30 aprile 2007

Biodiesel: soluzione o problema?

Come affrontare la decarbonizzazione dei nostri sistemi di trasporto? Poichè alcune forme di trasporto, come quello aereo, dipendono da combustibili ad alta densità (nel senso che contengono molta energia relativamente al loro volume), si tratta di una questione spinosa. Alcuni tentativi di risolverla prevedono la preparazione di combustibili speciali ricavati da biomassa o altre fonti rinnovabili. Questa via si sta però rivelando controproducente, in quanti i carburanti coltivati risultano più cari di quelli fossili, tanto che per arrivare al cliente necessitano di sussidi e di agevolazioni fiscali. Un dottorato di ricerca sull'impatto dei biocarburanti è stato recentemente concluso da Daniela Russi, presso l'università di Barcellona, e le conclusioni non sono certo confortanti [*qui la presentazione all'Università di Pisa - pdf]. Secondo lo studio il risparmio effettivo delle emissioni di gas serra, dato dalla sostituzione del 5,75% dei carburanti fossili con biocarburanti (obiettivo fissato dall'UE entro il 2010), non raggiungerebbe nemmeno l'1%. Nel caso italiano, nelle ipotesi più favorevoli, per risparmiare l'1,3% di emissioni di gas serra si dovrebbe utilizzare il 30% del suolo agricolo (con altissimi costi di riconversione) e aumentare di un quarto le importazioni di grano. Questa modesta riduzione è dovuta a tutta una serie di concause, fra cui l'utilizzo di combustibili fossili per i macchinari necessari alla produzione, per il trasporto e per la fabbricazione di fertilizzanti e pesticidi. Inoltre per il consumatore non potrebbe risultare economicamente vantaggioso, in quanto il prezzo del biodiesel è legato a quello dei combustibili fossili, per i motivi sopracitati. Anche dal punto di vista della riduzione dell'inquinamento urbano i risultati non sono assolutamente incoraggianti, anzi, risulta svantaggioso rispetto a benzina, gpl e metano, come dimostrano le tabelle seguenti (ricavate dallo studio della dottoressa Russi):



Risultati simili sono stati ottenuti da scienziati dell'Università di Stanford e dalla rivista "Chemistry & Industry" (Petroleum diesel vs biodiesel di Eric Johnson and Russell Heinen), secondo cui il risparmio colplessivo di gas serra non sarebbe del 60%, ma fra il 25% e lo zero [*link]. Inoltre secondo "Archives of Toxicology" i fumi di scappamento del biodiesel risulterebbero fino a 60 volte più cancerogeni degli altri: Compared to DF [diesel fuel] the two RSO [rapeseed oil] qualities significantly increased the mutagenic effects of the particle extracts by factors of 9.7 up to 59 in tester strain TA98 and of 5.4 up to 22.3 in tester strain TA100, respectively. In aggiunta al problema delle emissioni e del consumo di combustibili fossili c'è anche quello dei terreni coltivabili. Se l'Italia necessiterebbe di un terzo della propria superficie coltivabile, l'UE dovrebbe dedicare il 18% di tutte le sue terre arabili alle agrienergie. Cifre incompatibili con la disponibilità massima di terreni prevista per tali colture. Sarebbe quindi necessario che più dei due terzi di biocombustibili bruciati in europa vengano coltivati altrove. Scelta che gioverebbe ad Eni e agli altri giganti del petrolio mondiale, che da tempo hanno messo le mani sulla manodopera a basso costo nelle coltivazioni della canna da zucchero brasiliana e il frutto della palma sudafricano. Il 27 marzo scorso, durante il soggiorno di Prodi a Brasilia, è stato firmato un "Memorandum of undestanding" tra Eni e Petrobras per la valutazione congiunta di alleanze strategiche nella produzione di biocarburanti e nella produzione di petrolio. Secondo comunicato stampa divulgato dall'Eni, le due società uniranno le proprie tecnologie esclusive per la produzione di biodiesel ed etanolo sia in Brasile che in paesi terzi. Il rischio in cui incorrono i PVS nell'investire nelle agrienergie è la deforestazione, il degrado del suolo e lo spreco di quantità enormi di acqua. Senza contare il fatto che la crescente richiesta di questi raccolti andrebbe a danno della terra arabile per l'agricoltura alimentare, sacrificando la disponibilità di cibo (il mais necessario a riempire il serbatoio di un'auto sfamerebbe una persona per un anno). Comunque si faccia, non c’è speranza di conciliare le esigenze agricole tradizionali con la fame di carburante dell’attuale flotta di veicoli privati. Saziare la fame di questa orda di creature metalliche significherebbe affamare altre creature non metalliche, ovvero noi umani. Del resto, l’Europa agricola di un secolo fa non era neanche lontanamente in grado di nutrire un numero di cavalli equivalente a quello delle automobili attuali.

"Cos'è che romba così? Può essere un autobus? Sì, l'odore, l'orrenda puzza Indicat Motorem Bum... Come vivranno i poveretti come noi Cincti Bis Motoribus? Domine defende nos contra hos motores bos!", A.D. Godley, The Motor Bus

29 aprile 2007

Fatti accertati. Misteri insoluti

(fonte: l'unità del 28.04.07, Marco Travaglio)

Naturalmente come si dice in questi casi, bisogna attendere le motivazioni della sentenza. Ma già dal dispositivo della II sezione della Corte d’appello di Milano nel processo Sme-Ariosto qualcosa si può arguire. Dunque Silvio Berlusconi «non ha commesso il fatto». O, meglio,non ci sono prove sufficienti che lo abbia commesso. Questo vuol dire infatti il comma 2 dell’articolo 530 del codice di procedura penale. Il fatto però c’è, tant’è che gli altri imputati - gli avvocati Previti e Pacifico, e il giudice Squillante - furono condannati in primo e secondo grado per corruzione (semplice per i due legali, giudiziaria per l’ex magistrato), salvo poi salvarsi in corner grazie alla sentenza della Cassazione che l’anno scorso, smentendo se stessa, decise di spedire il processo a Perugia perché ricominciasse da capo. Anzi, non ricominciasse affatto perché, mentre le carte viaggiavano dal Palazzaccio verso Perugia, è scattata la prescrizione. Qual è dunque il fatto? Il bonifico bancario di 434.404 dollari (500 milioni di lire tondi tondi) che il 5 marzo 1991 partì dal conto svizzero Ferrido della All Iberian (cassaforte estera di casa Fininvest, alimentata dalla Silvio Berlusconi Finanziaria) e in pochi minuti transitò sul conto svizzero Mercier di Previti e di lì al conto svizzero Rowena di Squillante. Un bonifico molto imbarazzante per Berlusconi, che di Squillante era amico (si telefonavano per gli auguri di Capodanno, Squillante lo inquisì e lo interrogò e poi lo prosciolse nel 1985 in un processo per antenne abusive, poi il Cavaliere tentò di nominarlo ministro della Giustizia e gli offrì pure un collegio sicuro al Senato). Tant’è che l’allora premier tentò di sbarazzarsi delle prove giunte per rogatoria dalla Svizzera (legge sulle rogatorie, 2001), poi del giudice Brambilla che lo stava giudicando in primo grado (trasferito nel gennaio 2002 dall’apposito ministro Castelli), poi direttamente del processo (lodo Maccanico-Schifani del 2003 sull’impunità per le alte cariche dello Stato). Fu tutto vano. Ottenuto lo stralcio che separava il suo processo da quello a carico dei coimputati, Berlusconi fu poi processato da un altro collegio e ritenuto colpevole per quel fatto. Ma si salvò per la prescrizione, grazie alla generosa concessione (per la settima volta) delle attenuanti generiche. Contro quel grazioso omaggio, la Procura ricorse in appello affinché, spogliato delle attenuanti, il Cavaliere fosse condannato. A quel punto l’imputato, tramite il suo onorevole avvocato Pecorella, varò una legge che aboliva i processi d’appello dopo i proscioglimenti di primo grado: per esempio, il suo. La legge fu bocciata da Ciampi in quanto incostituzionale. Lui allora prorogò la legislatura per farla riapprovare tale e quale. Poi la Consulta la cancellò in quanto incostituzionale, e l’appello ripartì. Ieri s’è concluso con questa bella sentenza. Insomma la condotta berlusconiana non somigliava proprio a quella di un imputato innocente. «Mai visto un innocente darsi tanto da fare per farla franca», commentò efficacemente Daniele Luttazzi. Tant’è che ieri, alla notizia dell’assoluzione (per quanto dubitativa e ancora soggetta a un possibile annullamento in Cassazione), il più sorpreso era proprio lui, il Cavaliere. Era innocente o quasi, ma non lo sapeva. O forse non aveva mai preso in considerazione l’ipotesi. In attesa delle motivazioni, che si annunciano avvincenti, la questione è molto semplice.

Cesare Previti è stato definitivamente condannato a 6 anni per aver corrotto un giudice, Vittorio Metta, in cambio della sentenza Imi-Sir del 1990 (tra l’altro, la sentenza che lo dichiara pure interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, è del 4 maggio 2006, ma a un anno di distanza l’onorevole pregiudicato interdetto è ancora deputato a spese nostre). Due mesi fa la Corte d’appello di Milano l’ha condannato a un altro anno e 8 mesi per aver corrotto lo stesso giudice Metta in cambio della sentenza che, due mesi dopo di quella Imi-Sir, toglieva la Mondadori a De Benedetti per regalarla a Berlusconi (che, processato come mandante di quella mazzetta, è uscito da quel processo grazie alle attenuanti generiche e alla conseguente prescrizione). Restava da definire il ruolo di Berlusconi in quel versamento estero su estero a Squillante, risalente a un mese dopo la sentenza Mondadori: marzo 1991. Tre tangenti giudiziarie in 5 mesi, tra la fine del 1990 e l’inizio del ’91. Se Previti, com’è irrevocabilmente accertato, pagò Metta per conto della famiglia Rovelli per vincere la causa (altrimenti persa) dell’Imi-Sir; se Previti pagò Metta per conto di Berlusconi per vincere la causa (altrimenti persa) del lodo Mondadori; ecco, se è vero tutto questo, per conto di chi Previti pagava Squillante? E perché Squillante, nel 1988, al termine della causa Sme vinta da Berlusconi e Barilla e persa da De Benedetti, ricevette 100 milioni estero su estero tramite Previti e Pacifico da Barilla, cioè dal socio di Berlusconi che non conosceva né Pacifico, né Previti, né Squillante? Questi erano i termini della questione che ieri i giudici dovevano risolvere. Hanno stabilito che, per i 100 milioni di Barilla a Squillante, «il fatto non sussiste»: sarà stato un omaggio a un giudice che stava particolarmente simpatico al re della pasta (che però non lo conosceva). Quanto ai 500 milioni della Fininvest a Squillante, Previti avrà fatto tutto da solo. Pur non essendo coinvolto personalmente in alcun processo (all’epoca, almeno), pagava il capo dell’ufficio Istruzione di Roma con soldi di Berlusconi, ma all’insaputa di Berlusconi, che non gli ha mai chiesto conto dei suoi quattrini (ma adesso lo farà, oh se lo farà: andrà da Previti, presso la comunità di recupero per tossicodipendenti dove sta scontando la pena, lo prenderà per il bavero e lo strapazzerà a dovere, per avergli causato tanti guai con la giustizia). O almeno non c’è la prova, nemmeno logica, che Berlusconi lo sapesse. Squillante, quando gli telefonava per gli auguri di Capodanno o negoziava il suo seggio al Senato, non gli parlò mai di quei generosi bonifici in Svizzera. Che so, per ringraziarlo. Invece niente, nemmeno una parola gentile. Che ingrato.

25 aprile 2007

I gulag di Baghdad

Di fronte all'insorgenza di Baghdad, sempre più spietata nonostante l'aumento delle truppe deciso da Bush, le forze di occupazione statunitensi stanno ora pianificando una massiccia ed estremamente controversa operazione di controguerriglia che recinterà vaste aree della città, isolando interi quartieri con barriere che solo gli iracheni muniti di nuove carte d'identità saranno autorizzati a varcare. Il piano statunitense prevede di realizzare un muro ad Adhamiya di 5 kilometri, per 4 metri d'altezza, la cui costruizione sarà supervisionata da ingegneri americani e utilizzerà una sottopagata manodopera irachena. A detta di Pepe Escobar (Asia Times Online, 14 aprile) si tratta della prima installazione che porterà alla realizzazione di un "gulag" a Baghdad, un esempio di apartheid mesopotamico. La costruzione del muro ha incontrato la strenua resistenza degli abitanti della zona, e tutta una serie di manifestazioni appoggiate dalla Association of Muslim Scholars. I sondaggi effettuati nella zona rilevano che più del 90% della popolazione è contraria alla realizzazione di questa recinzione. Dello stesso parere è l'IRIN (Integrated Regional Information Network), che sostiene che la costruzione di queste barriere, invece di costituire un freno alla violenza dilagante, acuirà gli scontri e le divisioni all'interno del paese, rallentando ulteriormente il processo di pace.

La campagna per le "comunità recintate", già sperimentata (e clamorosamente fallita) nella guerra in Vietnam, coinvolgerà 30 degli 89 quartieri ufficiali della città e costituirà il più ambizioso progetto di controguerriglia fino ad oggi messo in opera dagli USA nel paese. Volendo rapportarsi ad una realtà mediorientale è sufficiente citare il caso di Israele, che ha fatto uso, anche in questo caso con scarsi risultati, di tecniche simili nel corso dell'occupazione del territorio palestinese. Questo progetto di sicurezza (si confronti il manuale operativo FM 3-24) prevede la nascita di "basi di appoggio" americane, una sorta di edifici fortificati utili a pattugliare e tenere sotto controllo all'interno di comunità recintate in cui saranno controllati gli accessi. In sostanza i civili potrebbero finire col trovarsi in una prigione di "popolazione controllata". Sul manuale FM 3-24 diversi ufficiali statunitensi hanno manifestato le loro perplessità, prevedendo che le comunicazioni con l'esterno di tali basi potrebbero essere ostacolate dai ribelli, che avranno anche l'occasione di poterle attaccare. Sarà inoltre più facile abbattere gli elicotteri, che sono estremamente vulnerabili quando entrano nelle aree di sorveglianza. I ribelli inoltre potrebbero avere gioco facile nel reclutare fiancheggiatori all'interno delle "comunità recintate", visto il crescente malcontento fra gli irakeni.

Questo progetto di spartizione non si limita alla costruzione di singole fortezze, bensì anche alla distruzione delle vie di comunicazione tra quartieri sciiti e sunniti. Il 12 aprile scorso un attacco suicida (in teoria) ha infatti fatto crollare il ponte di al-Sarafiya (nella foto) che collegava le aree orientali, a prevalenza sciita, con quelle occidentali, a prevalenza sunnita, divise dal Tigri. La notizia di un "camion bomba" fatto esplodere sul ponte è stata diffusa dalle forze armate statunitensi, senza che nessuna fonte irachena o indipendente ha potuto controllare l'informazione. Secondo alcuni testimoni iracheni, un elicottero da combattimento statunitense avrebbe sparato due missili contro la struttura; ma queste affermazioni dei testimoni non sono mai state riportate. Un altro tassello che va ad aggiungersi al mosaico della strategia antiguerriglia, fondata sul principio del divide et impera.

23 aprile 2007

Terrorismo in Europa: sorpresa

(fonte: EffediEffe, Maurizio Blondet)

L’Europol ha reso pubblico il suo primo rapporto sul terrorismo in Europa, il «Terrorism Situation and Trend Report» (TE-SAT 2007 ). Nel 2006, in tutti i Paesi europei, gli atti o attentati di tipo terroristico sono stati 486. Attentati islamici? No. Il gruppo terroristico più attivo è stata l’ETA basca, con 136 attentati; i baschi sono anche colpevoli dei soli attentati omicidi, due uccisi a Madrid. Segue per virulenza il terrorismo separatista-mafioso corso. Ciò spiega perché oltre metà degli attentati (294) sono avvenuti in Francia e oltre un terzo (145) in Spagna. Sempre nella categoria del terrorismo separatista ed etnico (ma non islamico) si sono avuti fermi e arresti in relazione ad attività del PKK, il partito comunista kurdo. Altri 55 attentati in Europa sono stati messi a segno - no, non dai musulmani, abbiate pazienza - da gruppi di estrema sinistra o con etichetta anarchica, soprattutto in Grecia con 25 attentati, Germania con 13 e Italia (dov’è indicato fra i gruppi più attivi la Federazione Anarchica Informale, FAI) con 11. [...]

Citazione del rapporto: «Non c’è stato alcun attentato islamista portato a termine nel 2006, anche se in Germania ha avuto luogo un attacco fallito, che mirava a un massacro». Si tratta del caso dei due studenti libanesi che hanno piazzato due valige-bomba su due treni alla stazione di Colonia il 31 luglio 2006.I due arrestati sono stati motivati, viene detto, «dalla pubblicazione delle vignette danesi contro Maometto». [...]

Insomma gli islamici come gruppo non spiccano per attività terroristica, ma sono i più inclini ad essere arrestati come «sospetti». E di ognuno di questi arresti abbiamo avuto ampie e risonanti notizie sui media; nulla sui baschi e i corsi, o gli anarchici arrestati, se non sui giornali locali.

17 aprile 2007

I semi della follia

Pistole e fucili sono da sempre, vale a dire dalla nascita egli Stati Uniti, compagni inseparabili del cittadino americano, gingilli indispensabili che si possono acquistare ovunque e sono diventati un vero e proprio status symbol. Ma la causa della tragedia che si è consumata nel Politecnico in Virginia è ascrivibile esclusivamente al culto dell'arma? No, o meglio, non è l'arma in sé a creare il crimine, ma la paura del crimine stesso che negli Stati Uniti, attraverso i suoi mezzi d'informazione e l'uso politico delle differenze sociali, porta chiunque a diffidare del prossimo, trascinando questi contrasti a forme di difesa personale eccessiva. L'esempio del Canada, con le sue sette milioni di armi in dieci milioni di case, è calzante per dimostrare che il numero di armi pro-capite e di omicidi non viaggiano di pari passo.

In America è dunque un pericoloso insieme di fattori che determina l’eccessiva violenza: da una parte l’indiscriminata vendita di armi, neanche minimamente ostacolata, anzi favorita dal governo che ha molti interessi nell’industria bellica, dall’altra un’eccessiva e crescente diffidenza americana nelle istituzioni e la propensione a farsi giustizia da soli. Atteggiamento che è stato certamente enfatizzato negli ultimi 6 anni, dal 9/11 in poi, con tutta una serie di psy-ops, che hanno tolto qualsiasi fiducia nei confronti di un governo incapace di difendere i propri cittadini. Etichettare il giovane assassino come pazzo è riduttivo, sarebbe invece utile valutare, per poter avere un quadro d'insieme, quante speranze nutrano i giovani americani nel futuro e la loro crescente insofferenza verso l'impegno personale, che non è certamente incentivata dai martellanti reality (170 reality diversi l'anno), che offrono opportunità di successo che non comporta alcuno sforzo. Questa ricerca di un appagamento facile, che non sia il frutto del sacrificio, porta ad un desiderio di gratificazione immediata, che in caso di un rifiuto, come può essere quello amoroso della fidanzata, può costituire una miscela esplosiva se si abbina alla sopracitata tendenza di farsi giustizia da soli.

"Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, non si potrà violare il diritto dei cittadini di possedere e portare armi", Secondo Emendamento della Carta dei Diritti

13 aprile 2007

L'attacco iraniano al dollaro

Mentre la stampa internazionale si preoccupa dei piani di arricchimento nucleare iraniano, Teheran prosegue la sua battaglia sotterranea contro il dollaro. Ehrabhim Sheibany, governatore della Banca Centrale iraniana, ha comunicato che tutte le trattative petrolifere non saranno più legate al dollaro. Scelta confermata anche dalla Zhuhai Zhenrong Trading, compagnia cinese che acquista 240.000 barili al giorno (circa il 10% del totale) dall'Iran. La Cina, che importa circa il 12% del proprio fabbisogno di petrolio dall'Iran, ha firmato lo scorso anno un accordo di più di 100 miliardi di dollari per sviluppare il gigantesco campo petrolifero di Yadvaran. Tale giacimento frutterà 150.000 barili al giorno per i prossimi 25 anni, assicurando alla nazione persiana una posizione di primo piano fra i fornitori di idrocarburi. Sembrerebbe che, per onorare tale accordo economico, la Cina sia intenzionata ad utilizzare lo yuan come moneta di scambio. Una posizione simile è quella del Giappone, che utilizzerà lo yen per pagare i 550.000 barili al giorno acquistati dalle proprie raffinerie.

La scelta di non accettare più pagamenti in dollari è un ulteriore passo avanti verso l'apertura di una Borsa petrolifera iraniana, che si baserà su un meccanismo del commercio del petrolio in euro e che naturalmente implicherà il pagamento del petrolio con la moneta europea. In termini economici, ciò costituisce una ben più grande minaccia all’egemonia del dollaro, perché in tal modo si permetterà a chiunque desideri o comprare o vendere il petrolio in euro di effettuarvi le transazioni, raggirando così del tutto la moneta statunitense. Se ciò accade, allora è probabile che quasi tutti saranno desiderosi di adottare il sistema petrolio-euro. Basti ricordare che lo scorso anno il dollaro ha perso il 9% del proprio valore nei confronti dell'euro, e negli ultimi cinque anni il 35%. Si tratta quindi di una minaccia molto più prossima e gravosa rispetto a quella scarsa centinaia di centrifughe per l'arricchimento dell'uranio attualmente funzionanti in Iran. La reazione statunitense non è certo prevedibile, perchè qualsiasi opzione per ostacolare queste operazioni risulterebbe controproducente, e magari anche più dannosa del problema stesso. L'Iran gode infatti dell'appoggio cinese e russo, per via degli accordi energetici, e, in caso di un attacco militare, sarebbero inevitabili le ritorsioni delle due superpotenze. In particolare della Cina, che possiede in riserva 769 miliardi di dollari, il 30% del proprio PIL.

In barba a qualsiasi programma di armamento nucleare, la borsa petrolifera iraniana rappresenta oggi una delle più grandi sfide al dollaro e ai suoi difensori della Federal Riserve.

11 aprile 2007

Torture

In cambio di una grossa somma Faye Turney, unica donna nel gruppo dei 15 marines e marinai della Royal Navy catturati dall'Iran nel Golfo Persico, ha raccontato oggi per filo e per segno ad un tabloid londinese il dramma della prigionia a Teheran e le torture psicologiche che l'avrebbero spinta a "confessare" lo sconfinamento in acque iraniane e a criticare il governo Blair per la guerra in Iraq. "Dopo quelle confessioni mi sono sentita come una traditrice", dice Faye al "Sun" che per l'intervista esclusiva ha in apparenza versato 100'000 sterline (240'000 franchi svizzeri). [*swisspolitics]

5 aprile 2007

Le low cost del nuovo millennio

La pratica delle extraordinary renditions (consegne straordinarie) è stata messa in atto dalla CIA allo scopo di combattere il terrorismo internazionale. Negli effetti però tali "consegne" si sono spesso trasformate in veri e propri rapimenti di cittadini stranieri effettuati su territori di diversi Paesi (Abu Omar docet). Potrebbe essere il caso di 85 prigionieri, che in questi giorni sono detenuti in Etiopia, dove sono stati deportati illegalmente dopo essere stati arrestati in Somalia e in Kenya. Questo arresto, e la conseguente detenzione, sono il frutto di un accordo sotterraneo fra Kenya, Etiopia, Stati Uniti e il governo di transizione somalo.

La denuncia è partita dall'executive director di Human Rights Watch per l'Africa, Peter Takirambudde, che teme che tali prigionieri potrebbero subire maltrattamenti, torture o esecuzioni sommarie nelle carceri etiopi (note per la loro durezza nei confronti dei detenuti). Il responsabile di HRW afferma che già in passato sono state documentate le torture che i carcerieri etiopi perpetrano sui criminali e sui detenuti politici e militari. Inoltre le condizioni all'interno del carcere sono disastrose: in una cella di 3 metri per 3 vengono chiusi circa dodici detenuti, spesso malnutriti. Situazione che è resa ancora più grave dal fatto che fra i detenuti si trova una donna con un figlio di 7 mesi. Nessuno di questi prigionieri ha il diritto ad un avvocato e contro di loro, nonostante la detenzione duri già da diversi mesi, non ci sono ancora prove certe di colpevolezza. Inutile sottolineare che questo tipo di procedura infrange qualsiasi diritto umano e legge internazionale. La pratica, infatti, è del tutto illegale: diversi trattati internazionali (una per tutte la Convenzione Onu contro la tortura del 1984, sottoscritta da tutti gli stati menzionati nel rapporto) vietano esplicitamente «la consegna o l'estradizione di individui in paesi dove corrano il rischio di essere torturati».

"Each of these governments has played a shameful role in mistreating people fleeing a war zone. Kenya has secretly expelled people, the Ethiopians have caused dozens to ‘disappear,’ and US security agents have routinely interrogated people held incommunicado", Georgette Gagnon, deputy Africa director at Human Rights Watch

3 aprile 2007

Morte da asporto

In Cina, più di 60 tipi di crimini - tra cui delitti non violenti come la corruzione e l’evasione fiscale - sono punibili con la morte. Le autorità cinesi non rivelano il numero delle esecuzioni ordinate dai tribunali. Nel 2005, Amnesty International ha registrato 1.770 esecuzioni in Cina, o più dell’80 per cento di tutte le sentenze di morte eseguite nel mondo. Ma secondo gli esperti il numero effettivo di pene capitali raggiunge addirittura le 10.000 esecuzioni l’anno. Anche se negli ultimi anni sembra essersi intensificato il dibattito pubblico sulla necessità di limitare una così ampia applicazione della pena di morte, la maggioranza della popolazione, secondo gli esperti, sarebbe in sostanza favorevole alla pena capitale come l’unico modo per assicurare che i grandi criminali abbiano ciò che meritano. Ed ecco che a venire incontro al popolo ci ha pensato la Jinguan, producendo la Death Car (nella foto), un furgone che al suo interno ospita una camera d'esecuzione e un'altra per gli ufficiali che devono assistere al macabro evento. I costruttori del furgone della morte sostengono che i veicoli e l'esecuzione tramite iniezione sono una soluzione civile (sic) ai plotoni d'esecuzione, perchè rendono la morte più veloce e sicura. Kang Zhongwen, il Bertone della Jinguan Automobile, che si è occupato della progettazione del veicolo, asseerisce che dopo questa invezione la Cina può dirsi promotrice dei diritti umani.

Sorge però il dubbio che questa scelta, più che da assurde convinzioni etiche, sia motivata dal tentativo di facilitare il traffico illegale degli organi dei prigionieri uccisi.

2 aprile 2007

L'Italia che invecchia

[Ratio of the inactive population aged 65 and over to the labour force]

Nel 2050 in Italia il numero di anziani inattivi rispetto agli occupati sarà talmente aumentato da raggiungere quasi un rapporto di 1 a 1, restando, come è già oggi, il più alto tra tutti gli stati dell'Ocse. L'incidenza degli anziani inattivi sulla forza lavoro balzerà al 92,8%, in base alle stime dell'organizzazione parigina contenute nel Fatcbook 2007. La situazione italiana è decisamente anomala rispetto alla media dell'Unione europea che nella ‘dead line’ del 2050 avrà solo il 28,8% di ultrasessantacinquenni e il 68% di pensionati.