7 febbraio 2008

"Sotto Silenzio"

(fonte: lettera 22 - 5 febbraio 2008)




Sette vittime civili, forse meno, forse di più. Forse della stessa famiglia e tra questi bambini e donne. Forse la moglie di Mullah Abdul Mannan, un capo talebano che però sarebbe scampato al raid aereo di domenica appoggiato da truppe di terra, dicono le agenzie. Le conferme ufficiali latitano come sempre in questi casi: il comando Nato non dà notizie certe e quello americano sta, come sempre, “verificando” . Ma sulla strage pesa anche un altro giallo. All'operativo, nel distretto di Bakwa, provincia di Farah (zona controllata dai nostri militari, ndr), avrebbero partecipato militari italiani. Notizia subito smentita dalla Difesa e dal Comando Nato di Herat, a guida italiana. Secondo le ricostruzioni l'operazione avrebbe utilizzato truppe di terra, sia della Nato che dell'esercito nazionale, e l'aviazione. Il governatore di Bakwa ha detto, riporta l'agenzia France Press, che due donne e tre bambini sarebbero tra i civili uccisi e che un solo talebano sarebbe rimasto sul terreno. Un uomo invitato in una casa locale (di cui era, secondo altre fonti, proprietario) dove poi sarebbero morte nove persone tra cui appunto donne e bambini. Ma il governatore di Farah Ghulam Mohaidun Balouch fa un conto diverso: parla di oltre dieci morti, la maggior parte dei quali talebani. Conferma la morte della “moglie di uno dei comandanti e del figlio”. E' Balouch a parlare della presenza degli italiani [*1]. Il balletto di cifre e la confusione su chi ha davvero partecipato alla missione non è una novità: è un rituale tipico quando sono coinvolti i civili, argomento sempre più sensibile in Afghanistan quando si ripetono gli “effetti collaterali” dei bombardamenti o di azioni che coinvolgono civili e che avrebbero, sempre domenica, fatto altre vittime anche a Lashkar Gah (secondo Afghanistan NGO Safety Office, organismo che monitora la sicurezza per le organizzazioni non governative, sono 1.977 i civili uccisi nel 2007 e di questi quasi 240 hanno perso la vita per i raid). Roma nega però che nostre unità abbiano partecipato ad alcuna operazione svoltasi a Bakwa. E la reazione è immediata e piccata appena la notizia degli italiani veicolata dalla France Press viene rilanciata da PeaceReporter. Del resto l'agenzia venti giorni fa ha messo nero su bianco un dossier che cita almeno una dozzina di “operazioni di guerra” cui avrebbero partecipato militari italiani. Il dossier non ha fatto molta strada ma è stato confermato da tutt'altra fonte, certo non tacciabile di simpatie “pacifiste”: si tratta del libro di Gianandrea Gaiani, “Iraq-Afghanistan, guerre di pace italiane”, fresco di stampa. Secondo Gaiani “...forze speciali italiane avrebbero affiancato in più occasioni i colleghi britannici, olandesi, canadesi e americani nel sud afgano”. E d'altro canto, in una nostra recente visita ad Herat, apprendemmo non senza stupore che, nonostante ufficialmente l'aeroporto fosse stato oggetto di lanci di razzi una sola volta, fonti locali ci confermavano che “la sirena suona tutte le sere” e che i lanci erano tutt'altro che sporadici. Guerra nascosta su cui in Italia è polemica. “Non posso non biasimare il comportamento di chi per motivi ideologi o partitici gioca con tanta leggerezza con la credibilità dei militari italiani» dice il sottosegretario Lorenzo Forcieri. Ma «troppe smentite – osserva la senatrice di Sinistra Democratica Silvana Pisa - equivalgono a confermare un quadro poco chiaro e i limiti della nostra missione». Fuoco alle polveri dunque mentre domani si inizia a discutere del rifinanziamento delle missioni all'estero sulle quali, pensando all'Afghanistan, Tana de Zulueta (verdi) e Severino Galante (Pdci) chiedono «un voto separato».

La situazione del nostro contingente in Afghanistan, fotografata lucidamente dalla rivista Limes

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