Visualizzazione post con etichetta italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta italia. Mostra tutti i post

19 luglio 2007

Il nonnismo come strumento democratico

(fonte: borsaitaliana)

"Lo scalone? Io non lo volevo me lo imposero Bossi e Tremonti". Lo afferma in un'intervista a La Repubblica l'ex ministro del Lavoro, Roberto Maroni. "Resto orgoglioso di quella legge, ma nel testo originario lo scalone non c'era".

Alla domanda se voterebbe una soluzione con scalini e quote per superare lo scalone, Maroni risponde: "no, non mi e' mai piaciuta una soluzione di questo tipo, continuo a difendere quella legge. Ma francamente c'e' da restare stupefatti di fronte alla discussione che si e' sviluppata nell'ultimo anno nel centrosinistra, perche' un conto e' dire che lo scalone e' iniquo e va abolito; un altro e' dire che lo si deve sostituire, in maniera pasticciata, con alcuni scalini per poi scoprire il trucco e cioe' che, aprendo un buco nei conti previdenziali, si arrivera' in ogni caso a 60 se non a 62 anni. Ma chi glielo ha fatto fare? Visto che lo scalone riguarda non piu' di 130.000 persone, si poteva immaginare forme di compensazione del tipo: restare piu' al lavoro ma aumentera' la redditivita' della vostra pensione. Noi gli avevamo anche risolto il problema dell'innalzamento dell'eta'". [...]

23 maggio 2007

L'ecomafia

(Fonte articolo: Reuters - Foto: LaStampa)

Nuovi roghi di rifiuti in Campania. Nella notte quasi 130 cumuli di spazzatura sono stati dati alle fiamme tra Napoli e i comuni dell'hinterland, riferiscono i vigili del fuoco, che dalle 8 di stamattina sono stati chiamati per altri 20 interventi. I roghi della nottata hanno riguardato il Quartiere Ponticelli di Napoli e i comuni di Casoria, Melito, San Giorgio a Cremano e Torre Annunziata. Ieri il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rivolto un "estremo energico appello" alle istituzioni nazionali e locali perché si impegnino per risolvere l'emergenza rifiuti in Campania.[...] Il commissario straordinario Guido Bertolaso, ieri a Napoli per fare un punto sulla situazione, ha detto che a suo avviso, se tutti faranno la loro parte, la fase "più acuta" dell'emergenza potrebbe essere risolta entro fine giugno.


L'ecomafia dei rifiuti in Italia

Le attività illecite legate allo smaltimento dei rifiuti hanno avuto, negli ultimi anni, un allarmante sviluppo. E’ il nuovo volto dell’ecomafia che ai profitti derivati dall’abusivismo edilizio ha affiancato quelli determinati dal traffico illegale di rifiuti. Secondo Legambiente, che nel gennaio dello scorso anno ha presentato il rapporto "Le nuove frontiere dell’Ecomafia", l’intero business supera i 21 mila miliardi di lire all’anno. [...] Ecco le modalità tipiche delle organizzazioni mafiose: i camion carichi di rifiuti giungono, nelle ore notturne, in corrispondenza di buche che, dopo essere state riempite, vengono immediatamente coperte. I fanghi di depurazione e i rifiuti industriali liquidi, formalmente destinati a inesistenti impianti di depurazione e riciclaggio, sono più spesso sversati direttamente nel territorio. [...]

Ogni anno in Italia, su un volume complessivo di 108mila tonnellate di rifiuti, 35mila vengono smaltite attraverso modalità non corrette o del tutto illecite dalle organizzazioni criminali, come Cosa Nostra in Sicilia, la 'Ndrangheta in Calabria, la Sacra Corona Unita in Puglia o la Camorra napoletana, incaricate della raccolta, lo stoccaggio e il riciclaggio.In base al "Documento sui traffici illeciti e le ecomafie", approvato dalla Commissione parlamentare nell’ottobre del 2000, e ad alcune inchieste in corso presso le Procure di Asti e Roma, emergono alcuni particolari inquietanti: la maggior parte dei rifiuti tossici provenienti dall’Italia finirebbe in Somalia. [...]

Ma restando in Italia, è in Campania il «triangolo della monnezza», tra Qualiano, Giugliano e Villaricca: qui, a 25 chilometri da Napoli, comincia l' area che nel piano regolatore della camorra è stata assegnata alla sepoltura illecita dei rifiuti. E' una zona ampia, divisa tra i clan che controllano il Napoletano e il gruppo dei Casalesi. Qui la ricchezza ha cambiato fonte. Una volta il fatturato veniva dagli ortaggi, dalle primizie, dalla falanghina, dal turismo. Oggi viene dalla diossina, dai metalli pesanti, dai fenoli, dai pcb. Secondo il Rapporto Ecomafia 2003 della Legambiente, la gestione dei rifiuti pericolosi in Italia frutta 2 miliardi e mezzo di euro all' anno. [...] Del resto i rifiuti costituiscono solo un segmento del ciclo di lavorazione della malavita organizzata. Qui la camorra prima ha guadagnato scavando illegalmente le cave. Poi riempiendo i buchi con i rifiuti pericolosi. Infine costruendoci sopra le case. [...]

Un po’ di storia recente fa capire esattamente cosa c’è in gioco dietro questa emergenza. La camorra ha sempre fatto la parte del leone nel settore rifiuti, con lo smaltimento illegale e con la compiacenza di tutte le autorità. Di fronte allo scoppio dell’emergenza del 1994, il governo pensò bene di creare dei commissari speciali preposti alla gestione del problema. [...] Così si effettua la gara di appalto, alquanto singolare: il commissario speciale non propone nessuna zona dove costruire gli impianti, ma lascia la scelta alle aziende che vinceranno la gara, col solo obbligo di costruirlo in zona ASI (area sviluppo industriale, cioè la zona a cavallo fra le province di Napoli e Caserta in questo caso) e senza alcun controllo di alcuna istituzione. [...]

Bassolino vince le elezioni regionali con un programma nel quale si diceva chiaramente di revocare il commissariamento straordinario e l’opposizione a qualsiasi inceneritore. Ma, dopo le elezioni, prevale la scelta della continuità amministrativa: Antonio Bassolino è il nuovo commissario ai rifiuti e procede con il progetto degli inceneritori. Cominciano le proteste ad Acerra "Le indagini hanno evidenziato come l' emergenza rifiuti avrebbe spinto talune amministrazioni ad affidare i servizi di smaltimento dei rifiuti "senza regolari gare". Da tale situazione hanno tratto beneficio personaggi vicini ad organizzazioni criminali di tipo camorristico". [...] «Ormai siamo alla camorra diffusa. Per togliere i rifiuti dalle strade, dove sono sotto gli occhi di tutti, e magari buttarli in un prato sopra una falda idrica ma lontano da sguardi indiscreti, si usano i camioncini della camorra».

"Adesso tutti al lavoro per recuperare queste giornate di incertezza. Bisogna andare avanti per applicare il decreto varato dal Governo in tutte le sue parti, con la fattiva e leale collaborazione tra il Commissariato, il Ministero dell'Ambiente e tutte le istituzioni locali", Antonio Bassolino - 21/5/2007

2 aprile 2007

L'Italia che invecchia

[Ratio of the inactive population aged 65 and over to the labour force]

Nel 2050 in Italia il numero di anziani inattivi rispetto agli occupati sarà talmente aumentato da raggiungere quasi un rapporto di 1 a 1, restando, come è già oggi, il più alto tra tutti gli stati dell'Ocse. L'incidenza degli anziani inattivi sulla forza lavoro balzerà al 92,8%, in base alle stime dell'organizzazione parigina contenute nel Fatcbook 2007. La situazione italiana è decisamente anomala rispetto alla media dell'Unione europea che nella ‘dead line’ del 2050 avrà solo il 28,8% di ultrasessantacinquenni e il 68% di pensionati.

1 febbraio 2007

Il controllo della piazza

Mario Placanica, l'ex Carabiniere indagato e poi prosciolto per la morte di Carlo Giuliani durante gli scontri del G8 di Genova, ha sporto denuncia contro ignoti in quanto ieri sera a Catanzaro il conducente di un fuoristrada ha tentato d'investirlo. Si tratta del secondo incidente, dopo quello avvenuto il 4 agosto 2003, che vede coinvolto l'ex carabiniere. Più che una semplice coincidenza, forse l'atto finale di un piano preordinato che prevedeva che venisse mandato un segnale forte e univoco verso le piazze. La gestione della manifestazione, finalizzata a mandare un forte messaggio a chiunque si opponga ad un ordine precostutuito, necessita però dell'eliminazione dell'ultimo testimone scomodo. Bisogna partire dalle stanze dei bottoni, per rendersi conto di quanto la risposta ai pacifisti sia stato un orribile compromesso tra un'esibizione di muscoli per salutare il nuovo quinquennio berlusconiano dal basso e il frutto dell'ascesa al potere di forze di destra che si ispirano al piano di rinascita democratica. Collegando questi avvenimenti con le scelte di politica interna del quinquennio berlusconiano ne esce un quadro riassumibile in una frase di Gianfranco Miglio, ideologo della lega: "i giornali si comprano, la magistratura si riforma, resta solo il problema di controllare la piazza...". Gianfranco Fini era stato nominato superprefetto su piazza (scelta che sconcertò persino il deputato di AN, Fisichella), e la nomina da parte dell'ex vicepresidente del consiglio di collaboratori come Filippo Ascietto (uno che dovrebbe marcire in galera secondo il decreto Mastella sull'Olocausto) e Giorgio Bornacin, marcantonio tuttora alfiere della vecchia fiamma. É anche utile constatare come dopo le elezioni di maggio 2001, tutti gli apparati predisposti al controllo (come la modernissima sala operativa dei vigili, inaugurata nel palazzo del Matitone e che peremetteva di controllare agilmente tutta la zona rossa) sono stati ignorati, bypassati, a cominciare dal questore Francesco Colucci, surrogato dal vicecapo della polizia Ansoino Andreasi. I risultati si sono visti su scala cittadina, e non solo episodica (si veda Giuliani), infatti le colonne motorizzate si perdevano nella difficile viabilità urbana. L'episodio di Giuliani è infatti il frutto di questa assenza (dal mio punto di vista volontaria) di preparazione alla manifestazione. L'omicidio del giovane è avvenuto infatti dopo che una colonna motorizzata dei Cc (allarmata dall'imperversare dei black bloc) che si muoveva in direzione del carcere di Marassi si è imbattuta, non conoscendo le strade, nel corteo di manifestanti.

Se però si è riscontrata un'impreparazione dal punto di vista logistico, gli addestramenti delle Forze dell'Ordine all'azione sono state pianificate con la massima attenzione. Le cinque compagnie dell'Arma, schierate per l'occasione, erano comandate da altrettanti ufficiali dei parà del Tuscania, provenienti da spedizioni all'estero: Somalia-Kosovo-Libano. Insomma ufficiali più propensi all'azione che alla contrattazione o al presidio. Inoltre, il personale che era destinato a mantenere l'ordine, era stato plasmato per tempo vicino a Roma, a Ponte Galeria, sotto la guida di un corpo docente piuttosto inconsueto, istruttori statunitensi compresi. Spiccano fra questi Vincenzo Canterini e il suo predecessore Valerio Donnini, autori di diversi manuali finalizzati ad insegnare l'avanzata a passo cadenzato (ritmando con colpi di manganello sullo scudo) e altre dubbie tattiche di dissuasione incentrate sullo scontro fisico. Tutto ciò con il benestare politico dell'allora ministro degli Interni, Claudio Scajola. Allo stesso modo il Ministro della Giustizia di allora, Castelli, ha potuto assistere alla scellerata gestione del carcere di Bolzaneto, con tanto di tacito assenso ai trattamenti di favore che sono stati riservati a giornalisti come Mark Cowel, John Elliott e Lorenzo Guadagnucci (tutti documentati anche dalle dichiarazioni di diversi infermieri fra cui Marco Poggi).

Come per Antonio Bugio, il poliziotto che ha ammesso di aver falsificato le due molotov portate sul banco degli imputati contro i manifestanti della Diaz, costretto a lasciare la polizia, Placanica rischia di essere il secondo potenziale Giuda che potrebbe rivelarsi nocivo per l'omertà interna che ha caratterizzato l'intera gestione della manifestazione. É meglio quindi chiudergli la bocca, subito.

21 gennaio 2007

Oboli culturali

É notizia di ieri che la Corte di Cassazione ha stabilito che scaricare da internet file e programmi protetti dal copyright - i diritti d'autore - o metterli a disposizione di altri utenti non e' un reato, se l'attivita' non ha scopi di lucro. La sentenza si riferisce però a fatti avvenuti nel 2000, quindi nulla toglie al Decreto Urbani del 22 maggio 2004, che prevede sanzioni penali per chi usufruisce di prodotti scaricati da programmi P2P, perchè danneggia l'industria musicale e cinematografica. Ma vediamo un po' quali sono le voci alla casella "introiti" per queste lobby.

Innanzitutto un paio di dati percentuali. I negozianti ricaricano del 40% su ogni prodotto musicale, che è già caricato del 20% di IVA (per intenderci gli altri prodotti culturali, ad esempio quelli editoriali, godono giustamente di un'imposizione pari al 4%). Poi un piccolo appunto sulla SIAE. Giuridicamente è un ente pubblico a gestione privata che si occupa di incassare e ripartire i famosi diritti d'autore. Intanto è curioso questo mix di pubblico e privato: è pubblico in quanto la legge le attribuisce, monopolisticamente, tale attività di riscossione (in pratica, è una sorta di polizia tributaria). E passi. Ma i soldi che incassa non sono pubblici bensì privati, in quanto le spoglie vengono ripartite tra i propri soci. E, sopratutto, privata ne è la gestione, quindi relativamente insindacabile e, spesso, imperscrutabile. In secondo luogo faccio notare che ogni CD vergine che acquistate comprende una quota per pagare i diritti d'autore sui materiali che vi registrerete: questo ulteriore obolo è per avere il diritto di farvi una copia privata. Ah, per i più curiosi: la tassa per avere il diritto a fare la copia privata la pagherei anche se sul CD registrassi un programma che mi sono creato in C++ o incidessi un audio messaggio da spedire ad un mio amico. Ovviamente per masterizzare necessitate di apparecchiature e software per masterizzare, che grazie al nostro amico Urbani sono state anche loro tassate dei diritti d'autore. Così come ogni persona che qui ha avuto in passato o ha tuttora una band sa che ad ogni sua esibizione in pubblico ogni cover vuole il solito obolo per i diritti d'autore sulla musica che si suona alla festa e magari chi qui frequenta discoteche o circoli saprà che il 9% del prezzo del suo biglietto va alla SIAE (quindi paradossalmente anche la birra che vi sorseggiate in un locale è tassata). Per non rischiare una crisi isterica evitate di riflettere sul fatto che il gestore deve aver acquistato il disco e quindi deve aver pagato i relativi diritti d'autore diretti ed indiretti per i vari supporti, apparecchiature e software utilizzati nel processo e che tali costi, inevitabilmente, deve ribaltarli sui suoi clienti e quindi ancora una volta su di voi. Pare poi che su tutti gli spettacoli si paghi anche un'imposta sui "trattenimenti", pari al 10% del prezzo del biglietto (una sorta di IVA sul divertimento) che viene riscossa dalla SIAE per conto dello Stato, trattenendone una percentuale elevatissima. Spero poi che voi non siate degli affezionati del 48248 (si scrive così?) perchè la SIAE riceve il 12% del prezzo della suoneria pagato dall'utente finale. Se poi vogliamo proprio essere precisetti anche tutti gli spot che guardate sulla Rai con una colonna sonora comportano il prelievo dei diritti d'autore nel canone che pagate. La stessa cosa vale quando una canzone, utilizzata come colonna sonora da un film, viene trasmessa su tv nazionale.

19 gennaio 2007

Svanite nel nulla

(fonte: LaStampa)

"Sono sparite, forse distrutte, le due bottiglie molotov che costituiscono una prova determinante nel processo contro gli alti dirigenti di polizia coinvolti nella sanguinosa notte dei manganelli alla scuola Diaz, durante il G8, nel luglio 2001. Sono le armi con le quali si sarebbe tentato di giustificare l’irruzione nei locali trasformati in dormitorio per i manifestanti e l’arresto di 93 persone (93 racconti di pestaggi a freddo), riconosciute poi da un funzionario di polizia come le molotov sequestrate ore prima durante i disordini in altra parte della città."


[Pag.128 del libro "*Sragione di stato" di Camillo Arcuri]

4 gennaio 2007

L’anno del maiale

(fonte: unità.it - Marco Travaglio)

Felice anno nuovo. Felice? Nuovo? Il Parma Calcio è in vendita, e pare siano interessati a rilevarlo Flavio Briatore, testimonial dell’evasione fiscale, e Antonio Giraudo, squalificato per Calciopoli e inquisito per associazione a delinquere, ora esule a Londra. E si sussurra che Luciano Moggi faccia da consulente al Milan, dove lo squalificato Galliani continua a fare il bello e il cattivo tempo. Sempre nell’ambito del rinnovamento pallonaro, dopo la cacciata di Rossi, il ritorno di Matarrese alla Lega e di Gussoni agli arbitri, si segnalano l’azzeramento della condanna di Lotito e la permanenza di Carraro all’Uefa, alla Fifa e al Mediocredito, mentre Lippi ha ottenuto dall’Antitrust uno strappo al nuovo regolamento per poter allenare in Italia anche se suo figlio fa il procuratore (di calciatori). Futuro radioso anche per i protagonisti di Vallettopoli. Il fotografo Fabrizio Corona ha appena fatto da testimonial alla mostra di fine anno «Tuttosposi», a Napoli, con la moglie Nina Moric; guest star dell’evento Elisabetta Gregoraci, la stessa che fa soldi a palate come testimonial dei telefonini, alludendo sottilmente alle sue vicende con Sottile. Lele Mora assicura di non aver mai lavorato tanto come da quando è sotto inchiesta. Anna Falchi in Ricucci sponsorizza un cellulare anti-intercettazioni. Il marito Stefano, se tutto va bene, eviterà il fallimento. Danilo Coppola, il suo coimputato coi capelli a piramide, ha appena acquistato il Gran Hotel di Rimini. Calisto Tanzi, prossimo miracolato dall’indulto, rientra nel business con una società di succhi di frutta. Giovanni Consorte, condannato in primo grado, ha appena lanciato una merchant bank, un’altra. Primo Greganti, condannato definitivo, chiede la tessera del Partito democratico. La Camera si costituisce in giudizio a spese nostre dinanzi alla Consulta per difendere Carlo Taormina, che pretende l’impunità parlamentare per gli insulti al colonnello Garofano del Ris di Parma. Totò Cuffaro, a spese della Regione Sicilia, pubblica l’«Enciclopedia Trinatrica», dove alla voce «Lima Salvo» si legge che costui, «di umilissima origine, emerse presto per vivacità e impegno nella Dc»: firmato Giulio Andreotti, che immodestamente si definisce autore di «durissime leggi contro la mafia». Intanto, in perfetta coerenza, fervono i preparativi per la riabilitazione di Craxi, ormai asceso nel Pantheon degli Esuli insieme a Pisacane, Garibaldi e i fratelli Rosselli. Sul Corriere Pigi Battista ricorda Leonardo Sciascia per le uniche fesserie pubblicate dal grande scrittore in decenni di attività, cioè per lo sciagurato attacco del 1987 a Borsellino e a Orlando sul Corriere di Ostellino, e chiede addirittura a chi ebbe ragione nel criticarlo di ammettere di aver avuto torto. L’acuto segretario di Rifondazione Franco Giordano invita l’Unione a dire «basta con l’antiberlusconismo» (un altro anno di inviti assicurati a “Porta a Porta” e a Mediaset per lui e per il suo spirito guida, il presidente della Telecamera Bertinotti). Frattanto il governo cancella per decreto il comma salvaladri per i reati amministrativi. Ma Clemente Mastella, dimenticando forse di far parte del governo, scioglie un peana al comma defunto («una norma giusta») e più in generale alla prescrizione, che a suo avviso non è una catastrofe da scongiurare, ma una benedizione del cielo, un diritto acquisito da estendere il più possibile. La Cirielli falcidia i processi penali? Ecco: anziché cancellarla, come da programma dell’Unione, bisogna decimare al più presto anche quelli amministrativi e contabili «per evitare - spiega il cosiddetto ministro - una via crucis ai tanti amministratori costretti da una legge iniqua a non beneficiare di una prescrizione». Forse il presunto Guardasigilli trascura che la prescrizione è riservata ai colpevoli: per gli innocenti c’è l’assoluzione. Ma lui non bada a certe sottigliezze. Se la legge è uguale per tutti, dev’esserlo anche l’impunità. È un fatto di equità: «I ladri sì e i sindaci no? Cose da pazzi». Ci sarebbero pure i sindaci ladri, ma è troppo complicato da spiegare.

"Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello!", Dante Alighieri

17 dicembre 2006

Urge vocabolario!

(Estratto da "La scomparsa dei fatti" di Marco Travaglio, Il Saggiatore, pagg. 320, 2006)

Se le notizie fanno paura, le parole che le raccontano ne fanno ancor di più. In fondo è la parola che si conficca nella memoria e aiuta a ricordare questo o quel fatto, richiamandolo come il sibilo agli ultrasuoni che fa scattare il cane. Così – l’abbiamo visto per la guerra e per la pace – le parole diventano più importanti dei fatti. Perché, giocando con le parole, si possono manipolare i fatti e, alla fine della catena, tutta la memoria collettiva.Non siamo più d’accordo nemmeno sul dizionario della lingua italiana. Anzi, svuotiamo o ribaltiamo il significato delle parole per nascondere meglio i fatti, o semplicemente per pigrizia, perché tutti fanno così e pare brutto disturbare i manovratori. Chiamiamo pace la guerra e guerra la pace. Chiamiamo dopoguerra una situazione in cui si spara e si muore più che in guerra. Chiamiamo terroristi i guerriglieri iracheni o afghani che combattono armi in pugno contro le truppe che hanno occupato il loro paese, solo perché le truppe sono anche nostre, o comunque «amiche », senza riuscire nemmeno a distinguerli dai veri terroristi, che mirano a obiettivi civili (come peraltro fanno i nostri alleati a Falluja con le bombe al fosforo). Se invece ci occupiamo del Darfour, allora nessun dubbio sul fatto che siano tutti guerriglieri e partigiani, anche se ricorrono a metodi che in Iraq e in Afghanistan, dove ci siamo noi, chiamiamo frettolosamente terroristici.

[…]Come possiamo vivere insieme e sentirci comunità se non abbiamo più nemmeno un linguaggio comune? Da anni, ormai, chiamiamo «esule» il latitante Craxi. Chiamiamo «assolti» (cioè innocenti) i prescritti (cioè i colpevoli che la fanno franca). Chiamiamo «presunte tangenti» anche quelle consacrate da sentenze definitive di condanna. E «processi politici» i processi ai politici accusati di delitti comuni come la corruzione e la concussione. E «giustizialisti» (come i seguaci di Juan Domingo Perón) coloro che chiedono semplicemente giustizia, certezza della pena e una legge uguale per tutti, cioè i veri garantisti (cose che capitano in un paese che confonde Cesare Beccaria con Cesare: Previti). Chi difende l’indipendenza della magistratura dal potere politico, invece, è chiamato «giacobino», anche se i giacobini teorizzavano la sudditanza della magistratura al potere politico, mentre chi chiedeva magistrati indipendenti erano semmai i girondini. Chiamiamo «riformisti» strani personaggi che non hanno mai fatto né proposto uno straccio di riforma, ma in compenso predicano eternamente il dialogo, anzi l’inciucio con Berlusconi, e non si capisce che c’entri tutto questo col riformismo. Invece Rosi Bindi, autrice di una delle pochissime riforme degne di questo nome degli ultimi dieci anni, quella della sanità, passa per un’antiriformista «estremista» e «radicale». E così altri due riformisti ultramoderati, ma?, come Nanni Moretti e Giorgio Cofferati. In compenso Berlusconi e Bossi, cioè gli estremisti più autoritari ed eversivi mai visti in una democrazia, rappresentano il polo «moderato» e «liberale». Chiamiamo «demonizzatori» o «apocalittici» quanti hanno descritto e denunciato, insieme a tutto il mondo libero, il conflitto d’interessi illiberale del Cavaliere, il suo abuso delle televisioni, le sue censure di regime e le sue leggi d’impunità su misura: la semplice descrizione quotidiana delle mostruosità del quinquennio 2001-2006 è divenuta «antiberlusconismo», allarmando chi pensa che l’informazione e la satira debbano «moderare i toni» e l’opposizione non debba opporsi troppo. Si sono persino inventate categorie sconosciute in qualunque altro paese, con luoghi comuni e frasi fatte utili a squalificare in partenza chiunque chiami le cose con il loro nome: chi chiedeva l’intervento del Quirinale, supremo garante della Costituzione, contro le continue violazioni costituzionali, veniva accusato di «tirare per la giacchetta il capo dello Stato». E chi, da posizioni liberali, o cattoliche, o azioniste, o socialdemocratiche restava coerente con se stesso e teneva la schiena dritta senz’accettare i continui fatti compiuti, veniva ipso facto annesso alla «sinistra radicale» dell’«estremismo» e del «massimalismo». Ora, poi, chiamiamo «girotondi» le manifestazioni organizzate dai partiti del centrodestra contro il governo Prodi e a favore di sua maestà Berlusconi, mentre i girotondi erano movimenti spontanei e autorganizzati della società civile, al di fuori dei partiti, contro un governo che sgovernava e un’opposizione che non si opponeva. Chiamiamo «genitori adottivi» i coniugi di Cogoleto che hanno rapito e subornato Maria, la bambina bielorussa loro affidata «affido», ma un semplice «percorso di accoglienza» temporaneo). Chiamiamo «nonne» le madri della coppia che, con la complicità di alcuni preti, hanno tenuto la piccola segregata per tre settimane in un convento della Val d’Aosta in barba a tutte le leggi italiane e internazionali. E chiamiamo «atto d’amore» quello che giustamente Massimo Fini, sul Giorno, ha chiamato «una cinica e brutta partita giocata sulla pelle di una bambina da una coppia sterile che ha introiettato il credo che avere un figlio sia un “diritto” e uno status symbol irrinunciabile». Il tutto per nobilitare o giustificare un vero e proprio sequestro di minorenne con plagio, che lascerà tracce indelebili sulla psiche della bimba, addirittura indotta a esibirsi in un video alla al-Zarqawi in cui chiedeva di «tornare da mamma e papà» (che non sono i suoi, non sono tali), dava in escandescenze e minacciava un suicidio che qualcuno le aveva sciaguratamente suggerito per forzare la mano alle autorità e ottenere un’adozione non dovuta e nemmeno prevista. Ma come possiamo raccontare i fatti, se non siamo più d’accordo sulle parole?

"Le parole sono la più potente droga usata dall'uomo", Rudyard Kipling

14 dicembre 2006

Il paese degli ossimori

Riporto l'estratto di un'interessante analisi di Ilvo Diamanti a fronte di un sondaggio di Demos sul rapporto tra i cittadini e lo Stato.

[...] Un cambiamento senza svolte, che ha prodotto ulteriore delusione. Tuttavia, anche se si corre il rischio del "già visto", conviene ripassare, in modo succinto, alcuni aspetti del rapporto. Perché delineano un contesto sociale che, un anno dopo l'altro, è divenuto più particolaristico, insofferente, diviso, lontano dallo Stato e dalle istituzioni. Quindi: più logoro. Gli italiani. La loro insoddisfazione verso i servizi è cresciuta ancora, nell'ultimo anno. Soprattutto verso quelli pubblici. Ma alle virtù del privato credono in pochi. Oltre otto persone su dieci preferiscono che la gestione della scuola o della sanità resti, comunque, in mano allo Stato, oppure agli enti locali. Peraltro, è aumentata l'indulgenza verso comportamenti illeciti, in ambito sociale ed economico. Il lavoro nero, i pagamenti senza ricevuta, l'abusivismo edilizio, il ricorso a scorciatoie personali e amicali per ottenere un posto oppure una visita medica, copiare a scuola, riprodurre cd musicali o video. Il rapporto con gli immigrati: suscita maggiore allarme che in passato. Sotto il profilo della sicurezza e della "distanza" religiosa e culturale. C'è domanda di Stato, abbiamo detto. Ma lo Stato continua ad apparire lontano.


[...] nell'Italia del 2006, si fanno strada alcuni paradossi inquietanti. Il primo - e più noto - è il paradosso dello "strabismo etico". Gli italiani seguono criteri di giudizio e di condotta diversi a seconda che affrontino questioni generali oppure personali. Insomma, guardano in direzioni opposte. Per cui sono insoddisfatti del pubblico, sfiduciati dello Stato. Ma vogliono che i servizi sociali restino in mano al pubblico, controllati dallo Stato (o dagli enti locali). Si rendono conto che occorre riformare le pensioni, senza ulteriori ritardi. Ma si oppongono a ogni riforma che allunghi l'età pensionabile. Sono d'accordo sulle liberalizzazioni, ma non per la propria categoria, per il proprio ordine professionale. La loro insofferenza fiscale ha raggiunto livelli di guardia. Ma non accettano riduzioni della spesa per i servizi. Vogliono più servizi e più assistenza: ma senza pagare più tasse.


Per definire il secondo paradosso useremmo un altro ossimoro: la "solidarietà egoista". Riflette la tendenza della partecipazione sociale e associativa a inseguire, sempre di più, temi specifici; a mobilitarsi intorno a interessi particolari. Così, si è sviluppata, si sta sviluppando una rete di solidarietà corte. Di tipo "difensivo". Una solidarietà molecolare, a tutela di cerchie più o meno ampie, più o meno ristrette. Ciascuno immerso nella sua nicchia, nella sua lobby, nel suo clan, nel suo ordine professionale, nel suo comitato, nella sua famiglia. A difendersi dallo Stato. Ma anche dagli "altri". Sempre meno disponibile a "pagare" personalmente, oggi, per il "bene comune" e per il futuro. Sempre pronto a partecipare. Ma "contro". Ne esce rafforzato il paradigma del "governo indeciso", che da troppo tempo assilla il nostro Paese. Perché ogni governo, alle prese con lo "strabismo etico" dei cittadini e con la "solidarietà egoista" della società, alla fine, sceglie di non scegliere. Oppure, procede in modo contraddittorio. Annuncia le riforme delle pensioni e dei Pacs, ma le rinvia. Scrive e riscrive la Finanziaria, rendendo quasi impossibile seguirne il filo. Il governo. Incapace di imporsi al frazionamento sociale - e della propria maggioranza. Inseguito e inibito dai sondaggi, dai fischi, dalle proteste di piazza, dalle polemiche mediatiche. Qualsiasi cosa decida. Per cui, alla fine, non decide. E alimenta, ulteriormente, sfiducia, dissenso. E opposizione. L'Italia di Prodi, in questo, somiglia a quella di Berlusconi. Il Paese degli ossimori. Che non cambia mai.

"Anche quando avremo messo a posto tutte le regole, ne mancherà sempre una: quella che dall'interno della sua coscienza fa obbligo a ogni cittadino di regolarsi secondo le regole", Indro Montanelli

7 dicembre 2006

"Scaramella is a mental case"

Riporto alcuni estratti dell'*intervista di Carlo Bonini e Giuseppe D'Avanzo a Oleg Gordievskij, ex infiltrato dell'Mi6 nel KGB.

Signor Gordievskij, vorremmo farle alcune domande su Mario Scaramella.
"Possiamo anche chiudere subito la conversazione, visto che immagino le domande. Mario Scaramella è un lurido bugiardo. Quel che ha riferito delle nostre conversazioni e del nostro rapporto è falso dalla prima all'ultima parola. Non ho mai detto che Prodi è stato un agente del Kgb, né ho mai sostenuto che sia stato "coltivato" dall'intelligence sovietica. Fatevelo dire, soltanto in Italia può essere dato credito a un caso psichiatrico come Scaramella. Devo dire altro?".

[...]Che cosa voleva allora Scaramella?
"Voleva la testa di Prodi. Ma non fui io a dargliela. Fu Aleksandr Litvinenko. Ricordo ancora perfettamente cosa accadde".

[...]Scaramella sostiene che l'espressione "Prodi è un nostro uomo" sia sua. Di più: Scaramella sostiene che lei si sia spinto ad indicare il dipartimento del Kgb (il V, quello responsabile per le "misure attive") che avrebbe "coltivato" l'attuale premier italiano.
"E' un'immonda bugia. Quella frase, come stavo dicendo, fu pronunciata da Aleksandr Litvinenko. Io rimasi in silenzio e lo fissai a lungo. Evitai di dire in sua presenza quello che pensavo e che dissi e continuai a ripetere sia a Scaramella che a Guzzanti. Io non solo non avevo alcuna informazione su un qualsivoglia rapporto, di qualsivoglia genere, tra Prodi e il Kgb. Ma ero anche convinto che Aleksandr stesse mentendo due volte. Perché non solo riferiva una circostanza non vera, ma per giunta la attribuiva a una fonte, Trofimov, che non avrebbe potuto smentirla perché era stato ucciso. Insomma, ero convinto ieri e lo sono ancora di più oggi che Aleksandr, per ragioni legate alle continue difficoltà economiche, avesse alla fine deciso di dire a Scaramella quel che Scaramella voleva sentirsi dire. Forse perché da questo immaginava di trarre qualche vantaggio in futuro. Del resto, Aleksandr screditò Prodi non solo con Scaramella, ma anche con alcuni deputati europei inglesi che avevano lo stesso interesse. Questa è una cosa che so per certa, perché quei deputati europei inglesi mi avvicinarono per tentare, inutilmente, di farmi confermare le confidenze di Litvinenko".

[...] Signor Gordievskij, come è possibile che, con il pessimo giudizio che lei aveva di Scaramella, i vostri rapporti non si siano interrotti subito?
"Io provai quasi subito a troncare, non appena mi fu assolutamente chiaro che prima mi liberavo di questo buffone e meglio sarebbe stato. Lo feci una prima volta rivolgendomi a Guzzanti. Gli mandai una mail dandogli conto delle insopportabili pressioni cui mi sottoponeva il suo consulente. Ricordo perfettamente che gli scrissi: "Scaramella is a mental case", Scaramella è un caso psichiatrico". E Guzzanti che cosa le rispose? "Rispose, con quel suo modo bonario, che non dovevo preoccuparmi. Che stavo esagerando, che Scaramella era semplicemente una persona un po' sopra le righe, ma che questo non doveva preoccuparmi".

Così continuaste a vedervi.
"Cercai di evitarlo. E quando capii che Guzzanti non me lo avrebbe tolto dai piedi e le pressioni su Prodi si fecero ancor più intollerabili, decisi di rivolgermi formalmente al controspionaggio inglese, l'Mi6. Raccontai cosa stava accadendo. Spiegai chi era questo buffone di Scaramella e che cosa pretendeva di farmi dire. L'Mi6 diede immediatamente corso alla mia denuncia, informandone il Foreign Office e il Sismi, cui venne chiesto che le attività di disturbo di Scaramella cessassero immediatamente. Ancora una volta, da persona abituata ad avere a che fare con persone serie, immaginavo di averci messo un punto a questa storia. Mi sbagliavo. Non molto tempo dopo i miei colloqui con l'Mi6, incontrai il mio amico Vladimir Bukovskij. Come sapete anche lui ha rapporti con Guzzanti per la "Mitrokhin" ed è stato contattato nel tempo da Scaramella. Bene, sapete che cosa mi viene a dire Vladimir? 'Ho saputo da Guzzanti e Scaramella che ti sei lamentato con l'Mi6. I due sono molto preoccupati che tu trasformi questa storia in un caso diplomatico'. Andai su tutte le furie. I miei colloqui con l'Mi6 erano avvenuti nella più assoluta discrezione. Guzzanti e Scaramella non solo non avrebbero dovuto esserne a conoscenza, ma, soprattutto, non avrebbero mai dovuto parlarne. Vladimir Bukovskij provò a tranquillizzarmi, ma non ci riuscì. Abbiamo caratteri diversi. Lui ha un temperamento molto tollerante, al contrario del sottoscritto. E non ha mai reagito".

Lei sa che cosa sta succedendo in Italia?
"Eccome se non lo so. So che è sotto inchiesta e so che rilascia tre interviste al giorno. Bene, io penso che questo spettacolo sia indegno dell'intelligenza umana. Anzi, penso che sia un'offesa all'intelligenza. Ma come si può ancora stare a sentire un megalomane che è stato capace di mentire persino sul suo stato di salute? Che è arrivato a dire che nel suo corpo c'era una dose di polonio cinque volte superiore a quella letale, salvo uscire oggi (ieri, ndr) con le sue gambe dall'ospedale? Lo dico un'ultima volta. Credetemi: Scaramella is a mental case. Non va messo sotto inchiesta, non va buttato in un carcere: va consegnato alle cure di un efficiente staff medico che si prenda cura della sua psiche e, in silenzio e per il suo equilibrio, lo faccia dimenticare".

"Mitrokhin si descrisse come un solitario con una crescente opinione anti-sovietica... Potrebbe forse un simile personaggio sospetto (dal punto di vista del KGB) realmente essere stato libero di trascrivere migliaia di documenti, contrabbandarli fuori dalle sedi del KGB, nasconderli sotto il suo letto, trasferirli nella sua casa di campagna, nasconderli nei contenitori del latte, fare numerose visite alle ambasciate Britanniche all'estero, fuggire in Gran Bretagna per poi tornare in Russia e trasportare tutti quei voluminosi documenti nuovamente in occidente, tutto questo senza destare l'interesse del KGB?... certo, potrebbe averlo fatto. Ma come possiamo saperlo?", American Historical Review (106:2, Aprile 2001)

5 dicembre 2006

Dal Molin c'è chi dice no

(fonte: altrenotizie.org - di Lorenzo Zamponi)

Capita anche questo, nello strano mondo dell’informazione italiana. Capita che 10.000 persone riunite in un palasport a Palermo dall’Udc per una manifestazione «Integrazione e legalità nell'Europa cristiana» valgano pagina 5 di Repubblica, mentre 30.000 in piazza a Vicenza contro la nuova base militare americana siano relegate a pagina 24, dopo l’imprescindibile presa di posizione di Bertinotti sulla crisi dell’Alitalia e l’ennesimo filmato su Youtube del professore che picchia un alunno. Ci sarebbe voluto ben altro che un corteo riuscito, pacifico e determinato contro l’imposizione di una pesantissima servitù militare, per scompaginare i titoli già previsti da settimane su Berlusconi Day, Fini successore, Casini traditore. Ci sarebbero voluti scontri violenti, ad esempio, paventati nei giorni scorsi dall’amministrazione comunale di centrodestra e dai due principali quotidiani locali, Il Gazzettino e Il Giornale di Vicenza, entrambi schierati su posizioni conservatrici. [...] nel caso della nuova base che l’esercito Usa vorrebbe costruire presso il vecchio aeroporto Dal Molin di Vicenza si incrociano almeno due temi fondamentali per capire l’Italia di oggi. Il primo è quello delle servitù militari: gli insediamenti americani in Italia sono 113, secondo chi si è preso la briga di contarli, ma si tratta di cifre che significano poco, data la coltre di segretezza che li avvolge. Cosa contengono questi insediamenti? Chi li comanda? A quali disegni e strategie geopolitiche rispondono? A tutt’oggi non c’è alcuna certezza sugli scopi per cui lo Us Army ha chiesto al Comune il terreno dell’aeroporto Dal Molin. Dovrebbe ospitare i parà della 173a Brigata Aerotrasportata, ma i numeri dati dall’inchiesta di Roberto Di Caro su L’Espresso (1800 nuovi militari, oltre ai 6000 già ospitati dalla Caserma Ederle, con «55 tank M1 Abrams, 85 veicoli corazzati da combattimento, 14 mortai pesanti semoventi, 40 jeep “humvee” con sistemi elettronici da ricognizione, due nuclei di aerei spia telecomandati Predator, una sezione di intelligence con ogni diavoleria elettronica, due batterie di artiglieria con obici semoventi i micidiali lanciarazzi multipli a lungo raggio Mrl») sono stati contestati, e i vertici militari arrivano perfino a negare di voler utilizzare l’aeroporto come pista di decollo, tanto che in città qualcuno ipotizza ironicamente che i paracadutisti si debbano lanciare dal campanile della basilica. [...] Le servitù militari si pagano, sotto forma di vincoli urbanistici, di inquinamento, di militarizzazione della città, di rischi. Senza contare la determinazione di una parte consistente della cittadinanza a non collaborare con una struttura a tutti gli effetti funzionale alla strategia di impegno militare americano nell’Europa meridionale e in Medio Oriente. Proprio qui entra in gioco il secondo tema fondamentale: il rapporto tra popolazione, enti locali e governo nazionale nei processi decisionali per le «grandi opere». Non per niente alla manifestazione di sabato era presente una nutrita delegazione di militanti “No Tav” della Val di Susa. La partita è la stessa: chi prende le decisioni? In questi mesi si è assistito a un rimpallo di responsabilità tra Comune e governo a dir poco imbarazzante. Sembra chiaro che il ministro della difesa Arturo Parisi non sia pervaso dello stesso fervore atlantista del suo predecessore, che aveva promesso mari e monti agli americani, e soprattutto che non voglia imbarcarsi in una guerra fratricida con l’ala sinistra dell’Unione e la base del centrosinistra locale, che anche sabato si è dimostrata pronta a scendere in piazza con o senza l’assenso dei vertici locali e nazionali. Ma Parisi non vuole neanche prendersi la responsabilità di un esplicito rifiuto al potente alleato su basi ideologiche e ha quindi rimesso la decisione alla città. Per ora ciò che resta è una delle più grandi manifestazioni di piazza che Vicenza ricordi [*Qui la galleria fotografica e audio/video].

"La fine del ventesimo secolo ha visto scomparire il colonialismo, mentre si ricomponeva un nuovo impero coloniale. Nel territorio degli Stati Uniti non c'è nessuna base militare straniera, mentre ci sono basi militari statunitensi in tutto il mondo", José Saramago

1 dicembre 2006

Mai dire Brogli

(fonte: l'Unità - Marco Travaglio)

L’altra sera, a Porta a Porta, Gianfranco Fini festeggiava con l’insetto l’iscrizione di Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani nel registro degl’indagati della Procura di Roma per diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico. La qual cosa dimostrerebbe, ad avviso di Fini, che la videoinchiesta di Diario è una bufala. Elementare, Watson. A seguire fino in fondo il ragionamento di Fini, che ha portato in Parlamento dieci fra imputati e indagati, è come dire che An è un’associazione a delinquere. In realtà l’iniziativa della Procura di Roma, in linea con la migliore tradizione della casa, non implica nulla sul merito del dvd. Anche perché i pm han fatto sapere che non procederanno ad alcun riconteggio delle schede, nemmeno a campione, per verificare se la denuncia di Diario sia fondata o meno. Il che lascia prevedere che, alla fine, tutto si concluderà col peggiore degli esiti, il nulla di fatto: archiviati i due giornalisti, archiviati i presunti brogli e con gli eventuali autori. Pari e patta, come chiede a gran voce tutta la casta politica, da Bertinotti a Fini. In attesa del pareggio che fa contenti tutti (a parte, si capisce, i cittadini), lo strepitoso revival giudiziario degli anni 50, con i giornalisti indagati per un polveroso reato di opinione, lascia aperte due domande. La prima riguarda l’interpretazione piuttosto singolare che i pm romani danno dell’obbligatorietà dell’azione penale. Sotto la loro giurisdizione, sull’asse via del Plebiscito-Montecitorio (o, in alternativa) Palazzo Chigi, si agita un ometto di Stato che da undici anni non fa che parlare di brogli, cioè - nell’ipotesi dei sagaci pm capitolini - turba l’ordine pubblico con notizie false o esagerate o tendenziose. Con due differenze, rispetto a Deaglio e Cremagnani: lui i brogli li attribuisce alla sinistra; e non porta mai, a suffragio delle sue accuse, uno straccio di indizio. La prima volta fu quando perse le sue prime elezioni, le regionali del ’95, quelle delle bandierine di Emilio Fede: visto che gli exit-poll lo davano ben messo, mentre dalle urne uscì a pezzi, concluse che «la gente s’è sbagliata, erano giusti gli exit-poll» (26-4-95). Il 21 aprile ’96 fu raso al suolo da Prodi. E cominciò a ripetere che la sinistra gli aveva fregato un milione di voti. Nell’aprile 2001 inventò il broglio preventivo, annunciando che di lì a un mese la sinistra avrebbe imbrogliato sulle schede: «Già nel ’96 un milione e 171mila schede sono state distrutte. In Italia la sinistra ha una lunga tradizione di brogli» (14-4-2001). Alla vigilia delle ultime elezioni, l’ometto di Stato ricominciò a turbare l’ordine pubblico con notizie false e tendenziose, avvertendo i suoi seguaci che, «secondo mie informazioni, i professionisti della sinistra ci hanno sottratto circa un milione e 700mila voti» (ma non erano un milione e 100) e si accingeva a scippargliene almeno altrettanti il 9 e 10 aprile 2006. Perciò invitò alla vigilanza democratica e diede vita al «Motore Azzurro», affidato alle cure di un personaggio al di sopra di ogni sospetto: Dell’Utri. Perse le elezioni, cominciò a gridare ai «brogli della sinistra» prim’ancora di conoscere i risultati e rifiutò sempre, fino a oggi di riconoscere la sconfitta e la legittimità del governo Prodi. Ora, dovendo scegliere, chi è che turba di più l’ordine pubblico: due giornalisti che raccolgono indizi e fanno domande, o un ex premier con milioni di seguaci che li arringa con toni da guerra civile delegittimando tutte le istituzioni? Che c’è di più falso e tendenzioso di un presidente del Consiglio che, mentre deve assicurare la regolarità del voto, accusa l’opposizione di brogli che non possono essere avvenuti per la semplice ragione che non s’è ancora votato? Ma contro quest’ometto la Procura di Roma non ha proceduto ad alcuna iscrizione o interrogatorio, né si è mai sognata di chiedergli le prove di quanto va cianciando da undici anni. Strano, nevvero? La seconda domanda riguarda il mondo della cosiddetta informazione. Nei giorni scorsi abbiamo letto accorati appelli in difesa di un giornalista spione al soldo del Sismi e di vari giornalisti telecomandati da Moggi. Nulla di tutto questo, invece, per la tragicomica incriminazione di Deaglio e Cremagnani. Anzi, i noti garantisti Belpietro, Feltri, Ferrara e Vincino non hanno saputo trattenere un piccolo orgasmo. La prossima volta, prima di indagare sui brogli, converrà iscriversi al Sismi o alla Gea World. O più semplicemente alla P2, che si porta su tutto.

"La libertà è poter affermare che due più due fa quattro. Se ciò è garantito, tutto il resto segue", George Orwell

28 novembre 2006

La notte dell'imbroglio?/2

I dubbi che avevo espresso nel post del 23 novembre si sono rivelati fondati. Deaglio nel suo documentario "Uccidete la democrazia!" ha commesso un errore che potrebbe pagare a caro prezzo. Non si è limitato ad osservare che i dati delle schede bianche diffusi dal Viminale fossero "strani" o quantomeno in controtendenza, ma che ci fosse l'opportunità di manipolarli a livello informatico senza però spiegare che c'era la vecchia "carta" che "cantava" dalla cassazione. Ha convinto tutti che i dati fossero trasmessi dal viminale con validità ufficiale, facendo credere che non si procedesse alla conta del cartaceo. Ipotizzando quindi una situazione che non si è verificata, ne è conseguito che il nostro accusatore si è rapidamente trovato nella posizione dell'accusato. Tanto da essersi visto iscrivere nel registro degli indagati della procura di Roma, da parte dei pubblici ministeri Salvatore Vitello e Francesca Aloi, che lo avevano precedentemente interrogato. I pm della procura di Roma che lo avevano convocato oggi pomeriggio per chiedergli spiegazioni circa il contenuto del 'docufilm', hanno deciso di incriminare il giornalista sostenendo che la proclamazione degli eletti è basata esclusivamente sui dati pervenuti alle Corti di Appello e alla Cassazione e non su quelli che finiscono nei computer del Viminale. Aspetto facilmente verificabile su sito stesso del Ministero dell'Interno. Inoltre per l'accusa ha contato anche la pubblicazione del libro "Il Broglio", sulla cui copertina c'è scritto che le "elezioni non sono state regolari". Partendo in quarta nel gridare al broglio, senza invitare i fruitori del suo documento a verificare i dati del viminale con la conta ufficiale del cartaceo, ha commesso un errore imperdonabile. Era l'argomento su cui ho insistito nei giorni scorsi proprio perchè sapevo che la fragilità di quell'argomentazione avrebbe causato il crollo dell'intera ipotesi. A difesa di Deaglio comunque, riportandolo testualmente dal film, segnalo che nel docufilm egli afferma di essere venuto in possesso di documentii ufficiali: "siamo riusciti a trovare i dati ufficiali. Che sono impressionanti». Perché? «Innanzitutto perché siamo gli unici ad averli.A 8 mesi dalle elezioni non sono ancora stati rivelati nel dettaglio". Ma dubito che sarà facile per lui riguadagnare credibilità. Ora vedremo qualsiasi ipotesi di broglio screditata e i giornalisti, che non sono certamente noti per il loro "cuor di leone", invitati a sorvolare qualsiasi forma di giornalismo d'inchiesta, pena la criminalizzazione del loro lavoro. Oltre al danno, anche la beffa, un procedimento penale. La Giunta per le elezioni del Senato effettuerà comunque controlli approfonditi sulle schede elettorali, a partire dalle regioni dove la differenza tra le coalizioni è stata minima. La decisione è scaturita dalle richieste dei senatori di Forza Italia e delle altre forze della CdL nella riunione convocata per discutere il caso Deaglio. Per me è stato comunque interessantissimo osservare come davanti ad un'accusa di golpe, da cui ci si aspetterebbe alti richiami morali e risposte che attestassero la totale estraneità al fatto, c'è invece stata una reazione ben più modesta. Nessuno insomma è entrato nel merito morale, ideale dell'accusa, e tutti si sono affannati invece intorno alla possibilità tecnica di farlo.

"Nel paese della bugia, la verità è una malattia", Gianni Rodari

23 novembre 2006

La notte dell'imbroglio?

La ricorderemo, senza dubbio, come la notte in cui l’Italia intera visse uno psicodramma politico e sociale squassante e che fece emergere dubbi, ancora tutt’altro che sopiti, sulla solidità della nostra democrazia e delle nostre istituzioni. E la fotografia che è rimasta, indelebile, di quella notte lunghissima tra il 10 e l’11 aprile 2006 è senz’altro quella di un Berlusconi furibondo che varca le porte del Quirinale urlando ai brogli e all’inganno dei dati elettorali. Era successo, dunque, qualcosa di inquietante, che la Cdl sconfitta solo di una manciata di voti cavalcò subito sull’onda delle parole del proprio leader costringendo le Corti d’Appello a rifare i conti. Si ricorderà che il risultato finale sulle elezioni politiche 2006 fu proclamato solo con due giorni di ritardo rispetto alla chiusura dei seggi. Non era mai successo prima. A ricostruire quelle convulse ore in cui la democrazia italiana è un film, del settimanale Diario (già tristemente noto per il suo infausto e fallito tentativo di liquidare in men che non si dica il 9/11), "Uccidete la democrazia!", di Beppe Cremagnani ed Enrico Deraglio, con la regia di Ruben H. Oliva, che sfodera numeri a sostegno della tesi. Ma sono proprio le cifre e le motivazioni che Deaglio porta a sostegno della sua tesi a rendere il documentario alquanto controverso. A quanto pare dal film, il grande imbroglio informatico è sfumato in extremis, il programma che nel sistema di trasmissione dati del Viminale trasformava le schede bianche in voti per Forza Italia è stato fermato a ventiquattromila voti dal traguardo, l'esiguo vantaggio dell'Unione. Secondo Deaglio, quindi, la truffa sarebbe dovuta avvenire all'interno del Viminale, ma il conteggio delle schede è solo ed esclusivamente fatto nelle sezioni. Riporto un estratto dell'articolo 75 [ T.U. delle leggi elettorali; Titolo V ]:

Il presidente dichiara il risultato dello scrutinio e ne fa certificazione nel verbale, del quale fa compilare un estratto, contenente i risultati della votazione e dello scrutinio, che provvede a rimettere subito alla Prefettura, tramite il Comune. Il verbale è poi immediatamente chiuso in un plico, che dev’essere sigillato col bollo dell’Ufficio e firmato dal presidente, da almeno due scrutatori e dai rappresentanti delle liste presenti. L’adunanza è poi sciolta immediatamente. La Cancelleria del Tribunale provvede all’immediato inoltro alla Cancelleria della Corte d’appello o del Tribunale del capoluogo della circoscrizione dei plichi e dei documenti previsti dal comma precedente, nonché della cassetta, dell’urna, dei plichi e degli altri documenti di cui all’art. 73. L’altro esemplare del suddetto verbale è depositato, nella stessa giornata, nella Segreteria del Comune dove ha sede la sezione, ed ogni elettore della circoscrizione ha diritto di prenderne conoscenza.

Anche se i risultati fossero stati modificati durante la trasmissione, la copia di cui dispongono i sindaci (recapitata in Segreteria comunale e disponibile a tutti), sarebbe in contraddizione con i dati trasmessi in seguito dal Viminale. Lo scrutinio informatizzato era un esperimento accostato allo scrutinio manuale, che è quello che realmente ha contato per l'esito finale. Smontare il lavoro di Deaglio non significa negarne anche l'ipotesi, sia chiaro. Le anomalie ci sono, ma constatando che anche il meccanismo elettorale è cambiato (non era necessario esprimere la preferenza per un candidato), mi sembra che il problema richieda un'analisi più approfondita, ed è indispensabile tenere separati i fatti dalle opinioni. Le decine e decine di sondaggi sbagliati, lo scrutinio delle sezioni elettorali svolto in modo perfettamente spaccato in due e il ritardo nello scrutinio di così tante sezioni sono più che semplici sospetti, ma forse Deaglio ha formulato una teoria che liquida troppo sbrigativamente i fatti della notte a cavallo tra il 10 e l'11 aprile. Per chi fosse interessato ad approfondire, l'argomento è trattato ampiamente in *questa discussione del forum della Redazione Politica Tg3.

"All'avvocato bisogna contare le cose chiare; a lui poi tocca di imbrogliarle" Alessandro Manzoni

16 novembre 2006

La campagna di Russia

(fonte: rinascita.info - Andrea Angelini)

L’Eni ha firmato con il colosso russo Gazprom, l'azienda monopolista di Stato, un accordo della durata di 30 anni per la vendita diretta di gas sul mercato italiano, subentrando in parte come fornitore di quanto venduto attualmente dallo stesso Eni tramite la Snam. L’accordo sarà operativo già dal 2007 e permetterà ai russi di vendere sul mercato italiano quantitativi crescenti di gas fino ad un potenziale di circa 3 miliardi di metri cubi dal 2010. Senza scordare che esso contribuirà alla sicurezza delle forniture energetiche in vista dell'inverno ed eviterà che si ripetano i problemi sorti lo scorso anno per la querelle russo-ucraina. L'accordo che è stato siglato al termine di un lunghissimo negoziato, “si muove - ha spiegato Scaroni - su tre fronti strategici, tre distinti capitoli, ''e ognuno di questi si giustifica di per se stesso”. Il Primo capitolo è relativo ai contratti di fornitura del gas. “Ne abbiamo tre, per un totale di 25 milioni di metri cubi che scadevano nel 2017 e poi nel 2021-2022; sono stati tutti prorogati al 2035. Questo ci ha confermato il primo cliente mondiale di Gazprom”. In cambio, il colosso russo ha ottenuto il via libera all'ingresso nel mercato italiano. L'Eni offrirà ai russi una capacità di trasporto per 3 miliardi di metri cubi sul Gasdotto Tag e così Gazprom potrà vendere direttamente metano fino al 2035 nel nostro paese. Non è stata prevista, come paventavano molti ambienti italiani antirussi e antiputiniani, alcuna entrata di Gazprom in Snam Rete Gas. I russi potrebbero invece entrare con una quota di minoranza in Enipower, la società dell'Eni che produce energia elettrica, e costituisce un asset particolarmente interessante in quanto forte consumatore di gas. Per quanto riguarda il secondo aspetto, sul fronte dell'upstream (cioè le attività di ricerca, perforazione e messa in produzione dei pozzi), Gazprom ed Eni acquisiranno direttamente asset petroliferi in Russia che consentiranno al gruppo italiano di avere un'importante presenza come produttore di petrolio e gas in Russia. Da parte sua l’Eni porterà Gazprom fuori dalla Russia, in particolare in progetti congiunti da sviluppare in Africa. Ma, è qui viene l’aspetto interessante, ci potrebbe essere in prospettiva anche la partecipazione dell'Eni alla gara per gli asset che erano di proprietà della Yukos. La terza parte dell'intesa prevede invece progetti congiunti nell'Lng, il gas liquefatto, sia sul fronte dello sviluppo tecnologico che della rete del gas. Su tale fronte però non è stata prevista la realizzazione congiunta di rigassificatori ma di progetti di liquefazione del gas. Interessante il fatto che non si parli di rigassificatori, ma viceversa di una partecipazione italiana nella costruzione di impianti di liquefazione in Russia: a dimostrazione del fatto che non ce ne sono abbastanza da garantire rifornimenti di gas liquefatto. Grazie all'accordo raggiunto con l'Eni, la Gazprom segna un altra tappa nella sua strategia di penetrazione nel mercato europeo dopo gli accordi siglati in Germania, Francia, Austria, Ungheria e Bulgaria. Secondo alcuni osservatori però questa frenesia nasconde una grande debolezza che i russi dovranno fronteggiare nei prossimi anni: quella della carenza di materia prima. E se la Russia detiene il 16% delle riserve mondiali di gas naturale, l'assenza di un piano di investimenti in esplorazione e sfruttamento di nuovi giacimenti alimenta i dubbi sulla capacità di Gazprom di rispettare gli accordi di fornitura stipulati.

"La lotta generale per l'esistenza degli esseri viventi non è una lotta per l'energia, ma è una lotta per l'entropia", Ludwig Boltzmann

10 novembre 2006

Errori contabili

(fonte: lastampa.it)

Dalla contabilità della missione a Nassiriya, dove la Cri è presente con 70 uomini del corpo militare e 10 infermieri volontari impegnati come ausiliari delle forze armate, mancano 14 milioni di euro su un totale di 32,9 erogati dal ministero della Difesa. Secondo l’ex commissario Maurizio Scelli si tratta di ritardi contabili e respinge ogni sospetto che queste cifre, o almeno una parte, siano state usate per pagare i riscatti degli italiani rapiti in Iraq. Il deputato Verde Tana De Zulueta ieri con una interrogazione ha chiesto al governo di chiarire «con urgenza il mistero».

"Parlare di morte è come parlare di denaro. Noi non sappiamo né il prezzo né il valore", Charles Bukowski

4 novembre 2006

Ma chi è Abu Grahib?

(fonte: altrenotizie - 02/11/2006)

Una nota trasmissione televisiva ha intervistato a tradimento alcuni parlamentari aspettandoli fuori dalle camere per interrogarli sui fatti di cronaca. Il risultato è stato quanto di più desolante. A domanda risposero che il Darfur è uno stile di vita (confondendolo con il fast-food); che Abu Grahib era un tizio che è stato torturato (e che “l’effetto - Abu Grahib” è il sinonimo di “effetto - domino”); che Rabin era un rappresentante palestinese incarcerato e oppresso; che Hitler non scrisse il Mein Kampf perchè non aveva tempo. A completare il quadro una diffusa ignoranza sul significato di oscure sigle, su cosa significhi Consob, o su quella altrettanto misteriosa che identifica la Rizzoli-Corriere della Sera (RCS). Si può concedere che siano state mostrate solo le domande che hanno raccolto risposte da deficienti e che la figura, mitigata da una serie di risposte a segno, non sarebbe stata tanto terrificante nella realtà. Resta però sospeso il sospetto che chi è in grado di articolare bestialità del genere possa avere oggettive difficoltà nell’adempiere pienamente il mandato parlamentare. Nessuno pretende dagli eletti in Parlamento una preparazione sopraffina o particolari doti da tuttologo, ma chiunque presti pensiero a questi dettagli si augura che esista un limite verso il basso da non valicare. Lasciamo per un momento da parte l’etica e le sue scomode domande, non chiediamoci perché alcuni politici abbiano deciso di gettare la propria ignoranza oltre il video - invece di svicolare felpati come la maggior parte dei colleghi - e proviamo ad immaginare l’operatività di assemblee composte da personale politico del genere. Prima di tutto è evidente che gran parte dei dibattiti alle Camere ad alcuni entra da un orecchio ed esce dall’altro senza lasciare traccia o curiosità. Lo dimostra in particolare la scarsa conoscenza dell’esistenza della Consob, un tipo di istituzione ormai integrato nell’assetto costituzionale delle moderne democrazie occidentali, non solo l’organo di controllo della borsa italiana. La Consob viene nominata in moltissime sedute parlamentari, ma evidentemente c’è gente che vota le leggi destinate a regolare la nostra economia senza neppure sapere che esista; gente che nemmeno ha mai avuto la tentazione di scoprire cosa sia questa Consob. Allo stesso modo, quando nelle sedute solenni in nome e in onore dei morti di fame, di malattie e di stenti per l’egoismo mercantile del primo mondo, quando si firmano con le stilografiche più preziose impegni altisonanti favore dei paesi che deprediamo, la gran parte dei presenti non sa nemmeno di che paesi si parli né quali siano i problemi. Che speranza si può nutrire sul fatto che un parlamentare italiano possa curare gli interessi di gente che non conosce e che non voterà mai in Italia, perché mai il deputato si dovrebbe allarmare a sentir discutere di fame e stragi nel Fast-food? E perché mai un deputato si dovrebbe allarmare se il signor Abu Grahib è stato un po’ torturato e un po’ oppresso non si sa dove e nemmeno da chi? Perché quelli che insultano i “pacifinti” dovrebbero ricordare le torture americane e altri massacri ed orrori? Quali fantasiose associazioni di idee illumineranno parole come: Falluja, Najaf, Gaza, Kandahar, nelle menti dei nostri deputati? Il dramma si raggiunge nella gestione della politica estera, che per anni è stata maneggiata maldestramente a vista, cercando di seguire la parte assegnata dall’amico americano, ma che da anni non viene discussa o analizzata in pubblico. In questo quadro va dato atto al corpo diplomatico italiano di aver retto l’urto devastante del berlusconismo, evitando che il nostro paese diventasse un paria internazionale, mentre allo stesso tempo subiva l’urto della riforma che avrebbe dovuto trasformare le ambasciate e gli istituti di cultura in show-room per il Made in Italy. La parallela sparizione della cronaca dall’estero dall’orizzonte dei media, ha incentivato il disinteresse in capo al personale politico italiano per gli avvenimenti del mondo. La guerra non è stata una “issue” alle ultime elezioni; così come non lo è stato alcun tema di politica estera o “globale”. Lo stagno della politica italiana non ha colto neppure l’emergere dell’allarme ecologico, che in altri paesi ha già spinto anche alcune formazioni conservatrici ad abbracciare politiche “verdi”, in altri tempi considerate da bolscevichi. In pochi anni siamo diventati uno dei paesi che spende di più per i militari e meno per gli aiuti umanitari, invertendo una politica ultradecennale senza che la cosa suscitasse la minima discussione. Ora che cominciano ad emergere storie penose come quella dell’elemosina al Darfur recapitata dall’attivissima Contini (incapace di costruire l’ospedale promesso, come la scuola); ora che si scopre che la Protezione Civile ha speso solo 6 milioni di euro per soccorrere le (centinaia di migliaia di) vittime dello tsunami e 15 milioni per sovrintendere ai funerali di Woytila (a titolo di esempio 15 milioni di euro è la cifra chiesta dall’ONU l’anno scorso per salvare 3 milioni di nigerini dalla carestia e non fu raccolta lasciando gli abitanti negletti del Niger alla loro sorte), sarebbe forse il caso di aprire un tavolo che ridisegni l’impegno internazionale del nostro paese, non senza la premessa della doverosa istituzione di un servizio di alfabetizzazione geopolitica in favore dei poveri deputati, in modo che non si trovino mai più a dover votare gli aiuti ai morti di fame credendo invece di finanziare i fast-food.

"Niente è più terribile di un'ignoranza attiva", Goethe

2 novembre 2006

Cento morti e non sentirli

(fonte: unita.it - Marco Travaglio)

Nel 2005 la camorra ha fatto secche 90 persone. Nel 2006 solo 76, ma ha ancora due mesi di tempo per eguagliare il record. La risposta dello Stato, però, è stata all’altezza della situazione. In attesa di inviare mille poliziotti in più, che andranno ad aggiungersi ai 13.500 già schierati sul campo, il Parlamento ha già provveduto, con l’indulto, a inviare sul posto altri delinquenti in più, casomai non bastassero quelli già a piede libero. Ora, se misurassimo, anche a spanne, le parole dedicate dalla classe politica, e dunque da giornali e tv al seguito, all’analisi della criminalità organizzata e dei rimedi per combatterla, e lo confrontassimo con quelle usate sul fronte del fondamentalismo islamico, il rapporto sarebbe di uno a dieci, forse di uno a mille. Eppure, a oggi, i morti per terrorismo islamico sul territorio italiano sono zero. Mentre i morti per camorra, mafia, ‘ndrangheta e Sacra Corona sono centinaia ogni anno. Le ultime stragi, in Italia, le ha fatte un’organizzazione terroristica denominata Cosa Nostra nel 1992-’93, fra Palermo, Milano, Firenze e Roma. Gli esecutori materiali sono dentro, mentre i mandanti «esterni» restano, secondo le stesse sentenze che condannano gli esecutori, «a volto coperto». Cioè fuori. La Seconda Repubblica - come ha ricordato l’altroieri il pm Ingroia presentando a Palermo «Il gioco grande» di Giuseppe Lobianco e Sandra Rizza (Ed. Riuniti) «è nata sul sangue dei magistrati, degli uomini di scorta e dei cittadini assassinati in quella mattanza, ma i mandanti non interessano a nessuno». In compenso, con uno sforzo di altruismo davvero encomiabile, siamo molto interessati ai mandanti delle stragi in casa d’altri, tant’è che da quattro anni collaboriamo a radere al suolo l’Afghanistan e l’Iraq, senza peraltro cavarne un ragno dal buco, mentre dei morti di casa nostra, anzi di Cosa Nostra, allegramente c’infischiamo. Uno straniero che, per masochismo, leggesse l’opera omnia dei nostri migliori intellettuali, da Panebianco a Ferrara, verrebbe colto da un lievissimo senso di spaesamento: possibile che queste teste d’uovo non parlino d’altro che di Islam radicale, avendo sull’uscio di casa pericoli ben più concreti e incombenti che parlano e sparano in italiano? Per tutta l’estate ha spopolato un editoriale di Panebianco, a metà strada tra Kafka e Ionesco, che domandava se non sia il caso di autorizzare una «zona grigia» di illegalità per consentire ai nostri servizi di torturare almeno un po’ i terroristi islamici (che fortunatamente, finora, In Italia non hanno sparato neppure un petardo a Capodanno). Ora ferve il dibattito su quell’autentica emergenza nazionale che sono le donne col velo islamico, per non parlare delle due o tre avvistate in Val Brembana addirittura col burka. I passamontagna e i giubbotti con kalashnikov incorporato a Napoli e Reggio Calabria allarmano molto meno. Giuliano Ferrara, sempre molto intelligente ma soprattutto molto intelligence, dedica colate di piombo (di tipografia) alle gravi minacce incombenti sui vignettisti danesi che prendono per i fondelli Maometto, per poi scoprire che in Italia c’è uno scrittore, Roberto Saviano, che finisce sotto scorta per essersi occupato di mafia, cioè di un tema che da parecchi anni è uscito dall’agenda dei molto intelligenti (salvo, si capisce, quando si tratta di attaccare i magistrati antimafia, spontaneamente o su commissione del Sismi). Ancora l’altro giorno s’invocavano pene esemplari contro l’imam di Segrate, reo di aver dato dell’ ignorante alla signora Santanchè che si era dimostrata ignorante in fatto di Corano. E Magdi Allam, sul Corriere, ammoniva severamente chi consente ad Al Jazeera di celebrare l’anniversario della sua fondazione. Ora, per carità, non saremo noi a sottovalutare il pericolo della propaganda televisiva contro chi combatte, o dice di combattere, il terrorismo islamico. Ma della propaganda televisiva contro chi combatte le mafie ne vogliamo parlare? Ieri, sul Foglio, Lino Jannuzzi rivendicava con orgoglio i suoi rapporti con i servizi deviati, con Gelli, Liggio, Michele Greco detto «il Papa», Ciancimino e altri galantuomini, sostenendo che avere «molti amici criminali» è normale, «perché sono un giornalista». Fortuna che nessuno di quegli amici si chiama Mohammed. Altrimenti, invece di pubblicargli il pezzo, Ferrara lo faceva arrestare su due piedi.

"La mafia diventerà più crudele e disumana. Dalla Sicilia risalirà l'intera Penisola per forse portarsi anche al di là delle Alpi", Don Luigi Sturzo

26 ottobre 2006

Non fa una bella figura l'Italia in tribunale...

(fonte: lavoce.info)

Si è celebrata ieri la Giornata europea della giustizia civile e l’Italia ancora una volta si è presentata a testa bassa. All’inizio di ottobre il Consiglio d’Europa ha denunciato deficienze strutturali del sistema giudiziario italiano tali da minacciare lo Stato di diritto. Non è una novità, ormai da diversi anni l’Italia si posiziona nella visione di tutte le istituzioni internazionali nelle ultime posizioni per performance del settore giustizia. Non è solo la preservazione dello Stato di diritto a preoccupare: una giustizia civile troppo lenta ha un impatto negativo e rilevante sul grado di competitività del sistema economico. L’inefficienza della giustizia civile italiana risiede in alcune carenze dal lato dell’offerta, ma anche in molte storture che interessano il lato della domanda. L’ultimo rapporto Cepej, di cui consiglio la lettura, pubblicato all’inizio di ottobre, mostra nuovamente che le risorse pubbliche impegnate nel settore giustizia in Italia non sono scarse, ma sono in linea con la media di altri paesi dell’Europa a 15, che hanno però tempi dei processi di molto inferiori. Non è quindi in una carenza di spesa la radice dell’inefficienza della nostra macchina giudiziaria. Questa affermazione appare in contrasto con l’esperienza comune: si porta spesso all’attenzione pubblica il fatto che i tribunali non hanno risorse, al punto da rendere critico anche lo svolgimento delle attività quotidiane. Le denunce di disagio non sono, tuttavia, in contrasto con l’evidenza di una destinazione di risorse non esigua al settore. Emerge dai dati che è la composizione della spesa a risultare differente da quella degli altri paesi: la componente incomprimibile per l’Italia è molto alta. Il 77 per cento del budget dei tribunali è assorbito dalle retribuzioni dei magistrati e del resto del personale. Per l’Austria questo rapporto è del 55 per cento, per la Francia del 54 per cento, per Germania e Svezia del 60 per cento.
"Il sentimento di giustizia è così universalmente connaturato all'umanità da sembrare indipendente da ogni legge, partito o religione", Voltaire

24 ottobre 2006

La libertà di stampa in Italia, anno 2006


É stato pubblicato il quinto rapporto mondiale sulla libertà di stampa [*1], edito da Reporters Sans Frontieres. L'Italia si è piazzata 40ª, salendo di due posizioni rispetto al 2005. Ma la vera notizia è che l'Italia è superata in classifica da alcuni Paesi del sud del mondo, come Mali e Ghana. Reporters sans frontières constata, comunque, che Berlusconi ha ancora una grande influenza nel mondo dell'informazione con il suo controllo sulla RAI e con il possesso immutato delle sue tre reti Private. Ecco la testuale valutazione di RSF sulla situazione italiana [*2]:

"L’indépendance des médias italiens souffre toujours d’une situation unique en Europe : le chef du gouvernement possède les trois principales chaînes privées du groupe audiovisuel Mediaset et contrôle indirectement les trois chaînes publiques de la RAI".