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26 ottobre 2006

Non fa una bella figura l'Italia in tribunale...

(fonte: lavoce.info)

Si è celebrata ieri la Giornata europea della giustizia civile e l’Italia ancora una volta si è presentata a testa bassa. All’inizio di ottobre il Consiglio d’Europa ha denunciato deficienze strutturali del sistema giudiziario italiano tali da minacciare lo Stato di diritto. Non è una novità, ormai da diversi anni l’Italia si posiziona nella visione di tutte le istituzioni internazionali nelle ultime posizioni per performance del settore giustizia. Non è solo la preservazione dello Stato di diritto a preoccupare: una giustizia civile troppo lenta ha un impatto negativo e rilevante sul grado di competitività del sistema economico. L’inefficienza della giustizia civile italiana risiede in alcune carenze dal lato dell’offerta, ma anche in molte storture che interessano il lato della domanda. L’ultimo rapporto Cepej, di cui consiglio la lettura, pubblicato all’inizio di ottobre, mostra nuovamente che le risorse pubbliche impegnate nel settore giustizia in Italia non sono scarse, ma sono in linea con la media di altri paesi dell’Europa a 15, che hanno però tempi dei processi di molto inferiori. Non è quindi in una carenza di spesa la radice dell’inefficienza della nostra macchina giudiziaria. Questa affermazione appare in contrasto con l’esperienza comune: si porta spesso all’attenzione pubblica il fatto che i tribunali non hanno risorse, al punto da rendere critico anche lo svolgimento delle attività quotidiane. Le denunce di disagio non sono, tuttavia, in contrasto con l’evidenza di una destinazione di risorse non esigua al settore. Emerge dai dati che è la composizione della spesa a risultare differente da quella degli altri paesi: la componente incomprimibile per l’Italia è molto alta. Il 77 per cento del budget dei tribunali è assorbito dalle retribuzioni dei magistrati e del resto del personale. Per l’Austria questo rapporto è del 55 per cento, per la Francia del 54 per cento, per Germania e Svezia del 60 per cento.
"Il sentimento di giustizia è così universalmente connaturato all'umanità da sembrare indipendente da ogni legge, partito o religione", Voltaire

6 ottobre 2006

Odo Gelli far festa

(fonte: Uliwood Party di Marco Travaglio - 03.10.2006)
L’intervista di Maurizio Costanzo (tessera P2 n. 1819) a Vittorio Emanuele di Savoia (tessera P2 n. 1621) su Canale 5 diretto da Massimo Donelli (tessera P2 n. 2207) e di proprietà di Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816) è stata un momento di grande televisione. Sia per l'atmosfera di gaia rimpatriata, sia per un certo qual retrogusto di buon tempo antico. Tutto passa, tutto scorre, ma l'ancoraggio alla miglior tradizione nazionale non viene mai meno: la P2, se Dio vuole, è viva e lotta insieme a noi. Prossimamente su questi schermi: Costanzo intervista Gelli (remake del celebre tete à tete sul Corriere del 5 ottobre 1980), Costanzo intervista Cicchitto, Costanzo intervista Berlusconi (ma questa dobbiamo averla già vista da qualche parte). Domenica i due muratorini fingevano di non conoscersi. Si davano del lei. Fratello Maurizio, con fare paterno, anzi fraterno, dispensava buffetti al fratello Vittorio, trattato un po' come il fratello scemo: "Principe, attento alle cattive compagnie, che poi la trascinano sulla cattiva strada". "Dottore, la ringrazio di questa opportunità e dei buoni consigli". "Principe, abbiamo letto le sue telefonate, non crede di doversi scusare?". "Ma certo, Dottore, sono stato coinvolto senza saperlo, avrò fatto delle cattive scelte, degli errori, me ne pento e me ne scuso". "Principe, che umiltà! Questa non me l'aspettavo, è una cosa molto importante". "Dottore, mi scuso con le donne, cosa si farebbe senza...". "Principe, dovrebbe scusarsi anche con i sardi". "Ma certo, l'ho già fatto e scritto". "E poi, principe, ci sarebbe quel ragazzo, Hammer, morto a cavallo". "Oh, dottore, m'è dispiaciuto molto il decesso di quel povero ragazzo, ma io non c'entravo nulla. Sa, io sono stato sempre armato soltanto di buone intenzioni". "Ma principe, non dica così, per carità...". Chi vedeva la trasmissione s'è fatto l'idea che il cosiddetto principe sia stato arrestato a Potenza per qualche parolaccia telefonica. Purtroppo l'accusa parla di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione (per i traffici al casinò di Campione) e allo sfruttamento della prostituzione (per le ragazze dell'Est che il gentiluomo si faceva procurare da una gang di malfattori). Senza contare la lettera anonima commissionata a un malavitoso contro il direttore di Novella 2000 Luciano Regolo, con scritto: "Sei morto". Insomma, non l'hanno arrestato per quel che ha detto, ma per quel che ha fatto. Solo che quel che ha fatto non lo racconta mai nessuno. Nel migliore dei casi, si sorvola. Nel peggiore, si mente. Lunedì scorso Vespa ha parlato a lungo dell'inchiesta di Potenza col ministro Mastella, accusando i magistrati di passare i verbali degl'interrogatori ai giornali, che li pubblicano l'indomani: una balla colossale, visto che mai dalla Procura di Potenza è uscito un solo interrogatorio di indagati che non fosse già pubblico, cioè depositato ai difensori, o al gip, o al Riesame, o contenuto in un'ordinanza di custodia. Vespa aggiunse che i magistrati avevano perseguitato il povero principe con domande intime sulle sue abitudini sessuali e avventure extraconiugali, mettendolo in cattiva luce con la mogliettina che l'aspettava trepidante a casa. "Manco fosse indagato per sfruttamento della prostituzione", commentò l'insetto, ignaro del fatto che il Savoia è indagato proprio per sfruttamento della prostituzione. Mastella, che in teoria sarebbe il ministro della Giustizia e ha già sguinzagliato gl'ispettori a Potenza, non aveva nulla da obiettare nemmeno alla seconda superballa, raccontata - fra l'altro - da un giornalista in plateale conflitto d'interessi, visto che era stato immortalato dalle intercettazioni di Potenza mentre concordava col portaborse di Fini un'intervista "cucita addosso" al leader. Grazie all'Ordine dei giornalisti che ha sospeso per 12 mesi un giornalista-spione sul libro paga del Sismi e per pochi mesi tre firme telecomandate da Moggi, sappiamo che certe cose non si possono fare, anche se chi le fa rischia poco o nulla.

"Ma la vittoria della vanità non è la modestia, tanto meno l’umiltà, è piuttosto il suo eccesso", José Saramago da Memoriale del convento

29 settembre 2006

Il Palinsetto

(fonte: Uliwood Party di Marco Travaglio)

Si era temuto, per un attimo non di più, che Bruno Vespa desse seguito all'orrenda minaccia di privarci della sua compagnia quotidiana. Poi, per fortuna, l'insetto è riapparso in tutto il suo splendore e in perfetta coincidenza con la riapertura del processo di Cogne. Chi pensava di levargli l'appalto su una delle quattro sere, temendo patologie da superlavoro e piaghe da decubito, ha dovuto ricredersi, vedendolo librarsi agile come una libellula fra le poltrone bianche occupate da due colleghi democristiani, uno di destra (Scajola) l'altro di sinistra (si fa per dire: era Mastella). Si parlava di Telecom. Ma il titolo era un puro pretesto: in realtà, in ossequio alla tradizione, è andato in onda il solito processo ai giudici. E' più forte di lui: anche se parla di dieta mediterranea, c'infila qualche magistrato obeso o anoressico da mettere in riga. Tronchetti Provera aveva appena fatto notare che gli spioni arrestati non sono finora accusati di intercettazioni abusive. Vespa avrebbe dovuto saperlo, se si fosse letto l'ordinanza del gip. Ma non può mica fare tutto lui: dunque ha accolto la notizia come una folgorante rivelazione.
"Ma almeno lo sapete che cosa avete ordinato di distruggere col decreto?", ha chiesto a Mastella. Il quale, pure lui all'oscuro di tutto, balbettava: "Mah, il decreto vale a futura memoria: ci mettiamo a dieta per evitare l'infarto. Anche se l'infarto non c'è, potrebbe sempre venire". Scajola precisava che a lui delle spiate illegali non gliene frega niente: "Il problema sono quelle legali, ci vuole un decreto" per limitarle e imbavagliare la stampa. Vespa,tutto umido,traduceva: "Dunque i giudici sono peggio di Tavaroli". Poi, non bastandogli l'attuale datore di lavoro di sua moglie, cioè Mastella, dava subito la parola all'ex datore di lavoro, Roberto Castelli. Anche lui, nonostante la faccia, aveva le idee chiare: "Il guaio sono le intercettazioni legali, e le procure che le passano ai giornali". "Ecco - sottolineava Vespa - chi le passa ai giornali: la Befana?". L'idea che i giornali le pubblichino perché sono pubbliche, contenute nei mandati di cattura, non sfiora nessuno. In fondo Castelli era solo ministro della Giustizia, mica è tenuto a capire qualcosa di giustizia. Mastella faceva il Mastella: si barcamenava, invocava l'aiuto del centrodestra e s'infilava in metafore più grandi di lui, tentando invano di uscirne. Anche Feltri e Sansonetti andavano a orecchio, come gli studenti che non hanno studiato e menano il can per l'aia. Una sola cosa emergeva chiaramente dai loro interventi: che non avevano la più pallida idea dell'inchiesta Telecom e della differenza fra atti pubblici e notizie segrete. Vespa allora denunciava quell'odioso attentato alla privacy che fu la pubblicazione dell'sms con il bacio di Anna Falchi a Stefano Ricucci: una moglie che bacia il marito, roba da rovinare una famiglia. Poi si buttava sui Savoia, che si portano su tutto: giù lacrime sul povero Vittorio Emanuele perseguitato dai giudici cattivi. Essendo il presunto principe impegnato col Tapiro d'oro, Porta a Porta intervistava senza domande il cucciolo, Emanuele Filiberto: "Il 98% delle parole intercettate a mio padre sono un montaggio fatto dai magistrati di Potenza per attribuirgli cose che non ha mai detto". Vespa, tutto giulivo, rincarava: "Che senso avevano le domande dei giudici sulle sue abitudini sessuali, se il principe non è indagato per sfruttamento della prostituzione?". Qualcuno avrebbe potuto informarlo che il Savoia è indagato proprio per sfruttamento della prostituzione. Ma la presenza in studio di persone informate è severamente vietata. Allora l'insetto invocava "pene pecuniarie altissime" per i giornali che pubblicano quel che non piace a lui: soprattutto i verbali dei principi. Feltri si associava fremente di sdegno, forse dimenticando di aver allegato a "Libero" un inserto di 60 pagine con i verbali del Savoia. A questo punto, plin-plon: ecco in studio due giuriste di chiara fama: la gossipara Silvana Giacobini e Nancy Dall'Olio, la moglie di Eriksson, nella sua qualità di una che "ha il sospetto di essere spiata ma non ha le prove".


"Con le parole si possono demolire le persone", Francis Scott Fitzgerald