendiati di tali società e resisi colpevoli di gravi estorsioni. Sparando ai civiliCosì, in uno di questi video, alcune persone gironzolano in auto sulle strade irachene, sparando senza distinzioni sui veicoli di civili e colpendoli a caso. Su un altro possiamo vedere un cecchino al lavoro. L'associazione chiede al governo britannico d'interdire a queste società di prendere parte direttamente ai combattimenti e di agire come forze di sostegno. Malgrado la pubblicazione nel 2002 di un libro bianco del ministero per gli Affari Esteri sul tema, non è stata presa nessuna misura in merito. Alcuni dei loro impiegati sarebbero poi stati implicati nello scandalo delle torture inflitte ai prigionieri nella prigione irachena di Abu Ghraib. "In un contesto di conflitto come l'Iraq, la distinzione tra combattimento e sostegno al combattimento non ha più senso", afferma "War on Want" all'interno del suo rapporto. "Spesso non vi è alcuna percettibile differenza tra soldati regolari e forze di sostegno private ingaggiate per proteggere i convogli o il materiale. Il rischio di abusi dei diritti umani in una tale situazione è sempre presente ed è quasi impossibile avvalersi di dipendenti di SMP che rendeno conto delle loro azioni". "War on want" stima che le SMP britanniche si sono considerevolmente arricchite grazie a questo conflitto. Hanno ricavato dai loro contratti iracheni 1,8 milliardi di pound nel 2004 (2,68 milliardi di euro) contro i 320 milioni di pound (47,7 millioni di euro) nel 2003. "Il governo non ha potuto legiferare (contro I mercenari britannici) al fine di punire i loro abusi ai diritti dell'Uomo, come ad esempio durante l'utilizzo di armi da fuoco contro i civili iracheni" ha dichiarato John Hilary, direttore della campagna di "War on Want". "Come può, Tony Blair, sperare di riportare la pace e la sicurezza in Iraq permettendo a intere armate di mercenari di operare completamente al di fuori dalla legge?", ha poi aggiunto. Secondo stime fornite dal Congresso Usa, circa 48.000 dipendenti di SMP sono attualmente in Iraq, la maggior parte dei quali lavorano per compagnie britanniche. Queste cifre rappresentano quasi sette volte il numero dei soldati britannici (7.000) presenti nel paese. Da waronwant.org [
*1] potete scaricare il rapporto completo in *PDF. Ed ecco i video in formato WMV, ripresi da *questa pagina.

Questo blog aveva già trattato argomenti relativi alla presenza di questa realtà in Iraq, in particolare con due discussioni, una che descrive dettagliatamente la presenza di *mercenari italiani e l'altra che forniva una piccola panoramica sulle *società statunitensi coinvolte. Invito chiunque volesse approfondire l'argomento a leggere il libro *Mercenari S.p.A., di Francesco Vignarca.

"Bellum quod res bella non sit ", Isidoro di Siviglia

7 novembre 2006

La rivolta dei generali

(fonte: movisol.org)

Sono almeno 219 i militari in servizio che hanno sottoscritto un appello al Congresso in cui si chiede il ritiro delle truppe USA dall'Iraq, secondo un volontario del sito appealforredress.org, che raccoglie adesioni. L'appello sarà consegnato al Congresso il 18 gennaio 2007, il Martin Luther King Day. L’iniziativa da parte dei militari in servizio non ha precedenti ma c’è una legge americana che garantisce ai militari il diritto legale di fare appelli o denunce al Congresso [*1]. L’appello va considerato insieme alla richiesta di allontanamento di Rumsfeld dal Pentagono, avanzata da un numero crescente di ex alti ufficiali che ritengono questo l’unico modo per porre fine alla bancarotta dell’operazione militare in Iraq. Questi stessi ambienti militari più razionali ora si stanno rivolgendo anche agli elettori chiedendo loro di bocciare la maggioranza repubblicana alle prossime elezioni del 7 novembre in cui avviene il rinnovo parziale del Senato e della Camera dei Rappresentanti. Anche il principale settimanale della sinistra americana The Nation ha pubblicato nel numero del 16 ottobre un articolo intitolato “Rivolta dei Generali — gli ufficiali contro una guerra fallita”. L’autore dell’articolo, annunciato in copertina, è Richard J. Whalen, affermato esperto di strategia del partito repubblicano. Il fatto che il principale settimanale della sinistra si offre come tribuna per un noto conservatore schierato per decenni nelle prime file repubblicane evidentemente riflette la crescente preoccupazione bipartitica che l’amministrazione Bush-Cheney possa passare ad aggredire l’Iran, anche con armi nucleari, provocando così uno “scontro di civiltà” senza fine.

"La via più rapida per porre fine a una guerra è quella di perderla", George Orwell

6 novembre 2006

I diritti dei vinti

(estratto di un articolo di G. Pisapia - liberazione.it)

La sentenza nei confronti di Saddam Hussein, accusato di aver ordinato la morte di 148 sciiti nel villaggio di Dujail, è attesa per oggi. Il pm, però, ha già dichiarato che il verdetto «potrebbe slittare di qualche giorno»: il che conferma quanto da molti ipotizzato e cioè che, anche sui tempi della decisione, inciderà la scadenza elettorale negli Stati Uniti [*1]. La notizia della condanna di Saddam Hussein avrebbe, infatti, effetti positivi per Bush, in forte calo di consensi per la sua politica estera. [...]Se non vi è certezza sui tempi della sentenza, ben pochi sono i dubbi sulla decisione finale. La condanna è data per scontata; la morte per impiccagione è ritenuta molto probabile. Non è certo questa la sede per entrare nel merito delle responsabilità penali di Saddam Hussein, anche se, in tempi non sospetti, ne abbiamo denunciato i crimini e la violazione dei diritti umani (quando invece altri lo armavano e lo finanziavano). Non ci possiamo esimere, però, dal denunciare il fatto che, in tutti i processi per crimini di guerra o genocidio celebrati dopo la seconda guerra mondiale, sono stati solo i vincitori a processare i vinti, malgrado che anche quest’ultimi si fossero spesso resi responsabili di crimini analoghi o altrettanto gravi. Il che ha portato, molti, a ritenere - a torto o a ragione - che alla fine la “politica” abbia prevalso, anche nelle sentenze, sul diritto, con la conseguenza di essere state considerate non imparziali e, quindi, non eque. E’ sintomatico, a tale proposito, che il coordinatore del comitato di difesa di Saddam Hussein abbia inviato una lettera al presidente Bush, preannunciandogli che «la condanna a morte metterà a ferro e fuoco l’Iraq e porterà la regione verso la guerra civile e quindi verso l’ignoto». Nessuno può sapere se l’esito di un processo celebrato nel rispetto delle garanzie minime previste dal diritto internazionale sarebbe stato diverso da quello cui perverrà il Tribunale speciale istituito appositamente dalle autorità d’occupazione americane, ma - proprio per questo - bisognava fare di tutto per evitare di celebrare un processo la cui sentenza, qualunque essa sia, potrà essere tacciata di aver violato alcune regole fondamentali, anche del cosiddetto diritto bellico. Basti pensare, ad esempio, al fatto che il processo si è svolto (ed altri si stanno svolgendo) davanti a un Tribunale speciale, con giudici nominati appositamente dal potere politico e con regole processuali decise, di fatto, dai vincitori del conflitto armato. Il che non significa, meglio precisarlo per evitare equivoci, sostenere che Saddam non sia colpevole di quanto gli è contestato, ma che è sempre più urgente creare gli strumenti affinché - anche quando si giudicano crimini contro l’umanità - vi sia un Tribunale indipendente, imparziale e che all’imputato siano garantiti quei diritti processuali che sono parte integrante di un processo il cui esito non sia già precostituito (è significativo, del resto, il fatto che non è stato possibile formare un Tribunale, composto da giudici iracheni indipendenti, per i crimini di guerra, le stragi di civili, le torture ecc., commesse dalle truppe d’occupazione). Ma vi è di più. La sentenza di condanna non è appellabile; i giudici “scomodi”, solo perché non sono stati sufficientemente duri nel respingere le istanze della difesa, sono stati immediatamente sostituiti con altri “giudici”, scelti dal potere politico, alla faccia della divisione dei poteri, della parità delle parti e del principio per cui il giudice deve essere «precostituito per legge». Il diritto di difesa è stato costantemente compresso, e in alcuni casi azzerato. Potrei andare avanti, ma il processo a Saddam può essere l’occasione per riprendere la riflessione, e la mobilitazione, rispetto a quegli istituti di giustizia sovranazionale che possano realmente, e non solo formalmente, garantire in futuro - in presenza di crimini di guerra e contro l’umanità - un processo equo che garantisca una sentenza che sia unanimemente riconosciuta dalla collettività internazionale. E la soluzione non può che essere quella di istituire finalmente quella Corte Penale Internazionale, il cui statuto è stato approvato a Roma nel lontano 1998 (e di cui l’Italia è stata la prima firmataria). [...]

Un Tribunale che difende il diritto umanitario può mettersi sullo stesso piano di chi quel diritto umanitario ha violato e calpestato?

"La morte si sconta vivendo", Giuseppe Ungaretti

5 novembre 2006

Il più temuto

(fonte: rainews24)

Un sondaggio [*1] commissionato dal quotidiano britannico Guardian rivela che gli inglesi, i canadesi, gli israeliani e i messicani ritengono George Walter Bush più pericoloso dell'iraniano Mahmoud Ahmadinejad e del nordcoreano Kim Jong-Il, secondo solo ad Osama bin Laden. I risultati confermano, a pochi giorni dal voto per il rinnovo del Congresso negli Stati Uniti, quello che in realta' si sapeva da tempo, cioe' che all'estero non piace e preoccupa la politica estera "da cowboy" di Bush. Il fatto e' che ora la rilevazione e' stata ristretta solo in paesi alleati chiave di Washington, schierati come nel caso della Gran Bretagna in prima linea in Iraq ed Afghanistan. Guerre che solo per il 7 per cento degli intervistati britannici hanno migliorato la sicurezza globale, mentre per il 69 per cento degli intervistati la politica americana dal 2001 ha reso il mondo meno sicuro. Convinzione condivisa anche dalla opinione pubblica dei paesi confinanti a nord e sud con gli Stati Uniti, dal 62 per cento dei canadesi ed il 57 dei messicani. Ma la cosa piu' clamorosa e' che anche in Israele, che da sempre ha negli Stati Uniti il baluardo principale per la sua sicurezza, sta diminuendo il numero dei sostenitori della politica Bush. Solo il 25 per cento crede che questa aiuti la sicurezza, mentre il 36 pensa che la danneggi ed il 30 per cento considera che nella migliore delle ipotesi Bush non ha fatto alcuna differenza.

"I mali che non si avvertono sono i più pericolosi", Erasmo da Rotterdam

4 novembre 2006

Ma chi è Abu Grahib?

(fonte: altrenotizie - 02/11/2006)

Una nota trasmissione televisiva ha intervistato a tradimento alcuni parlamentari aspettandoli fuori dalle camere per interrogarli sui fatti di cronaca. Il risultato è stato quanto di più desolante. A domanda risposero che il Darfur è uno stile di vita (confondendolo con il fast-food); che Abu Grahib era un tizio che è stato torturato (e che “l’effetto - Abu Grahib” è il sinonimo di “effetto - domino”); che Rabin era un rappresentante palestinese incarcerato e oppresso; che Hitler non scrisse il Mein Kampf perchè non aveva tempo. A completare il quadro una diffusa ignoranza sul significato di oscure sigle, su cosa significhi Consob, o su quella altrettanto misteriosa che identifica la Rizzoli-Corriere della Sera (RCS). Si può concedere che siano state mostrate solo le domande che hanno raccolto risposte da deficienti e che la figura, mitigata da una serie di risposte a segno, non sarebbe stata tanto terrificante nella realtà. Resta però sospeso il sospetto che chi è in grado di articolare bestialità del genere possa avere oggettive difficoltà nell’adempiere pienamente il mandato parlamentare. Nessuno pretende dagli eletti in Parlamento una preparazione sopraffina o particolari doti da tuttologo, ma chiunque presti pensiero a questi dettagli si augura che esista un limite verso il basso da non valicare. Lasciamo per un momento da parte l’etica e le sue scomode domande, non chiediamoci perché alcuni politici abbiano deciso di gettare la propria ignoranza oltre il video - invece di svicolare felpati come la maggior parte dei colleghi - e proviamo ad immaginare l’operatività di assemblee composte da personale politico del genere. Prima di tutto è evidente che gran parte dei dibattiti alle Camere ad alcuni entra da un orecchio ed esce dall’altro senza lasciare traccia o curiosità. Lo dimostra in particolare la scarsa conoscenza dell’esistenza della Consob, un tipo di istituzione ormai integrato nell’assetto costituzionale delle moderne democrazie occidentali, non solo l’organo di controllo della borsa italiana. La Consob viene nominata in moltissime sedute parlamentari, ma evidentemente c’è gente che vota le leggi destinate a regolare la nostra economia senza neppure sapere che esista; gente che nemmeno ha mai avuto la tentazione di scoprire cosa sia questa Consob. Allo stesso modo, quando nelle sedute solenni in nome e in onore dei morti di fame, di malattie e di stenti per l’egoismo mercantile del primo mondo, quando si firmano con le stilografiche più preziose impegni altisonanti favore dei paesi che deprediamo, la gran parte dei presenti non sa nemmeno di che paesi si parli né quali siano i problemi. Che speranza si può nutrire sul fatto che un parlamentare italiano possa curare gli interessi di gente che non conosce e che non voterà mai in Italia, perché mai il deputato si dovrebbe allarmare a sentir discutere di fame e stragi nel Fast-food? E perché mai un deputato si dovrebbe allarmare se il signor Abu Grahib è stato un po’ torturato e un po’ oppresso non si sa dove e nemmeno da chi? Perché quelli che insultano i “pacifinti” dovrebbero ricordare le torture americane e altri massacri ed orrori? Quali fantasiose associazioni di idee illumineranno parole come: Falluja, Najaf, Gaza, Kandahar, nelle menti dei nostri deputati? Il dramma si raggiunge nella gestione della politica estera, che per anni è stata maneggiata maldestramente a vista, cercando di seguire la parte assegnata dall’amico americano, ma che da anni non viene discussa o analizzata in pubblico. In questo quadro va dato atto al corpo diplomatico italiano di aver retto l’urto devastante del berlusconismo, evitando che il nostro paese diventasse un paria internazionale, mentre allo stesso tempo subiva l’urto della riforma che avrebbe dovuto trasformare le ambasciate e gli istituti di cultura in show-room per il Made in Italy. La parallela sparizione della cronaca dall’estero dall’orizzonte dei media, ha incentivato il disinteresse in capo al personale politico italiano per gli avvenimenti del mondo. La guerra non è stata una “issue” alle ultime elezioni; così come non lo è stato alcun tema di politica estera o “globale”. Lo stagno della politica italiana non ha colto neppure l’emergere dell’allarme ecologico, che in altri paesi ha già spinto anche alcune formazioni conservatrici ad abbracciare politiche “verdi”, in altri tempi considerate da bolscevichi. In pochi anni siamo diventati uno dei paesi che spende di più per i militari e meno per gli aiuti umanitari, invertendo una politica ultradecennale senza che la cosa suscitasse la minima discussione. Ora che cominciano ad emergere storie penose come quella dell’elemosina al Darfur recapitata dall’attivissima Contini (incapace di costruire l’ospedale promesso, come la scuola); ora che si scopre che la Protezione Civile ha speso solo 6 milioni di euro per soccorrere le (centinaia di migliaia di) vittime dello tsunami e 15 milioni per sovrintendere ai funerali di Woytila (a titolo di esempio 15 milioni di euro è la cifra chiesta dall’ONU l’anno scorso per salvare 3 milioni di nigerini dalla carestia e non fu raccolta lasciando gli abitanti negletti del Niger alla loro sorte), sarebbe forse il caso di aprire un tavolo che ridisegni l’impegno internazionale del nostro paese, non senza la premessa della doverosa istituzione di un servizio di alfabetizzazione geopolitica in favore dei poveri deputati, in modo che non si trovino mai più a dover votare gli aiuti ai morti di fame credendo invece di finanziare i fast-food.

"Niente è più terribile di un'ignoranza attiva", Goethe

2 novembre 2006

Cento morti e non sentirli

(fonte: unita.it - Marco Travaglio)

Nel 2005 la camorra ha fatto secche 90 persone. Nel 2006 solo 76, ma ha ancora due mesi di tempo per eguagliare il record. La risposta dello Stato, però, è stata all’altezza della situazione. In attesa di inviare mille poliziotti in più, che andranno ad aggiungersi ai 13.500 già schierati sul campo, il Parlamento ha già provveduto, con l’indulto, a inviare sul posto altri delinquenti in più, casomai non bastassero quelli già a piede libero. Ora, se misurassimo, anche a spanne, le parole dedicate dalla classe politica, e dunque da giornali e tv al seguito, all’analisi della criminalità organizzata e dei rimedi per combatterla, e lo confrontassimo con quelle usate sul fronte del fondamentalismo islamico, il rapporto sarebbe di uno a dieci, forse di uno a mille. Eppure, a oggi, i morti per terrorismo islamico sul territorio italiano sono zero. Mentre i morti per camorra, mafia, ‘ndrangheta e Sacra Corona sono centinaia ogni anno. Le ultime stragi, in Italia, le ha fatte un’organizzazione terroristica denominata Cosa Nostra nel 1992-’93, fra Palermo, Milano, Firenze e Roma. Gli esecutori materiali sono dentro, mentre i mandanti «esterni» restano, secondo le stesse sentenze che condannano gli esecutori, «a volto coperto». Cioè fuori. La Seconda Repubblica - come ha ricordato l’altroieri il pm Ingroia presentando a Palermo «Il gioco grande» di Giuseppe Lobianco e Sandra Rizza (Ed. Riuniti) «è nata sul sangue dei magistrati, degli uomini di scorta e dei cittadini assassinati in quella mattanza, ma i mandanti non interessano a nessuno». In compenso, con uno sforzo di altruismo davvero encomiabile, siamo molto interessati ai mandanti delle stragi in casa d’altri, tant’è che da quattro anni collaboriamo a radere al suolo l’Afghanistan e l’Iraq, senza peraltro cavarne un ragno dal buco, mentre dei morti di casa nostra, anzi di Cosa Nostra, allegramente c’infischiamo. Uno straniero che, per masochismo, leggesse l’opera omnia dei nostri migliori intellettuali, da Panebianco a Ferrara, verrebbe colto da un lievissimo senso di spaesamento: possibile che queste teste d’uovo non parlino d’altro che di Islam radicale, avendo sull’uscio di casa pericoli ben più concreti e incombenti che parlano e sparano in italiano? Per tutta l’estate ha spopolato un editoriale di Panebianco, a metà strada tra Kafka e Ionesco, che domandava se non sia il caso di autorizzare una «zona grigia» di illegalità per consentire ai nostri servizi di torturare almeno un po’ i terroristi islamici (che fortunatamente, finora, In Italia non hanno sparato neppure un petardo a Capodanno). Ora ferve il dibattito su quell’autentica emergenza nazionale che sono le donne col velo islamico, per non parlare delle due o tre avvistate in Val Brembana addirittura col burka. I passamontagna e i giubbotti con kalashnikov incorporato a Napoli e Reggio Calabria allarmano molto meno. Giuliano Ferrara, sempre molto intelligente ma soprattutto molto intelligence, dedica colate di piombo (di tipografia) alle gravi minacce incombenti sui vignettisti danesi che prendono per i fondelli Maometto, per poi scoprire che in Italia c’è uno scrittore, Roberto Saviano, che finisce sotto scorta per essersi occupato di mafia, cioè di un tema che da parecchi anni è uscito dall’agenda dei molto intelligenti (salvo, si capisce, quando si tratta di attaccare i magistrati antimafia, spontaneamente o su commissione del Sismi). Ancora l’altro giorno s’invocavano pene esemplari contro l’imam di Segrate, reo di aver dato dell’ ignorante alla signora Santanchè che si era dimostrata ignorante in fatto di Corano. E Magdi Allam, sul Corriere, ammoniva severamente chi consente ad Al Jazeera di celebrare l’anniversario della sua fondazione. Ora, per carità, non saremo noi a sottovalutare il pericolo della propaganda televisiva contro chi combatte, o dice di combattere, il terrorismo islamico. Ma della propaganda televisiva contro chi combatte le mafie ne vogliamo parlare? Ieri, sul Foglio, Lino Jannuzzi rivendicava con orgoglio i suoi rapporti con i servizi deviati, con Gelli, Liggio, Michele Greco detto «il Papa», Ciancimino e altri galantuomini, sostenendo che avere «molti amici criminali» è normale, «perché sono un giornalista». Fortuna che nessuno di quegli amici si chiama Mohammed. Altrimenti, invece di pubblicargli il pezzo, Ferrara lo faceva arrestare su due piedi.

"La mafia diventerà più crudele e disumana. Dalla Sicilia risalirà l'intera Penisola per forse portarsi anche al di là delle Alpi", Don Luigi Sturzo

1 novembre 2006

Firenze, 40 anni dopo

(fonte: altrenotizie - Elena G.Polidori)

E’ un’angoscia sottile, per lo più inespressa, quella che ancora oggi si diffonde piano tra i fiorentini ogni volta che la pioggia batte ininterrottamente per giorni e ti sembra un castigo di Dio senza fine. C’è ancora chi, in giorni come quelli, si alza di notte e raggiunge uno dei tanti ponti di Firenze per controllare che, sotto, il fiume ribollente e limaccioso non sia salito oltre il limite di guardia segnato bene in vista ai lati delle sponde. E non c’è mai una volta che l’Arno ti faccia tornare indietro verso casa senza averti trasmesso il timore di risvegliati, la mattina, con quella medesima acqua verdastra che scorre veloce sotto le tue finestre portandosi via tutto ciò che hai. E se possibile anche di più. Era il 4 novembre del 1966 [*1], quando l’alba mostrò una Firenze livida di acqua, di fango e di nafta, devastata fin nel suo cuore più antico e medioevale, con la gente sui tetti che urlava e i soccorsi che non riuscivano ad arrivare. Sono passati quarant’anni, eppure l’Arno potrebbe sommergerla ancora, con conseguenze ben peggiori di allora. Un’alluvione come quella del ’66 rappresenterebbe un costo sconvolgente per il sistema-Paese: trenta miliardi di euro. Una intera Finanziaria, insomma. In tanti anni, però, si è fatto ancora troppo poco per impedire che accada di nuovo. In realtà, ciò che provocò quella devastazione fu un combinato disposto di circostanze che difficilmente si potrebbero ripresentare tutte insieme con la medesima intensità. Piovve dalle cinque del 3 novembre e andò avanti per 18 ore. Caddero venti centimetri di pioggia su 9 mila chilometri quadrati e di questi 1.500 furono inondati. In ventiquattr'ore, sotto Ponte Vecchio, passarono 400 milioni di metri cubi d'acqua e 70 si riversarono in città. Una catastrofe straordinaria. Straordinaria soprattutto per il cuore antico della città, per la strettoia di Ponte Vecchio, capace allora di smaltire solo fino a 2.500 metri cubi d'acqua al secondo. Quella passerella sull'acqua che piaceva a Hitler e per questo fu risparmiata dalla distruzione nazista dei ponti fiorentini nell'agosto 1944, riuscì a contenerne 3.000. Ma la foga del fiume ne riversò 4.100 per dodici ore: roba da portata di un grande fiume indiano. Una pressione che lasciò in città 600 mila metri cubi di fango misti alla nafta dei depositi di carburante saltati nel disastro. Quella massa d’acqua arrivò di colpo. E questo perché la diga di Levane, a nord di Firenze, dopo quei giorni di pioggia aveva raggiunto la saturazione; c’era il rischio concreto di un crollo. I responsabili del bacino idrico decisero di aprire la diga. Ma anziché calibrarne il flusso, spalancarono contemporaneamente tutte le aperture si scarico. Si creò un’onda alta due metri che non lasciò via di scampo e si scaricò con grande violenza sulla città. La natura matrigna e l’imperizia umana combinarono un disastro. Ma il pericolo, dopo quarant’anni, è uguale ad allora [*2]. Tutti i comuni della provincia di Firenze restano classificati ad alto rischio alluvioni e frane. L' 89% della popolazione ha abitazioni in aree di rischio idrogeologico, nella metà dei casi proprio in queste zone sono nati interi nuovi quartieri, il 70% ha lasciato costruire in zone pericolose le fabbriche a ridosso d' Arno. Case e fabbriche intorno al fiume sono assai più in pericolo rispetto al 1966. Semplicemente perché sono almeno decuplicate. Nella piana del fiume, lontano dalle colline, si produce sempre più alta moda, pelletterie e carta di grande qualità. Crescono i discount delle griffe più famose nel mondo. Numerosi insediamenti risalgono ai primi anni ' 70 e sono il frutto dei finanziamenti del dopo-alluvione: soldi investiti senza un piano economico né tantomeno urbanistico. Non si contano poi i cantieri della nuova Toscana degli anni Duemila. E della stessa nuova Firenze, immaginata dal Piano strutturale a ridosso del centro storico, da Novoli in giù. Una realtà che nel 1966 era solo un sogno da futurologi e oggi concretamente riguarda, nell'intero bacino, tre milioni di toscani. Un' espansione a macchia d' olio, nonostante ben 2.360 chilometri quadrati del bacino dell'Arno siano inseriti in una area di pericolosità valutata tra media e molto elevata. Secondo gli ambientalisti (ma l' allarme è fortemente contestato dal Comune di Firenze) anche l'area di Castello sarebbe "alluvionabile": lì dovrebbero sorgere entro dieci anni 1.500 abitazioni, la scuola marescialli dei carabinieri, forse la nuova sede della Provincia. Ecco perché un ipotetico ‘66-bis costerebbe quanto una Finanziaria. Ecco perché si dovrebbe fare di tutto per scongiurarlo. Ma non è così. I fiorentini, si sa, hanno caratteri difficili e spigolosi. E nonostante Firenze sia stata più volte devastata, negli ultimi mille anni, da almeno 56 piene di cui 8 rovinose, la messa in sicurezza dell’Arno è rimasto sempre un problema quasi di secondo piano rispetto ad altri, come la viabilità cittadina, considerato sempre un’emergenza [*3]. Per i fiorentini, insomma, l’Arno è sempre "un torrente con ambizioni di fiume, capace di aumentare la propria portata fino a 16 mila volte di più; ma lo fa di rado". Però qualcosa si è fatto. Prima di tutto l'invaso di Bilancino nel Mugello, che con la sua diga controlla dal 2001 il regime del fiume Sieve, il maggior contribuente alle piene d' Arno ("Arno non cresce se Sieve non mesce"), tragico coprotagonista della piena di quarant'anni fa. Poi c' è il diverso regime delle dighe Enel nell' aretino, La Penna e Levane, oggi sottoposte a una "gestione attiva", ovvero vengono scolmate non appena la lunga catena di controllo segnala pericolo. Altro risultato: l'Arno è monitorato da un sensore di pioggia ogni otto chilometri. I dati sono distribuiti in rete e via radio e sono a disposizione di tutti: Autorità di bacino, Protezione civile, Regione, Comune e Province interessate. Il margine di previsione di una ipotetica catastrofe è prossimo alle 24 ore. Molto poco comunque, ma già un risultato. Ma è dentro Firenze che molto lavoro resta ancora da fare, anche se si è provveduto all' innalzamento dei muri di sponda e all'abbassamento delle platee di Ponte Vecchio e Santa Trinita, cioè di quelle solide soglie di pietra che attraversano la larghezza dell'alveo sotto le arcate. Ponte Vecchio è passato da 2.500 a 3.500 metri cubi di portata al secondo. Il che significa che l’impatto di una portata d’acqua come quella del ’66 sarebbe ridotta di un terzo. Gli altri due terzi restano lì dove sono, in area allarme rosso. E comunque ogni cura ha il suo contraccolpo. Nel caso di un fiume che si contenga a monte, la piena si riverserà fatalmente a valle, quindi a Ovest di Firenze, in quella piana sempre più ricca di insediamenti e di fabbriche. Sarebbe nuovamente un disastro. Il vero paradosso, come al solito, sta tutto nei palazzi della politica. Nella scorsa legislatura si è fatto un gran parlare di grandi opere, vistose e spettacolari quanto inutili come il ponte sullo stretto di Messina. Eppure l’opera più grande e necessaria come la messa in sicurezza del bacino dell’Arno non è mai stata neppure presa in considerazione. Nel ’66 a salvare Firenze arrivarono in migliaia, poi soprannominati “Angeli del fango” e tutti furono pronti a giurare che avrebbero fatto di tutto perché non accadesse mai più. Eppure, dopo quarant’anni, i fiorentini sono ancora in balia del fiume e dei suoi capricci. E chi dovrebbe intervenire continua a far finta di non sapere che una nuova alluvione li costringerebbe a sborsare trenta miliardi di euro da un giorno all’altro. Come una finanziaria. Comunque troppo rispetto a quanto di sarebbe potuto fare, nulla rispetto a quanto si potrebbe nuovamente perdere.

"Per mezza Toscana si spazia / un fiumicel che nasce in Falterona / e cento miglia di corso nol sazia", Dante Alighieri - Divina Commedia, Purgatorio, Canto XIV