2 settembre 2006

La nuova Libertà

(fonte: effedieffe.com - Maurizio Blondet - 01.09.2006)

Giornalisti stranieri che vogliono coprire un servizio negli Stati Uniti non possono più arrivarci liberamente saltando sul primo aereo, nemmeno se provengono da un Paese da cui non è richiesto il visto (visa waiver), in genere un Paese europeo. Ora devono fornirsi di un visto speciale, «I Visa», rilasciato dalle ambasciate americane e solo da alcuni consolati. Senza questo, è vietato - e perseguito penalmente - raccogliere informazioni in USA [1]. Per ottenere l'«I Visa», occorre riempire un lungo formulario, in cui fra l'altro deve specificare che tipo di storia va a coprire in America, e per che giornale o TV lavora; i giornalisti indipendenti o free-lance vengono esclusi. Il giornalista inoltre deve recarsi personalmente nella sede dell'ambasciata USA per essere sottoposto a «intervista personale» e «raccolta di dati biometrici»: ossia deve lasciare le impronte digitali prese con scanner elettronico sul posto; in certe ambasciate viene rilevata l'iride. Chi arriva all'ambasciata o al consolato farà bene a lasciare a casa il telefonino, come ogni altro oggetto elettronico. In genere, all'entrata il telefonino viene consegnato e poi restituito all'uscita dall'intervista: è possibile che nel frattempo, i numeri nella memoria vengano registrati, e forse lo stesso cellulare «modificato». Il nuovo visto per la stampa è anche costoso: 85 euro, 108 dollari.

Strano e curioso il metodo di pagamento imposto: in Germania e Danimarca è vietato pagare in contanti, con carta di credito o assegno. Bisogna fare il versamento su uno speciale conto bancario indicato dall'ambasciata. In Germania, ad un'entità semi-sconosciuta, la Roskos & Meier OHG, un ufficetto di una ventina di dipendenti che risulta una sussidiaria del gruppo Allianz. A Cipro, gli USA hanno scelto come banca di fiducia per il versamento la LAIKI Bank. Ossia la banca che durante il regime di Milosevic deteneva i conti segreti del capo serbo, e attraverso cui passavano le transazioni per la fornitura a Milosevic di carburante, materie prime, parti di ricambio ed armi - in violazione dell'embargo ONU. In ogni Paese è stata scelta una banca diversa, senza apparente motivo. Il motivo reale non può essere che uno: sono banche infiltrate dai servizi americani. Il visto può essere rifiutato senza spiegazioni. Per giunta, anche in caso di rifiuto, gli 85 euro o 108 dollari, che hanno dovuto essere versati in anticipo, non vengono rimborsati.
Solo alcuni uffici diplomatici danno questo visto. Così ad esempio un giornalista del Liechtenstein deve andare in Svizzera: ma non a Zurigo, sede diplomatica e città da cui si può poi partire sul primo aereo disponibile, bensì nella sonnolenta Berna. Un giornalista di Monaco deve ottenere il visto personalmente a Parigi. Uno di Granada deve viaggiare fino alle Barbados (Bridgetown). Un groenlandese, deve prendere prima l'aereo e farsi dare il visto a Copenhagen, poi riprendere l'aereo verso ovest e andare in USA.

Una volta atterrati in USA, il costoso «I Visa» non ti facilita; anzi ti candida a lunghi interrogatori nell'aeroporto e ad umilianti ispezioni corporali. Un giornalista danese ha denunciato di avere dovuto subire… un'ispezione rettale da parte di un agente della Homeland Security. Alcune giornaliste provenienti dalla Gran Bretagna e dall'Australia - Paesi alleati, dopotutto - sono state palpate in modo offensivo e, alle loro proteste, ammanettate. Il visto speciale per la stampa era richiesto in URSS e in Paesi come la Bulgaria, è ancora richiesto in Cina e in Siria. A Cuba le restrizioni sono notevolmente inferiori a quelle in vigore in USA. Israele restringe severamente la libertà di movimento dei giornalisti stranieri a Gaza e in Cisgiordania. Ma in nessuno di questi regimi, tra le pratiche per la stampa, sembra contemplata l'ispezione rettale. Questa è una novità americana, della terra delle libertà. Infatti, nel sito web del Dipartimento di Stato si legge la seguente dichiarazione: «No, l'America non è una fortezza; non vogliamo mai essere una fortezza. Siamo un Paese libero, siamo una società aperta. E noi dobbiamo sempre difendere i diritti della nostra legge - diritti dei cittadini ossequiosi alle leggi che vengono dal mondo per affari, studio e passare il tempo con la famiglia». Firmato: George Bush, il Fuehrer.

Evidentemente, ficcare l'indice di un poliziotto nell'ano di giornalisti appena atterrati fa parte della vita in un Paese libero. E' la nuova libertà, bisognerà abituarsi. Si apprende che l'AIPAC (American Israeli Public Affairs Committee, il braccio più politico della lobby) esige la chiusura di un sito internet iraniano, Baztab, che usa un server americano. Baztab ha riportato alcuni brani degli interrogatori cui Hezbollah ha sottoposto i due soldati israeliani «rapiti» (catturati) il 12 luglio, inizio della distruzione del Libano. I due soldati avrebbero ammesso che l'attacco militare israeliano era previsto per settembre-ottobre, ma la reazione Hezbollah aveva indotto ad anticiparlo [2].

Note:
1) Wayne Madsen Report, 29 agosto 2006.
2) Yossi Melman, «AIPAC urges US to shut iranian website», Haaretz, 28 agosto 2006.

"L'essenza della libertà è sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perchè così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto ch esono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c'è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l'illusione di averla.", Isaiah Berlin

1 commenti:

Beppone ha detto...

Scandalosamente ovvio...

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