
29 dicembre 2006
27 dicembre 2006
Bush ordina l'attacco alla Somalia
(fonte: altrenotizie.org - estratto di un articolo di Raffaele Matteotti)26 dicembre 2006
Contraddetto XVI
Nella notte del 24 dicembre Benedetto XVI ha celebrato la solenne messa di mezzanotte, di fronte ai fedeli, ecclesiastici, ambasciatori, personalità civili e religiose. Non è mia intenzione soffermarmi sul diritto o meno di un capo di un altro stato di trasmettere a reti unificate il proprio messaggio, ho rinunciato a pormi molte domande sull'ingerenza del clero da quando ho notato che l'opinione pubblica fosse maggiormente colpita da due statuine omosessuali all'interno di un Presepe, che dalla presenza dello stesso all'interno di un edificio istituzionale di uno Stato Laico. Vorrei, al contrario, soffermarmi su quello che è stato il messaggio del Papa al mondo. Benedetto XVI, nell'omelia, si è rivolto ai bambini di tutto il mondo, invitando i fedeli a fare la loro parte affinchè sia rispettata la loro dignità: «Dio ci insegna il rispetto di fronte ai bambini. In tutti loro è il Bambino di Betlemme che ci chiama in causa». Appello che, a detta dello stesso Ratzinger, coinvolgeva tutti i piccoli che nel mondo soffrono, subiscono abusi, non vengono fatti nascere, patiscono la miseria e la fame, vengono fatti combattere come bimbi-soldato. Questo condivisibilissimo messaggio stride però con quella che era stata l'attività di cardinale di Benedetto XVI. Non mi riferisco ai tanto sbandierati trascorsi nazisti che riguardano vicende di più di quarant'anni fa, bensì un epistola, pubblicata solo da un lustro, il cui messaggio è diametralmente opposto rispetto a quello lanciato durante la messa di Natale. Ne riporto i punti più salienti:Epistula "De Delictis Gravioribus" del 18 maggio 2001 [*link]
[...]Summo Pontifici subiciendo conclusiones circa determinationem graviorum delictorum et modum procedendi ad sanctiones declarandas aut irrogandas, firma manente eiusdem Congregationis Apostolici Tribunalis exclusiva in hoc competentia[...] Delictum contra mores, videlicet: delictum contra sextum Decalogi praeceptum cum minore infra aetatem duodeviginti annorum a clerico commissum. Haec tantum, quae supra indicantur delicta cum sua definitione, Congregationis pro Doctrina Fidei Tribunali Apostolico reservantur.[...] Notandum est actionem criminalem de delictis Congregationi pro Doctrina Fidei reservatis praescriptione extingui decennio. Praescriptio decurrit ad normam iuris universalis et communis; in delicto autem cum minore a clerico patrato praescriptio decurrere incipit a die quo minor duodevicesimum aetatis annum explevit.[...]
+ JOSEPHUS Card. RATZINGER Praefectus
Per chi non dovesse aver dimestichezza con il latino, l'autore di questa epistola invita tutti i vescovi del pianeta a non testimoniare nei tribunali civili (pena la scomunica). Ovviamente erano compresi i processi in cui venivano mosse accuse di molestie sessuali su minore. Inoltre le cause di questo tipo sono soggette al segreto pontificio ed è obbligatorio attendere 10 anni, da quando le vittime hanno compiuto la maggiore età, per rivelare le accuse. L'autore di questa epistola è stato indagato negli USA per "Obstrucion of Justice", ma si è avvalso dell'immunità diplomatica [Verificabile consultando i "faldoni" del processo a Juan Carlos Patino-Arango].
"Dio mi liberi dalla saggezza che non piange, dalla filosofia che non ride, dall'orgoglio che non s'inchina davanti a un bambino", Kahlil Gibran da Massime Spirituali
24 dicembre 2006
Buon Solstizio a tutti
(tratto da rinascita.info)Il giorno 24 si concludeva con un grande banchetto illuminato da lumini e candele, con brindisi e scambio di auguri. Il giorno 25 era dedicato al Sole Invicto: il Sole, cioè, che sembra sul punto di essere inghiottito dalle tenebre ma invece risorge e torna a brillare, a scaldare, a riportare la Vita sulla Terra. Con l'espandersi dell'Impero verso Oriente, soldati e mercanti vennero a conoscenza del culto del dio Mitra, che pian piano venne introdotto a Roma. Esso fece talmente presa sulla popolazione, che nel 274 d.C. l'Imperatore Aureliano lo ufficializzò. E poiché anche Mitra simboleggiava il Sole, la sua festa fu sovrapposta a quella del Sole Invicto, il 25 dicembre, come già avveniva in Persia. Mitra ha sorprendenti analogie con la figura del Cristo. Nasce in una grotta e gli viene affidato dal Padre Sole il compito di contrastare Ahriman (Arimane), spirito maligno che vuole distruggere il mondo. Mitra, quando la sua missione salvifica é compiuta, partecipa con i suoi adepti ad un banchetto; dopo aver consumato il pasto come atto sacrificale, il dio sale al cielo su un Carro di Luce, per riunirsi al Padre Sole.
Il Natale cristiano si è insomma inserito su miti già esistenti, come spesso è accaduto per le "nuove religioni". Il Solstizio resta comunque una delle più importanti occasioni di festa per il genere umano: Buone Feste a tutti!
21 dicembre 2006
Invierno en Bagdad/2
"Dolce è la guerra a chi non l'ha provata", Erasmo da Rotterdam
19 dicembre 2006
A Natale siamo tutti più buoni
(fonte: peacereporter.net)In un’apocalittica New York di un futuro imprecisato, dopo che oscure profezie bibliche si sono avverate provocando milioni di morti, una popolazione di atei rischia di cadere nelle grinfie di un finto politico che in realtà è l’Anticristo. Per salvare il mondo, i virtuosi dovranno convertire gli atei al cristianesimo, difendendosi dalle forze del male con la preghiera, ma anche sporcandosi le mani uccidendo i soldati dell’Anticristo. Un esercito russo-arabo ha sterminato la popolazione mondiale, Israele è miracolosamente salvo, i veri credenti sono saliti in paradiso, l’Anticristo è un lugubre rumeno, nonché ex segretario generale dell’Onu, che di cognome fa Carpathia: Left Behind, si sarà capito, è un polpettone che mescola precetti e spauracchi del classico repertorio politico-religioso evangelico. Roba di nicchia in Europa ma non negli Usa, dove si contano oltre 60 milioni di evangelici: tanto che la collana degli omonimi libri ha venduto circa 63 milioni di copie. Ma in un momento storico in cui gli Usa sono stati accusati di aver lanciato una crociata contro il mondo islamico, temi del genere sono esplosivi.
18 dicembre 2006
Nuovi genocidi vecchi criminali
(di Antonella Randazzo)Sono stati condannati a morte nel settembre del 2003. Si tratta di un popolo intero, fatto di bambini, uomini, donne e vecchi: gli Anuak della regione di Gambella (Etiopia). La loro colpa? Vivere in una regione ricca di oro e di petrolio. Nemmeno i migliori servizi giornalistici sull'Africa dicono che i genocidi dei popoli africani vengono pianificati dai governi fantoccio, eppure spesso è così. Il caso degli Anuak non è certo l'unico, basti ricordare gli Ognoni della Nigeria, i Fur del Dalfur o i Pigmei di etnia Baka. L'accanimento contro gli Anuak è iniziato alla fine del 1979. Quell'anno, le terre degli Anuak furono confiscate, per costringere la popolazione ad arruolarsi forzatamente o al lavoro coatto nelle fattorie. Gli Anuak cercarono di scappare, ma molti furono uccisi o arrestati. Per attuare il genocidio sono stati assoldati eserciti definiti impropriamente di "difesa". In Etiopia è stata creata la milizia del Fronte di Difesa Rivoluzionario Popolare Etiope (Eprdf), incaricata di uccidere impunemente e di praticare ogni sorta di violenza. Nel febbraio del 2004, il giornalista Keith Harmon Snow (World War Report, n. 97, aprile 2004, "State Terror in Ethiopia: Another Secret War for oil") scrisse un rapporto in cui provava che l'Eprdf aveva massacrato migliaia di Anuak, su ordine del governo del ministro Meles Zenawi. Nel settembre del 2003, il governo Zenawi si era riunito per discutere l'eliminazione degli Anuak, considerati un intralcio dalla Halliburton Company, che sfrutta il petrolio del bacino dell'Ogaden, e dalla Canyon Resources, che estrae oro dalle miniere etiopiche. Snow sostiene senza ombra di dubbio che le autorità americane sono al corrente del genocidio che si sta attuando nella regione di Gambella, e che forniscono armi e addestramento militare agli assassini. L'Operazione è chiamata in codice "Operation Sunny Mountain" (Operazione montagna assolata). Come al solito, viene dapprima creata una "motivazione". Il 13 dicembre del 2003, vengono misteriosamente assassinati otto funzionari dell'Onu. Senza alcuna prova, la responsabilità cade proprio su chi si vuole sterminare. L'Eprdf scatenò la violenza massacrando, saccheggiando e incendiando i villaggi degli Anuak. I morti sono stimati nell'ordine di alcune migliaia, ma non esistono cifre precise. Il governo cerca di spacciare il genocidio per "lotta tribale", ma a oggi non ci sono prove che ad uccidere gli Anuak siano i vicini Nuer, mentre ci sono numerose prove sulle responsabilità dell'Eprdf e del governo. Le milizie seminano terrore su tutta la regione di Gambella. Gli obiettivi principali sono anche gli intellettuali e gli studenti che si oppongono alle violenze. Nel periodo 2003/2004, centinaia di persone sono scomparse nel nulla. Nel novembre del 2004, 2500 Anuak sono stati uccisi, e migliaia di persone sono state arrestate o deportate. Molte donne Anuak subiscono stupri con la minaccia delle armi. Un rapporto dell'Human Rights del 2004 sostiene che durante il 2003 molte donne Anuak hanno subito violenze da parte di soldati dell'esercito. Il governo, nonostante le denunce, non ha mai aperto alcuna inchiesta. Gli Anuak costituiscono il 2% della popolazione etiopica, comprendendo circa 1.500.000 persone. La popolazione di Gambella, che comprendeva 50.000 persone, oggi è scesa a 35.000 persone. Gli Anuak cercano di mettersi in salvo rifugiandosi nei campi profughi del Sudan o del Kenya, dove attualmente si troverebbero almeno 8000 Anuak. Le violenze hanno causato la distruzione dei raccolti e quest'anno una grave siccità ha colpito l'intera regione, costringendo molte persone a spostarsi. Attualmente, in Etiopia, 8,78 milioni di persone sono malnutrite e di questi, 1,6 milioni sono bambini con meno di 5 anni d'età. Nel 2005 e nel 2006 le repressioni sono continuate. Sono state torturate diverse persone che avevano denunciato i brogli elettorali alle elezioni del 15 maggio 2005. In seguito alle proteste popolari, sono stati costruiti alcuni campi di prigionia ad Addis Abeba, in cui si trovano almeno 15/20.000 persone. Fra i detenuti ci sono diversi giornalisti, intellettuali e militanti per i diritti umani. Gli Stati Uniti chiamano tutto questo "guerra al terrorismo" e hanno dato al governo etiopico, tra il 2000 e il 2004, almeno 80 milioni di dollari. Inoltre, le autorità Usa hanno addestrato 4000 soldati etiopici nei programmi Imet e Foreign Military Sales and Deliveries. Washington ha coinvolto l'esercito etiopico anche in altre operazioni di addestramento definite di "peacekeeping", pur sapendo assai bene che la violenza sarà rivolta contro la popolazione civile.
17 dicembre 2006
Urge vocabolario!
(Estratto da "La scomparsa dei fatti" di Marco Travaglio, Il Saggiatore, pagg. 320, 2006)Se le notizie fanno paura, le parole che le raccontano ne fanno ancor di più. In fondo è la parola che si conficca nella memoria e aiuta a ricordare questo o quel fatto, richiamandolo come il sibilo agli ultrasuoni che fa scattare il cane. Così – l’abbiamo visto per la guerra e per la pace – le parole diventano più importanti dei fatti. Perché, giocando con le parole, si possono manipolare i fatti e, alla fine della catena, tutta la memoria collettiva.Non siamo più d’accordo nemmeno sul dizionario della lingua italiana. Anzi, svuotiamo o ribaltiamo il significato delle parole per nascondere meglio i fatti, o semplicemente per pigrizia, perché tutti fanno così e pare brutto disturbare i manovratori. Chiamiamo pace la guerra e guerra la pace. Chiamiamo dopoguerra una situazione in cui si spara e si muore più che in guerra. Chiamiamo terroristi i guerriglieri iracheni o afghani che combattono armi in pugno contro le truppe che hanno occupato il loro paese, solo perché le truppe sono anche nostre, o comunque «amiche », senza riuscire nemmeno a distinguerli dai veri terroristi, che mirano a obiettivi civili (come peraltro fanno i nostri alleati a Falluja con le bombe al fosforo). Se invece ci occupiamo del Darfour, allora nessun dubbio sul fatto che siano tutti guerriglieri e partigiani, anche se ricorrono a metodi che in Iraq e in Afghanistan, dove ci siamo noi, chiamiamo frettolosamente terroristici.
[…]Come possiamo vivere insieme e sentirci comunità se non abbiamo più nemmeno un linguaggio comune? Da anni, ormai, chiamiamo «esule» il latitante Craxi. Chiamiamo «assolti» (cioè innocenti) i prescritti (cioè i colpevoli che la fanno franca). Chiamiamo «presunte tangenti» anche quelle consacrate da sentenze definitive di condanna. E «processi politici» i processi ai politici accusati di delitti comuni come la corruzione e la concussione. E «giustizialisti» (come i seguaci di Juan Domingo Perón) coloro che chiedono semplicemente giustizia, certezza della pena e una legge uguale per tutti, cioè i veri garantisti (cose che capitano in un paese che confonde Cesare Beccaria con Cesare: Previti). Chi difende l’indipendenza della magistratura dal potere politico, invece, è chiamato «giacobino», anche se i giacobini teorizzavano la sudditanza della magistratura al potere politico, mentre chi chiedeva magistrati indipendenti erano semmai i girondini. Chiamiamo «riformisti» strani personaggi che non hanno mai fatto né proposto uno straccio di riforma, ma in compenso predicano eternamente il dialogo, anzi l’inciucio con Berlusconi, e non si capisce che c’entri tutto questo col riformismo. Invece Rosi Bindi, autrice di una delle pochissime riforme degne di questo nome degli ultimi dieci anni, quella della sanità, passa per un’antiriformista «estremista» e «radicale». E così altri due riformisti ultramoderati, ma?, come Nanni Moretti e Giorgio Cofferati. In compenso Berlusconi e Bossi, cioè gli estremisti più autoritari ed eversivi mai visti in una democrazia, rappresentano il polo «moderato» e «liberale». Chiamiamo «demonizzatori» o «apocalittici» quanti hanno descritto e denunciato, insieme a tutto il mondo libero, il conflitto d’interessi illiberale del Cavaliere, il suo abuso delle televisioni, le sue censure di regime e le sue leggi d’impunità su misura: la semplice descrizione quotidiana delle mostruosità del quinquennio 2001-2006 è divenuta «antiberlusconismo», allarmando chi pensa che l’informazione e la satira debbano «moderare i toni» e l’opposizione non debba opporsi troppo. Si sono persino inventate categorie sconosciute in qualunque altro paese, con luoghi comuni e frasi fatte utili a squalificare in partenza chiunque chiami le cose con il loro nome: chi chiedeva l’intervento del Quirinale, supremo garante della Costituzione, contro le continue violazioni costituzionali, veniva accusato di «tirare per la giacchetta il capo dello Stato». E chi, da posizioni liberali, o cattoliche, o azioniste, o socialdemocratiche restava coerente con se stesso e teneva la schiena dritta senz’accettare i continui fatti compiuti, veniva ipso facto annesso alla «sinistra radicale» dell’«estremismo» e del «massimalismo». Ora, poi, chiamiamo «girotondi» le manifestazioni organizzate dai partiti del centrodestra contro il governo Prodi e a favore di sua maestà Berlusconi, mentre i girotondi erano movimenti spontanei e autorganizzati della società civile, al di fuori dei partiti, contro un governo che sgovernava e un’opposizione che non si opponeva. Chiamiamo «genitori adottivi» i coniugi di Cogoleto che hanno rapito e subornato Maria, la bambina bielorussa loro affidata «affido», ma un semplice «percorso di accoglienza» temporaneo). Chiamiamo «nonne» le madri della coppia che, con la complicità di alcuni preti, hanno tenuto la piccola segregata per tre settimane in un convento della Val d’Aosta in barba a tutte le leggi italiane e internazionali. E chiamiamo «atto d’amore» quello che giustamente Massimo Fini, sul Giorno, ha chiamato «una cinica e brutta partita giocata sulla pelle di una bambina da una coppia sterile che ha introiettato il credo che avere un figlio sia un “diritto” e uno status symbol irrinunciabile». Il tutto per nobilitare o giustificare un vero e proprio sequestro di minorenne con plagio, che lascerà tracce indelebili sulla psiche della bimba, addirittura indotta a esibirsi in un video alla al-Zarqawi in cui chiedeva di «tornare da mamma e papà» (che non sono i suoi, non sono tali), dava in escandescenze e minacciava un suicidio che qualcuno le aveva sciaguratamente suggerito per forzare la mano alle autorità e ottenere un’adozione non dovuta e nemmeno prevista. Ma come possiamo raccontare i fatti, se non siamo più d’accordo sulle parole?
"Le parole sono la più potente droga usata dall'uomo", Rudyard Kipling14 dicembre 2006
Il paese degli ossimori
Riporto l'estratto di un'interessante analisi di Ilvo Diamanti a fronte di un sondaggio di Demos sul rapporto tra i cittadini e lo Stato.13 dicembre 2006
Tana!
In questi giorni siamo impegnati ad assistere a diversi processi mediatici nei confronti del leader iraniano Ahmadinejad. In realtà questa sceneggiata a cui hanno partecipato tutte le massime cariche sul palcoscenico internazionale, a partire da Blair fino ad arrivare al "nostro" D'Alema, ha ben poco di fondato. Le accuse rivolte al presidente iraniano sono infatti frutto della strumentalizzazione dei suoi discorsi (a tal proposito è utile dare un'occhiata ad un mio vecchio post, datato 29 marzo 2006, che titola "Orrori di traduzione") e dall'ignoranza nei confronti dei rapporti che intercorrono tra l'Iran e le minoranze ebree sul proprio territorio. In Iran vivono più di 25 mila ebrei, che lo stesso Ayatollah Komehini dichiarò a suo tempo una minoranza religiosa da proteggere e rispettare (*Many Iranian Jews migrated to Israel after its creation in 1948. There were still 80,000 Jews in Iran in 1979 but most have since left. Eliasi said there were still 30-35,000 Jews in Iran, but other sources put the figure as low as 20-25,000). Gli ebrei in Iran vivono tranquillamente mescolati alla popolazione di maggioranza musulmana, frequentano le loro sinagoghe, e uno di loro è addirittura stato eletto al parlamento (Maurice Motamed, [*wiki - en]). E alla stessa conferenza "revisionista" sull'olocausto hanno partecipato 67 storici ebrei.10 dicembre 2006
"Ruote per aria"
"Ruote per Aria - Ambiente e Territorio" è un soggetto associativo nato nel 2001, grazie all’intraprendenza di giovani professionisti esperti di comunicazione e ambiente, con l’intento di comunicare al pubblico i temi e le problematiche riguardanti l’inquinamento e la mobilità eco-sostenibile. La situazione di collasso delle nostre città e la ricerca di strumenti alternativi per fronteggiare quella che è ormai un’emergenza mondiale, sono stati le cause principali che hanno portato alla realizzazione del portale. Sul sito è possibile trovare notizie, aggiornamenti e informazioni riguardanti le materie in questione. All’attività del portale si affianca, da anni, un’importante esposizione nazionale di veicoli ecologici, creata dalla stessa associazione nel 2002, dall’omonimo nome "Ruote per Aria". L’evento, che fino al 2004 ha avuto una cadenza annuale (ora biennale), seppur "giovane" è ormai un punto di riferimento nel panorama del trasporto eco-sostenibile nazionale, importante momento di contatto e scambio d’opinione tra Istituzioni, case produttrici e rappresentanti della società civile per l’elaborazione di strategie comuni.E' disponibile gratuitamente online il nuovo numero del giornale "Ruote per Aria", magazine sulla mobilità sostenibile. Per scaricare il magazine di dicembre clicca qui, l'archivio magazine si trova qui.
"La parola 'energia deriva da tardo latino energīa, a sua volta dal greco energheia, usata da Aristotele nel senso di azione efficace"
7 dicembre 2006
"Scaramella is a mental case"
Riporto alcuni estratti dell'*intervista di Carlo Bonini e Giuseppe D'Avanzo a Oleg Gordievskij, ex infiltrato dell'Mi6 nel KGB.Signor Gordievskij, vorremmo farle alcune domande su Mario Scaramella.
"Possiamo anche chiudere subito la conversazione, visto che immagino le domande. Mario Scaramella è un lurido bugiardo. Quel che ha riferito delle nostre conversazioni e del nostro rapporto è falso dalla prima all'ultima parola. Non ho mai detto che Prodi è stato un agente del Kgb, né ho mai sostenuto che sia stato "coltivato" dall'intelligence sovietica. Fatevelo dire, soltanto in Italia può essere dato credito a un caso psichiatrico come Scaramella. Devo dire altro?".
[...]Che cosa voleva allora Scaramella?
"Voleva la testa di Prodi. Ma non fui io a dargliela. Fu Aleksandr Litvinenko. Ricordo ancora perfettamente cosa accadde".
[...]Scaramella sostiene che l'espressione "Prodi è un nostro uomo" sia sua. Di più: Scaramella sostiene che lei si sia spinto ad indicare il dipartimento del Kgb (il V, quello responsabile per le "misure attive") che avrebbe "coltivato" l'attuale premier italiano.
"E' un'immonda bugia. Quella frase, come stavo dicendo, fu pronunciata da Aleksandr Litvinenko. Io rimasi in silenzio e lo fissai a lungo. Evitai di dire in sua presenza quello che pensavo e che dissi e continuai a ripetere sia a Scaramella che a Guzzanti. Io non solo non avevo alcuna informazione su un qualsivoglia rapporto, di qualsivoglia genere, tra Prodi e il Kgb. Ma ero anche convinto che Aleksandr stesse mentendo due volte. Perché non solo riferiva una circostanza non vera, ma per giunta la attribuiva a una fonte, Trofimov, che non avrebbe potuto smentirla perché era stato ucciso. Insomma, ero convinto ieri e lo sono ancora di più oggi che Aleksandr, per ragioni legate alle continue difficoltà economiche, avesse alla fine deciso di dire a Scaramella quel che Scaramella voleva sentirsi dire. Forse perché da questo immaginava di trarre qualche vantaggio in futuro. Del resto, Aleksandr screditò Prodi non solo con Scaramella, ma anche con alcuni deputati europei inglesi che avevano lo stesso interesse. Questa è una cosa che so per certa, perché quei deputati europei inglesi mi avvicinarono per tentare, inutilmente, di farmi confermare le confidenze di Litvinenko".
[...] Signor Gordievskij, come è possibile che, con il pessimo giudizio che lei aveva di Scaramella, i vostri rapporti non si siano interrotti subito?
"Io provai quasi subito a troncare, non appena mi fu assolutamente chiaro che prima mi liberavo di questo buffone e meglio sarebbe stato. Lo feci una prima volta rivolgendomi a Guzzanti. Gli mandai una mail dandogli conto delle insopportabili pressioni cui mi sottoponeva il suo consulente. Ricordo perfettamente che gli scrissi: "Scaramella is a mental case", Scaramella è un caso psichiatrico". E Guzzanti che cosa le rispose? "Rispose, con quel suo modo bonario, che non dovevo preoccuparmi. Che stavo esagerando, che Scaramella era semplicemente una persona un po' sopra le righe, ma che questo non doveva preoccuparmi".
Così continuaste a vedervi.
"Cercai di evitarlo. E quando capii che Guzzanti non me lo avrebbe tolto dai piedi e le pressioni su Prodi si fecero ancor più intollerabili, decisi di rivolgermi formalmente al controspionaggio inglese, l'Mi6. Raccontai cosa stava accadendo. Spiegai chi era questo buffone di Scaramella e che cosa pretendeva di farmi dire. L'Mi6 diede immediatamente corso alla mia denuncia, informandone il Foreign Office e il Sismi, cui venne chiesto che le attività di disturbo di Scaramella cessassero immediatamente. Ancora una volta, da persona abituata ad avere a che fare con persone serie, immaginavo di averci messo un punto a questa storia. Mi sbagliavo. Non molto tempo dopo i miei colloqui con l'Mi6, incontrai il mio amico Vladimir Bukovskij. Come sapete anche lui ha rapporti con Guzzanti per la "Mitrokhin" ed è stato contattato nel tempo da Scaramella. Bene, sapete che cosa mi viene a dire Vladimir? 'Ho saputo da Guzzanti e Scaramella che ti sei lamentato con l'Mi6. I due sono molto preoccupati che tu trasformi questa storia in un caso diplomatico'. Andai su tutte le furie. I miei colloqui con l'Mi6 erano avvenuti nella più assoluta discrezione. Guzzanti e Scaramella non solo non avrebbero dovuto esserne a conoscenza, ma, soprattutto, non avrebbero mai dovuto parlarne. Vladimir Bukovskij provò a tranquillizzarmi, ma non ci riuscì. Abbiamo caratteri diversi. Lui ha un temperamento molto tollerante, al contrario del sottoscritto. E non ha mai reagito".
Lei sa che cosa sta succedendo in Italia?
"Eccome se non lo so. So che è sotto inchiesta e so che rilascia tre interviste al giorno. Bene, io penso che questo spettacolo sia indegno dell'intelligenza umana. Anzi, penso che sia un'offesa all'intelligenza. Ma come si può ancora stare a sentire un megalomane che è stato capace di mentire persino sul suo stato di salute? Che è arrivato a dire che nel suo corpo c'era una dose di polonio cinque volte superiore a quella letale, salvo uscire oggi (ieri, ndr) con le sue gambe dall'ospedale? Lo dico un'ultima volta. Credetemi: Scaramella is a mental case. Non va messo sotto inchiesta, non va buttato in un carcere: va consegnato alle cure di un efficiente staff medico che si prenda cura della sua psiche e, in silenzio e per il suo equilibrio, lo faccia dimenticare".
"Mitrokhin si descrisse come un solitario con una crescente opinione anti-sovietica... Potrebbe forse un simile personaggio sospetto (dal punto di vista del KGB) realmente essere stato libero di trascrivere migliaia di documenti, contrabbandarli fuori dalle sedi del KGB, nasconderli sotto il suo letto, trasferirli nella sua casa di campagna, nasconderli nei contenitori del latte, fare numerose visite alle ambasciate Britanniche all'estero, fuggire in Gran Bretagna per poi tornare in Russia e trasportare tutti quei voluminosi documenti nuovamente in occidente, tutto questo senza destare l'interesse del KGB?... certo, potrebbe averlo fatto. Ma come possiamo saperlo?", American Historical Review (106:2, Aprile 2001)
5 dicembre 2006
Dal Molin c'è chi dice no
(fonte: altrenotizie.org - di Lorenzo Zamponi)Capita anche questo, nello strano mondo dell’informazione italiana. Capita che 10.000 persone riunite in un palasport a Palermo dall’Udc per una manifestazione «Integrazione e legalità nell'Europa cristiana» valgano pagina 5 di Repubblica, mentre 30.000 in piazza a Vicenza contro la nuova base militare americana siano relegate a pagina 24, dopo l’imprescindibile presa di posizione di Bertinotti sulla crisi dell’Alitalia e l’ennesimo filmato su Youtube del professore che picchia un alunno. Ci sarebbe voluto ben altro che un corteo riuscito, pacifico e determinato contro l’imposizione di una pesantissima servitù militare, per scompaginare i titoli già previsti da settimane su Berlusconi Day, Fini successore, Casini traditore. Ci sarebbero voluti scontri violenti, ad esempio, paventati nei giorni scorsi dall’amministrazione comunale di centrodestra e dai due principali quotidiani locali, Il Gazzettino e Il Giornale di Vicenza, entrambi schierati su posizioni conservatrici. [...] nel caso della nuova base che l’esercito Usa vorrebbe costruire presso il vecchio aeroporto Dal Molin di Vicenza si incrociano almeno due temi fondamentali per capire l’Italia di oggi. Il primo è quello delle servitù militari: gli insediamenti americani in Italia sono 113, secondo chi si è preso la briga di contarli, ma si tratta di cifre che significano poco, data la coltre di segretezza che li avvolge. Cosa contengono questi insediamenti? Chi li comanda? A quali disegni e strategie geopolitiche rispondono? A tutt’oggi non c’è alcuna certezza sugli scopi per cui lo Us Army ha chiesto al Comune il terreno dell’aeroporto Dal Molin. Dovrebbe ospitare i parà della 173a Brigata Aerotrasportata, ma i numeri dati dall’inchiesta di Roberto Di Caro su L’Espresso (1800 nuovi militari, oltre ai 6000 già ospitati dalla Caserma Ederle, con «55 tank M1 Abrams, 85 veicoli corazzati da combattimento, 14 mortai pesanti semoventi, 40 jeep “humvee” con sistemi elettronici da ricognizione, due nuclei di aerei spia telecomandati Predator, una sezione di intelligence con ogni diavoleria elettronica, due batterie di artiglieria con obici semoventi i micidiali lanciarazzi multipli a lungo raggio Mrl») sono stati contestati, e i vertici militari arrivano perfino a negare di voler utilizzare l’aeroporto come pista di decollo, tanto che in città qualcuno ipotizza ironicamente che i paracadutisti si debbano lanciare dal campanile della basilica. [...] Le servitù militari si pagano, sotto forma di vincoli urbanistici, di inquinamento, di militarizzazione della città, di rischi. Senza contare la determinazione di una parte consistente della cittadinanza a non collaborare con una struttura a tutti gli effetti funzionale alla strategia di impegno militare americano nell’Europa meridionale e in Medio Oriente. Proprio qui entra in gioco il secondo tema fondamentale: il rapporto tra popolazione, enti locali e governo nazionale nei processi decisionali per le «grandi opere». Non per niente alla manifestazione di sabato era presente una nutrita delegazione di militanti “No Tav” della Val di Susa. La partita è la stessa: chi prende le decisioni? In questi mesi si è assistito a un rimpallo di responsabilità tra Comune e governo a dir poco imbarazzante. Sembra chiaro che il ministro della difesa Arturo Parisi non sia pervaso dello stesso fervore atlantista del suo predecessore, che aveva promesso mari e monti agli americani, e soprattutto che non voglia imbarcarsi in una guerra fratricida con l’ala sinistra dell’Unione e la base del centrosinistra locale, che anche sabato si è dimostrata pronta a scendere in piazza con o senza l’assenso dei vertici locali e nazionali. Ma Parisi non vuole neanche prendersi la responsabilità di un esplicito rifiuto al potente alleato su basi ideologiche e ha quindi rimesso la decisione alla città. Per ora ciò che resta è una delle più grandi manifestazioni di piazza che Vicenza ricordi [*Qui la galleria fotografica e audio/video].
"La fine del ventesimo secolo ha visto scomparire il colonialismo, mentre si ricomponeva un nuovo impero coloniale. Nel territorio degli Stati Uniti non c'è nessuna base militare straniera, mentre ci sono basi militari statunitensi in tutto il mondo", José Saramago
3 dicembre 2006
Terror Score
(fonte: corriere.it)1 dicembre 2006
Mai dire Brogli
(fonte: l'Unità - Marco Travaglio)







