30 marzo 2007

Acque internazionali?

"Mi auguro che sulla cattura dei nostri militari nello Shatt al Arab, in acque internazionali, Teheran si rende conto che ha sbagliato". Così si è espresso Tony Blair, il 25 marzo a Berlino. Alle dichiarazioni del capo di stato inglese sono seguite quelle del Ministro degli Esteri iraniano, Manouchehr Mottaki: "Le autorità iraniane hanno intercettato questi marinai in acque iraniane e li hanno detenuti in acque iraniane, e questa è una cosa già accaduta in passato. I britannici sono accusati di essere entrati nelle nostre acque illegalmente e stiamo esaminando le conseguenze". Si tratta quindi di un "sequestro" simile a quello che fu utilizzato come pretesto per aggredire Israele?

Analizzando attentamente una cartina della foce dello
Shatt al-‘Arab la risposta non può che essere affermativa. Di questo avviso è anche l'ex ambasciatore britannico Craig Murray, che afferma che in realtà questo confine virtuale fra Iran e Iraq, mostrato dal Governo britannico a difesa dell'operato dei suoi militari, non esiste. Prendendo per buone le coordinate britanniche sulla posizione della HMS Cornwall e del luogo in cui è avvenuto l'incidente, risulta che i marinai si trovassero molto più vicini al confine iraniano che a quello irakeno. Trattandosi di un confine mai ben definito (fu una delle cause scatenanti del conflitto tra Iran e Iraq negli anni '80) l'unico modo per determinarlo è utilizzare la convenzione delle Nazioni Unite che determina i limiti delle acque territoriali (articolo 7) tracciando un confine che sia equidistante dalle linee costiere dei paesi in questione. Graficamente, il risultato è il seguente (fonte: MoonOfAlabama blog).



Il cerchio rosso corrisponde alla posizione, da coordinate britanniche, della HMS Cornwell. La linea viola il confine immaginario tracciato seguendo le indicazioni della convenzione delle Nazioni Unite. La situazione è precisamente fotografata da Craig Murray, che scrive: "The Iran/Iraq maritime boundary shown on the British government map does not exist. It has been drawn up by the British Government. Only Iraq and Iran can agree their bilateral boundary, and they never have done this in the Gulf, only inside the Shatt because there it is the land border too. This published boundary is a fake with no legal force [...] None of which changes the fact that the Iranians, having made their point, should have handed back the captives immediately. I pray they do so before this thing spirals out of control. But by producing a fake map of the Iran/Iraq boundary, notably unfavourable to Iran, we can only harden the Iranian position."

Se quindi questo confine di fatto non esiste (come affermano diversi ufficiali, fra cui Peter Lockwood), perchè mai determinato da accordi fra i due paesi, come possono sia Iran che U.K. pretendere di avere ragione? Risultano quindi incoscienti e senza fondamento le dichiarazioni di Blair che cerca di spacciare come cristallina una situazione di difficilissima risoluzione, e l'ostinazione dell'Iran che getta benzina sul fuoco della sua già compromessa reputazione in Occidente.


Articolo disponibile anche su GoogleNews

26 marzo 2007

Mercanti d'armi

Da ormai più di un anno e mezzo, un nuovo terrificante sviluppo in Iraq è stato la scoperta di dozzine di corpi gettati in discariche, fiumi o edifici abbandonati, dopo che alle vittime erano state inflitte torture e mutilazioni. Al momento dell'invasione dell'Iraq nel marzo del 2003, fino al giugno del 2004, il fenomeno degli squadroni della morte era praticamente sconosciuto in quel paese e i soldati Usa erano quotidianamente feriti o uccisi dalla resistenza irachena. La replica degli Stati Uniti fu di inviare John Negroponte e la sua nomina di ambasciatore in Iraq, da parte di Bush, ha marcato lo sviluppo e la formazione di quegli squadroni della morte iracheni oggi ampiamente conosciuti. Questo fenomeno è stato così universalmente riconosciuto e documentato che il Newsweek ha persino pubblicato un articolo a proposito del fatto che il governo considerasse seriamente di seguire il modello latino-americano di uccidere chiunque fosse semplicemente sospettato di opposizione agli interessi statunitensi, mediante questo braccio armato addestrato. A questo coinvolgimento vergognoso, che sarebbe da solo sufficiente a condannare l'intera gestione del conflitto irakeno, si è aggiunta una notizia di queste settimane, passata in secondo piano. A riportarla è il Ma'ariv Daily, quotidiano israeliano. Il protagonista di questa vicenda è Shmoel Avivi, un ufficiale israeliano in pensione, che da due anni a questa parte, dopo essersi stabilito in Iraq, vende armi ai guerriglieri e ai gruppi terroristi della zona. Addirittura, secondo Amnesty International, sarebbe uno dei più importanti trafficanti d'armi dell'intero Medio Oriente. É quindi necessario che qualcuno vada ad informare ufficiali come il colonnello Justin Maciejewski, che da un mese punta il dito contro l'Iran, reo, secondo la sua personale opinione, non supportata da prove ufficiali, di vendere armi alla resistenza irakena.

Alla luce di queste continue rivelazioni, è legittimo che il lettore si chieda per quanto tempo dovranno proseguire queste carneficine perpetrate da mercenari che sono addestrati da ufficiali statunitensi e armati da ex-ufficiali israeliani.

22 marzo 2007

Baratto a stelle e striscie

Ad un osservatore attento, molti aspetti del rapimento Mastrogiacomo non tornano. Una serie di incongruenze sequenziali che rendono la sua cattura e la sua liberazione qualcosa di profondamente illogico. Esiste tuttavia, una ricostruzione alternativa, che esula dalla strumentalizzazione politica, o meglio, geopolitica, che è stata portata avanti dal 5 marzo in poi. Innanzitutto è utile partire con una breve, ma rivelatrice, premessa: tempo fa, nella zona di Helmand, si era recato un giornalista britannico, John Nichol (ex membro della Royal Air Force), accompagnato da un certo Sayyed Agha. Durante la visita ai talebani non è accaduto nulla di interessante, ma poco dopo la dipartita dei due, quella zona era stata "chirurgicamente" bombardata dall'Isaf. Risulta palese che ci fosse stata una soffiata, o forse, nella vettura di Agha era posizionato un rilevatore di posizione.

Il caso vuole che poco tempo dopo, Mastrogiacomo sceglie di recarsi da Kandahar fino ad Helmand, per preparare un servizio sui talebani. Ad aiutare il giornalista è Emergency, che gli fornisce un autista (Sayyed Agha) e un interprete. I resistenti, ora al corrente della presenza della spia, riconoscono subito l'autista, bloccano l'auto e la uccidono. Gli altri due, compreso l'interprete afghano, vengono presi come ostaggi ma non gli viene torto un capello. Tant'è che al momento del rapimento, i talebani erano convinti che il giornalista sull'auto fosse lo stesso John Nichol. E soprattutto che anche lui fosse una spia. Mentre noi si era impegnati a fare indossare a calciatori magliette con appelli di liberazione (legittimo, sia chiaro, ma dubito che i talebani, che usavano le traverse delle porte come gogna, se ne interessassero) i servizi segreti di GB e USA ammettevano di aver infiltrato una spia nella spedizione. Il rischio che si correva era quindi che per la vita di un uomo, la coalizione Nato perdesse 2000 militari per presidiare il territorio, considerato che a giorni si discuterà il rifinanziamento di tale missione. Ecco allora che lo scambio si materializza all'orizzionte: un numero non ben precisato di prigionieri talebani in cambio del giornalista italiano (e soprattutto del nostro contingente). Baratto che deve essere stato autorizzato, per forza di cose, dagli Stati Uniti.

Non essendo infatti trattenuti a Rebibbia, ma a Bul Tharkhi, la facoltà di liberare i 5 e le chiavi della prigione le ha il Sindaco (visto il potere che ha sul territorio circostante) di Kabul, Karzai. A dimostrazione di ciò ci sono anche le dichiarazioni ufficiali della Farnesina, che solo due ore fa è stata in grado di stabilire il numero di prigionieri liberati. Infine, per completare la visione d'insieme del rapimento, i servizi segreti afghani hanno arrestato Rahmatullah Hanefi, il capo del personale nella struttura ospedaliera dell'associazione, che ha molti contatti nella zona dell’ospedale e che potrebbe essere stato il responsabile, conscio o meno, dell'inserimento nella spetizione di Agha. Idem per Adjmal Nashkbandi (di cui non si hanno notizie). Ma questi sono solo dei disperati tentativi di salvare la faccia.

21 marzo 2007

Pizzi e pizzetti

(fonte: l'Unità - Marco Travaglio)

A quattro giorni dall’arresto di Fabrizio Corona & C. per orribili storie di estorsione e prostituzione, già non si capisce più di che stiamo parlando. L’industria del diversivo s’è messa in moto con la sua geometrica potenza per distrarre l’attenzione generale e, tanto per cambiare, ha raggiunto il suo scopo. Come nel copione già scritto di un film già visto mille volte, i giudici diventano colpevoli, le vittime diventano colpevoli e i colpevoli diventano vittime e giudici.

C’è per esempio un presidente del Consiglio che pubblica, tramite i suoi giornali, tutto il gossip e tutti i verbali possibili facendo soldi a palate, poi va in tv a denunciare l’ “imbarbarimento” del gossip e dei verbali. Le sue tv, che campano di gossip, che affidano a Lele Mora e Fabrizio Corona il casting dei loro programmi, rilanciano l’indignazione del padrone, che fra l’altro si era dimenticato di proibire alle sue tv di fare lavorare o di invitare al Costanzo Show quel Corona che l’aveva ricattato per certe foto di sua figlia spillandogli 20 mila euro. [...]

Anche il fatto che un capo del governo ceda al ricatto di un paparazzo di 32 anni invece di andare dai carabinieri, mentre poi dovrebbe – in teoria – convincere i negozianti siciliani a non pagare il pizzo alla mafia, diventa dettaglio trascurabile. Del resto se le foto erano solo un po’ sfuocate e la piccina era solo un po’ spettinata, sparisce anche il ricatto. Dunque, di che stiamo parlando? Se non si capisce più bene come la storia sia iniziata, si comprende fin troppo bene come andrà a finire. Gli ispettori di Mastella sono partiti per l’ottantesima volta con destinazione Potenza, alla ricerca di non si sa bene cosa, ma un po’ di moto, si sa, fa bene alla salute. E così si spera di spaventare i giudici.A intimidire i giornalisti provvede il Garante della Privacy, professor Franco Pizzetti, che improvvisandosi legislatore e magistrato insieme non fa quel che potrebbe/dovrebbe fare (aprire un procedimento specifico su un singolo giornalista per un singolo articolo, consentirgli di difendersi, imporgli un’eventuale prescrizione e, se questa viene disattesa, denunciarlo alla magistratura): emana una grida manzoniana generale e astratta (oltrechè di dubbia legittimità), ma mirata sul caso Vallettopoli, stabilendo che chi pubblica quel che non piace a lui finisce dritto e filato in Procura, con la pena dell’arresto. La distinzione tra le notizie di “interesse pubblico” e di “interesse privato” la stabilisce lui. Insomma, come in ogni guerra preventiva che si rispetti, avverte i giornalisti di stare accorti: se non vogliono rischiare, le notizie è meglio che se le tengano nella penna. Sarebbe bello poter pensare che il fulmineo intervento del Garante sarebbe avvenuto anche se non ci fosse andato di mezzo il portavoce di Prodi. Ma sarebbe più facile pensarlo se l’avesse fatto quando uscivano i verbali di e su Totti, Coco, Giardino, Trezeguet e delle solite veline (che alla fine pagheranno per tutti: la RAI l’altro ieri ha tagliato coraggiosamente il contratto a Sara Tommasi).

Dulcis in fundo, il Cavaliere avrà l’ennesima conferma dell’efficacia della regola aurea della sua vita: il “chiagni e fotti”. Bellachioma avrà dal governo dei comunisti ciò che non era riuscito nemmeno a lui: una bella legge-bavaglio contro le intercettazioni e chi le pubblica. Una legge molto attesa anche da Corona, che si mostrava molto interessato ai lavori parlamentari (“Se passa questa legge, non mi possono fare un ..... Se non passa, praticamente sono sfottuto: cioè quello che tu dici al telefono vale!”). Il governo Prodi – dice il compagno Caldarola – sta riuscendo là dove aveva fallito Berlusconi.

Quod non fecerunt barbari, fecerunt castellini.

19 marzo 2007

Gli americani e la guerra in Iraq

Migliaia di oppositori alla guerra in Iraq hanno manifestato nelle strade delle principali città statunitensi (e anche del resto del globo terracqueo) alla vigilia del quarto anniversario dell'inizio dell' intervento militare voluto dal presidente americano George W. Bush. Di queste migliaia di oppositori al conflitto in Italia non si hanno notizie; solamente 4 articoli su testate telematiche che hanno scarso seguito: TGCOM, SwissInfo, Ansa e Corriere Canadese. Negli States 426 articoli ne parlano. Gli articoli fotografano un popolo stanco di questa guerra (è dal 2004 che più della metà della popolazione statunitense ritiene la missione irakena un errore): i morti e i feriti statunitensi nel corso di una guerra, che si riteneva con assoluta certezza si sarebbe conclusa nel giro di poche settimane, adesso sono diventati 27.000. Per non parlare di ciò che è successo al popolo irakeno, su cui però gli organi mediatici hanno fatto veramente un ottimo lavoro nel tenere il sangue e il delirio ben lontani dal televisore di casa. Di fronte alla cecità dei nostri media, ecco le foto che documentano il malcontento popolare negli States:




[Los Angeles]


[New York]

17 marzo 2007

Fuoco amico

Un atto "illegale e criminale" che "poteva essere evitato": questo è il verdetto del giudice di Oxford, Andrew Walker, al termine di un'inchiesta sulla morte di un soldato britannico caduto sotto il "fuoco amico" di due caccia americani in Iraq. L'incidente risale al 28 marzo 2003, quando il caporale Matty Hull rimase ucciso nei pressi della città di Bassora, nel sud dell'Iraq, in seguito all'attacco da parte di due A-10 americani al suo convoglio. Rimasero feriti anche altri suoi quattro commilitoni. Le indagini sono ripartite solo dopo che il tabloid 'The Sun' [*qui l'articolo, con le trascrizioni integali dei piloti] ha ottenuto una copia del video con le immagini riprese dalla cabina di pilotaggio. Nel concitato scambio di parole tra i piloti (la cui identità non è stata rivelata) si sente uno dei due affermare dopo aver capito l'errore, "siamo fregati amico", e l'altro che aveva aperto il fuoco replicare: "Dannazione". I piloti si difesero sostenendo che avevano scambiato i mezzi britannici con sistemi antiaerei iracheni. Secondo Walker i due piloti non avevano ricevuto il via libera dal comando di terra "per sparare sul convoglio; percio' l'azione equivale a un aggressione. Le autorita' militari statunitense scagionarono i due piloti della Guardia nazionale aerea dell'Idaho da ogni responsabilita'. Tutt'ora, anche a fronte di questa sentenza, che è bene specificare non abbia alcun valore legale, il Pentagono non ha cambiato la sua linea e continua a sostenere la tesi del "tragico incidente". La vedova del sergente, Susan Hull, ha accolto le dichiarazioni del giudice con "una grande sensazione di sollievo", ma non ha mancato di sottolineare la mancanza di cooperazione di Washington, "molto deludente". Ogni parallelo con l'omicidio Calipari è puramente casuale.

15 marzo 2007

Il processo dimenticato

É la notizia della settimana. Mi riferisco a Vallettopoli? No. Alla bufera sui compensi Rai? No. Al monito del Papa sui di.co? No. All'invito ad un incontro per discutere sulla legge elettorale che Prodi ha rivolto a Berlusconi? Quasi.

Perchè oltre che dal Primo Ministro, Berlusconi è stato "invitato" anche dal giudice per le udienze preliminari Fabio Paparella. Forse in molti ci avranno fatto il callo, ma si tratta dell'ennesimo processo all'ex Presidente del Consiglio. L'accusa è pesantissima: Berlusconi nel 1997 fece inviare 600.000 dollari a Mills come ricompensa per non aver rivelato in due processi, in qualità di testimone (e quindi con l'obbligo di legge di dire il vero e non tacere nulla), le informazioni su due società off-shore usate dal gruppo di Segrate, secondo la procura, per creare fondi neri. In caso di condanna la pena andrebbe dai 3 agli 8 anni di reclusione. E i media nostrani come trattano la notizia? Vuoto pneumatico. Lasciando stare i telegiornali, diventati ormai armi di distrazione di massa, la carta stampata non dedica alcuno spazio alla notizia, salvo qualche breve riferimento di Repubblica. Una scelta in leggerissima controtendenza rispetto a quella fatta da tutti i media del resto del globo terracqueo. Ne parlano infatti LeMonde [*1 - *2]. La BBC. Il Guardian. La CNN. Il Gulf Times (Quatar). Press Tv (Iran). Zee News (India). L'International Herald Tribune. Persino il paese degli editti, la Bulgaria, tratta la notizia. Al Jazeera manda per un giorno in vacanza il cast di Al Quaeda per parlarne. L'elenco potrebbe essere lunghissimo, si tratta di più di 150 quotidiani stranieri. Siamo di fronte a un’informazione programmaticamente svuotata di contenuti, dove una ufficiosa notizia sui gusti sessuali dell'assistente del Presidente del Consiglio ha la priorità sull'ufficialità di un processo per corruzione.

"C’è chi nasconde i fatti perché altrimenti è più difficile voltare gabbana quando gira il vento. C’è chi nasconde i fatti perché altrimenti poi la gente capisce tutto. C’è chi nasconde i fatti perché è nato servo e, come diceva Victor Hugo, «c’è gente che pagherebbe per vendersi»", Marco Travaglio

12 marzo 2007

Cattive abitudini

"La cosa di cui davvero non se ne può più è l'arroganza di questi politici che se ne vanno senza nemmeno ascoltare che cosa gli altri stanno dicendo. Non me ne frega niente. Cacciatemi. Questi signori della politica devono abituarsi e accettare di confrontarsi anche con chi ha idee diverse e, comunque, starli a sentire...". Sbotta così Santoro, in diretta Tv. L'applauso in studio è flagrante. Peccato che Clemente Mastella non lo può sentire, si è già alzato dalla poltrona, contrariamente alle sue inclinazioni politiche, non dissimili dal comportamento di un'ostrica con il suo scoglio. In un certo senso il mio post del 6 marzo ha avuto qualcosa di profetico, soprattutto quando sottolineavo che nessun politico andasse più in uno studio senza sapere da chi e cosa gli verrà chiesto. Il primo dibattito che non si è svolto secondo queste modalità ha avuto le conseguenze a cui 3 milioni di spettatori hanno potuto assistere. Ne è conseguita anche una ovvia solidarietà cameratista da parte dei colleghi di Mastella: siamo alla lesa maestà e, nella casta parlamentare, il coro del come si permette si è prontamente alzato in modo da scongiurare altre inaccettabili intemperanze. Reazione paradossale, se si pensa che Mastella ha avuto la possibilità di rispondere direttamente ai cittadini, quelli di cui parla l'art.1 della Costituzione ("La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione"). Non più il «faccia a faccia» tra politici di diverso schieramento, all'acqua di rose e nel salottino di Porta a Porta, ma il politico di turno che affronta direttamente gli elettori. Al contrario si preferisce farsi impacchettare dentro una confezione giornalistica prefabbricata e insipida, perchè a convincere chi è già convinto son buoni tutti. Questo approccio ruffiano e accomodante, adagia gli uomini di potere dentro comode certezze e li fa sentire così al sicuro che se, come l´altra sera, un giornalista poco ben disposto ma che conosce il suo mestiere prova ad insistere con delle domande non omologate, apriti cielo. Un uomo politico che abbandona il pubblico e scappa dalla discussione anche aspra ma caratterizzata dall'aperto contraddittorio non e' un buon segnale per lo stato della democrazia.

"Il vero conservatore sa andare indietro perché, per andare avanti, bisogna qualche volta arretrare per prendere meglio la spinta", Giuseppe Prezzolini

8 marzo 2007

La generosità non paga

(fonte: Adnkronos)

Il disegno di legge sugli idrocarburi approvato dal Consiglio dei ministri iracheno è troppo generoso con le compagnie straniere e gli iracheni dovrebbero opporsi. Questo il commento fatto oggi da Salam al-Maliki, parlamentare vicino a Muqtada al-Sadr, ed ex ministro dei trasporti. "Tradizionalmente - ha detto l'esponente politico sciita, a margine di una conferenza sul futuro dell'Iraq organizzata dalla "Fondazione Corriere della Sera"- la politica irachena sul petrolio non consente alle società di avere più del 10% dei profitti del petrolio iracheno". Tuttavia, la nuova legge, "autorizza una quota più alta, e temo che non dovremmo essere d'accordo su questo". Per questa ragione, l'appello agli altri politici iracheni e al Parlamento è a "stare attenti, molto attenti" prima di approvarla in maniera definitiva.

Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 26 febbraio deve infatti ancora essere ratificato dal parlamento di Baghdad. Per quanto riguarda la situazione irachena, "l'amministrazione Bush è in un pantano ed è guidata da uno stupido che non sa come condurre gli affari di Stato e quelli del mondo", ha affermato al Maliki, che ha definito la conferenza internazionale in programma sabato a Baghdad un primo passo nella giusta direzione. "Credo che Iraq, Iran e Siria debbano lavorare assieme e cooperare in termini politici ed economici, allora dovremmo essere in una situazione dove l'interferenza di una superpotenza nella regione viene ridotta", ha detto il politico sciita.Tuttavia, ha aggiunto, "sarebbe ingenuo pensare che l'amministrazione Usa possa cambiare direzione dall'oggi al domani". Per al-Maliki, l'atteggiamento da tenere nei suoi confronti deve essere quello di "continuare a cercare di fermarla, ma di provare a cooperare con gli Usa come nazione", in quanto "a noi piacerebbe essere amici degli Usa ma sembra diventare veramente difficile cooperare con l'amministrazione guidata da Bush. Questo è il problema".

"Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster. Per me fare il gangster è sempre stato meglio che fare il presidente degli Stati Uniti", Ray Liotta - Quei bravi ragazzi

6 marzo 2007

Liti "seriali"

É diventato un cult televisivo, forse qualcosa di più: una lite seriale. Cecchi Paone e Sgarbi che si confrontano su un tema molto serio come quello delle unioni civili. Inutile è prendere le parti, come si capirà più avanti questo genere di dibattiti sono la morte del giornalismo. Al contrario valutare mediaticamente questi duelli farseschi è produttivo, soprattutto se vengono utilizzati come cartina al tornasole dei programmi che dovrebbero essere di approfondimento. La lite Sgarbi-Paone non differisce infatti dagli scontri tra politici che vediamo nei vari Porta a Porta o Ballarò, ed hanno come minimo comune denominatore il risultato: i pareri favorevoli e contrari si elidono a vicenda, trattando i fatti come un derby tra Milan e Inter. Questo genere di dibattiti si chiama "infotainment" (ovviamente l'info ridotta al lumicino e l'entertainment svolto su modelli da reality show). Il giornalista intervistatore si limita a fare il reggimicrofono della situazione, con le solite domande fiacche e rituali (sentite e risentite) ovviamente già concordate con gli ospiti (ormai nessuno va più in uno studio senza sapere da chi e cosa gli verrà chiesto). Il giornalista si limita a fare la prima domanda, dando il là alla discussione, limitandosi poi ad assentire alle varie risposte (si ricordi sempre che è la seconda la domanda fondamentale, quella che inchioda l'intervistato, che coglie le contraddizioni del suo discorso). Meccanismo che convince il telespettatore che l'unico modo per approfondire un argomento sia quello di invitare in studio due politici o opinionisti di destra e sinistra (o in questo caso favorevoli o contro qualcosa). In sostanza la brutta copia di un Jay Leno o David Letterman show. In America però hanno anche gli Olbermann, giornalisti che si documentano e senza la necessità di interpellare il politico di turno ricostruiscono una dinamica verosimile dei fatti, basata sui fatti e non sulle opinioni. Il trasformista (Sgarbi) e l'intellettuale che lavora con Eva Henger davano i numeri, accusandosi a vicenda su dati diversi ma sullo stesso argomento, il telespettatore fissava il tubo catodico aspettando che qualcuno lo informasse sui fatti. Come ad esempio la possibilità per gli onorevoli di lasciare al proprio partner la pensione di reversibilità, anche se tra di loro non sussiste alcun legame matrimoniale, una sorta di dico per privilegiati. Ma quel momento non arriva mai, e mai arriverà in quelle trasmissioni, e dopo un paio d'ore di cagnara tutto finito, buonanotte e arrivederci a domani. Con il telespettatore che più pirla di prima ha ottenuto l'unico risultato di essere ancora più confuso... e che sceglierà in base al proprio orientamento politico o all'affabilità dell'uno e dell'altro. Oppure, scoperto il gioco, terrà la scatola spenta.

"Il nuovo regime ha i suoi spazi in tv, nel salotto di Vespa, dove il confronto è attutito, i dibattiti volutamente svuotati di senso e simulati fra sostenitori di una stessa tesi.[...] se un regime è una bolla-spazio temporale, un sistema chiuso, la sua metafora televisiva è il reality show claustrofobico di oggi, la casa del Grande Fratello, il distacco dalla realtà, il dialogo incessante sul nulla, l'attenzione spasmodica puntata sulla psicologia dei personaggi, sull'introspezione anzichè sull'analisi politica. In questa tv commerciale di regime, la diretta non è più un mezzo di comunicazione con l'esterno, ma la camera fissa verso l'interno. Il suo uso da politico, diventa privato. Anzichè una finestra sul mondo diventa il buco della serratura sul quotidiano" - Carlo Freccero, tratta da MicroMega n.5 del 2004

5 marzo 2007

Il monito di Blix

(fonte: rainews24)

Prende il via oggi a Vienna una nuova sessione del Consiglio dei governatori dell'Aiea. La riunione sarà dedicata all'annuncio della disponibilità di Pyongyang a dismettere il suo programma nucleare militare e ad aprire i siti agli ispettori e all'Iran.Ma dalla Gran Bretagna giunge un nuovo monito sulla crisi iraniana: bombardare l'Iran potrebbe spingere Teheran ad accelerare ulteriormente lo sviluppo di armamenti nucleari, rivelandosi del tutto controproducente. Lo sottolinea un rapporto del centro di ricerca britannico 'Oxford Research Group', anticipato oggi da BBCnews. Nell'introduzione della ricerca scritta da Hans Blix, ex direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), si afferma che "attacchi armati all'Iran finirebbero per produrre proprio il risultato che intendono evitare: lo sviluppo nel giro di qualche anno di armi nucleari". "Se l'Iran sta andando verso l'ottenimento di armamenti nucleari, lo sta facendo relativamente con lentezza", sottolinea Frank Barbaby, lo scienziato che ha curato il rapporto del think tank inglese, osservando che la maggior parte delle stime indicano che Teheran potrebbe dotarsi dell'atomica entro cinque anni.

"Ma un attacco all'Iran, piuttosto che fiaccare i suoi progressi verso la bomba, innescherebbe sicuramente un programma accelerato per lo sviluppo di una piccola quantità di ordigni nucleari", ha ammonito il ricercatore. "Degli attacchi militari potrebbero velocizzare, al contrario, i progressi dell'Iran verso l'ottenimento della bomba atomica", concludono Barnaby e Blix, che nel 2002 guidò gli ispettori dell'Aiea incaricati di verificare la presenza di armi di distruzione di massa (Adm) in Iraq, secondo quanto sostenuto da Stati Uniti e Gran Bretagna alla vigilia dell'invasione del Paese e della, conseguente, cacciata di Saddam Hussein. "Nel caso dell'Iraq, l'offensiva militare è stata lanciata allo scopo di eliminare armi di distruzione di massa che non esistevano - ricorda Blix - Nel caso dell'Iran un'azione militare sarebbe basata su degli obiettivi che potrebbero sussistere o meno, causando inevitabilmente una tragedia e un caos regionale".
Teniamo bene a mente questo articolo, a memoria futura...