5 dicembre 2006

Dal Molin c'è chi dice no

(fonte: altrenotizie.org - di Lorenzo Zamponi)

Capita anche questo, nello strano mondo dell’informazione italiana. Capita che 10.000 persone riunite in un palasport a Palermo dall’Udc per una manifestazione «Integrazione e legalità nell'Europa cristiana» valgano pagina 5 di Repubblica, mentre 30.000 in piazza a Vicenza contro la nuova base militare americana siano relegate a pagina 24, dopo l’imprescindibile presa di posizione di Bertinotti sulla crisi dell’Alitalia e l’ennesimo filmato su Youtube del professore che picchia un alunno. Ci sarebbe voluto ben altro che un corteo riuscito, pacifico e determinato contro l’imposizione di una pesantissima servitù militare, per scompaginare i titoli già previsti da settimane su Berlusconi Day, Fini successore, Casini traditore. Ci sarebbero voluti scontri violenti, ad esempio, paventati nei giorni scorsi dall’amministrazione comunale di centrodestra e dai due principali quotidiani locali, Il Gazzettino e Il Giornale di Vicenza, entrambi schierati su posizioni conservatrici. [...] nel caso della nuova base che l’esercito Usa vorrebbe costruire presso il vecchio aeroporto Dal Molin di Vicenza si incrociano almeno due temi fondamentali per capire l’Italia di oggi. Il primo è quello delle servitù militari: gli insediamenti americani in Italia sono 113, secondo chi si è preso la briga di contarli, ma si tratta di cifre che significano poco, data la coltre di segretezza che li avvolge. Cosa contengono questi insediamenti? Chi li comanda? A quali disegni e strategie geopolitiche rispondono? A tutt’oggi non c’è alcuna certezza sugli scopi per cui lo Us Army ha chiesto al Comune il terreno dell’aeroporto Dal Molin. Dovrebbe ospitare i parà della 173a Brigata Aerotrasportata, ma i numeri dati dall’inchiesta di Roberto Di Caro su L’Espresso (1800 nuovi militari, oltre ai 6000 già ospitati dalla Caserma Ederle, con «55 tank M1 Abrams, 85 veicoli corazzati da combattimento, 14 mortai pesanti semoventi, 40 jeep “humvee” con sistemi elettronici da ricognizione, due nuclei di aerei spia telecomandati Predator, una sezione di intelligence con ogni diavoleria elettronica, due batterie di artiglieria con obici semoventi i micidiali lanciarazzi multipli a lungo raggio Mrl») sono stati contestati, e i vertici militari arrivano perfino a negare di voler utilizzare l’aeroporto come pista di decollo, tanto che in città qualcuno ipotizza ironicamente che i paracadutisti si debbano lanciare dal campanile della basilica. [...] Le servitù militari si pagano, sotto forma di vincoli urbanistici, di inquinamento, di militarizzazione della città, di rischi. Senza contare la determinazione di una parte consistente della cittadinanza a non collaborare con una struttura a tutti gli effetti funzionale alla strategia di impegno militare americano nell’Europa meridionale e in Medio Oriente. Proprio qui entra in gioco il secondo tema fondamentale: il rapporto tra popolazione, enti locali e governo nazionale nei processi decisionali per le «grandi opere». Non per niente alla manifestazione di sabato era presente una nutrita delegazione di militanti “No Tav” della Val di Susa. La partita è la stessa: chi prende le decisioni? In questi mesi si è assistito a un rimpallo di responsabilità tra Comune e governo a dir poco imbarazzante. Sembra chiaro che il ministro della difesa Arturo Parisi non sia pervaso dello stesso fervore atlantista del suo predecessore, che aveva promesso mari e monti agli americani, e soprattutto che non voglia imbarcarsi in una guerra fratricida con l’ala sinistra dell’Unione e la base del centrosinistra locale, che anche sabato si è dimostrata pronta a scendere in piazza con o senza l’assenso dei vertici locali e nazionali. Ma Parisi non vuole neanche prendersi la responsabilità di un esplicito rifiuto al potente alleato su basi ideologiche e ha quindi rimesso la decisione alla città. Per ora ciò che resta è una delle più grandi manifestazioni di piazza che Vicenza ricordi [*Qui la galleria fotografica e audio/video].

"La fine del ventesimo secolo ha visto scomparire il colonialismo, mentre si ricomponeva un nuovo impero coloniale. Nel territorio degli Stati Uniti non c'è nessuna base militare straniera, mentre ci sono basi militari statunitensi in tutto il mondo", José Saramago

3 commenti:

loska ha detto...

io infatti questa cosa la apprendo soltanto ora

Anonimo ha detto...

ciao,

su di un cartello a vicenza ho letto:

" più basi...con la lengua!"

:-) è esattamente così che la pensiamo !

Nicolo' ha detto...

Eheheheh, bellissima Anonimo ;)

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