19 luglio 2007
Il nonnismo come strumento democratico
"Lo scalone? Io non lo volevo me lo imposero Bossi e Tremonti". Lo afferma in un'intervista a La Repubblica l'ex ministro del Lavoro, Roberto Maroni. "Resto orgoglioso di quella legge, ma nel testo originario lo scalone non c'era".
Alla domanda se voterebbe una soluzione con scalini e quote per superare lo scalone, Maroni risponde: "no, non mi e' mai piaciuta una soluzione di questo tipo, continuo a difendere quella legge. Ma francamente c'e' da restare stupefatti di fronte alla discussione che si e' sviluppata nell'ultimo anno nel centrosinistra, perche' un conto e' dire che lo scalone e' iniquo e va abolito; un altro e' dire che lo si deve sostituire, in maniera pasticciata, con alcuni scalini per poi scoprire il trucco e cioe' che, aprendo un buco nei conti previdenziali, si arrivera' in ogni caso a 60 se non a 62 anni. Ma chi glielo ha fatto fare? Visto che lo scalone riguarda non piu' di 130.000 persone, si poteva immaginare forme di compensazione del tipo: restare piu' al lavoro ma aumentera' la redditivita' della vostra pensione. Noi gli avevamo anche risolto il problema dell'innalzamento dell'eta'". [...]
23 maggio 2007
L'ecomafia
Nuovi roghi di rifiuti in Campania. Nella notte quasi 130 cumuli di spazzatura sono stati dati alle fiamme tra Napoli e i comuni dell'hinterland, riferiscono i vigili del fuoco, che dalle 8 di stamattina sono stati chiamati per altri 20 interventi. I roghi della nottata hanno riguardato il Quartiere Ponticelli di Napoli e i comuni di Casoria, Melito, San Giorgio a Cremano e Torre Annunziata. Ieri il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rivolto un "estremo energico appello" alle istituzioni nazionali e locali perché si impegnino per risolvere l'emergenza rifiuti in Campania.[...] Il commissario straordinario Guido Bertolaso, ieri a Napoli per fare un punto sulla situazione, ha detto che a suo avviso, se tutti faranno la loro parte, la fase "più acuta" dell'emergenza potrebbe essere risolta entro fine giugno.
L'ecomafia dei rifiuti in Italia
Le attività illecite legate allo smaltimento dei rifiuti hanno avuto, negli ultimi anni, un allarmante sviluppo. E’ il nuovo volto dell’ecomafia che ai profitti derivati dall’abusivismo edilizio ha affiancato quelli determinati dal traffico illegale di rifiuti. Secondo Legambiente, che nel gennaio dello scorso anno ha presentato il rapporto "Le nuove frontiere dell’Ecomafia", l’intero business supera i 21 mila miliardi di lire all’anno. [...] Ecco le modalità tipiche delle organizzazioni mafiose: i camion carichi di rifiuti giungono, nelle ore notturne, in corrispondenza di buche che, dopo essere state riempite, vengono immediatamente coperte. I fanghi di depurazione e i rifiuti industriali liquidi, formalmente destinati a inesistenti impianti di depurazione e riciclaggio, sono più spesso sversati direttamente nel territorio. [...]
Ogni anno in Italia, su un volume complessivo di 108mila tonnellate di rifiuti, 35mila vengono smaltite attraverso modalità non corrette o del tutto illecite dalle organizzazioni criminali, come Cosa Nostra in Sicilia, la 'Ndrangheta in Calabria, la Sacra Corona Unita in Puglia o la Camorra napoletana, incaricate della raccolta, lo stoccaggio e il riciclaggio.In base al "Documento sui traffici illeciti e le ecomafie", approvato dalla Commissione parlamentare nell’ottobre del 2000, e ad alcune inchieste in corso presso le Procure di Asti e Roma, emergono alcuni particolari inquietanti: la maggior parte dei rifiuti tossici provenienti dall’Italia finirebbe in Somalia. [...]
Ma restando in Italia, è in Campania il «triangolo della monnezza», tra Qualiano, Giugliano e Villaricca: qui, a 25 chilometri da Napoli, comincia l' area che nel piano regolatore della camorra è stata assegnata alla sepoltura illecita dei rifiuti. E' una zona ampia, divisa tra i clan che controllano il Napoletano e il gruppo dei Casalesi. Qui la ricchezza ha cambiato fonte. Una volta il fatturato veniva dagli ortaggi, dalle primizie, dalla falanghina, dal turismo. Oggi viene dalla diossina, dai metalli pesanti, dai fenoli, dai pcb. Secondo il Rapporto Ecomafia 2003 della Legambiente, la gestione dei rifiuti pericolosi in Italia frutta 2 miliardi e mezzo di euro all' anno. [...] Del resto i rifiuti costituiscono solo un segmento del ciclo di lavorazione della malavita organizzata. Qui la camorra prima ha guadagnato scavando illegalmente le cave. Poi riempiendo i buchi con i rifiuti pericolosi. Infine costruendoci sopra le case. [...]
Un po’ di storia recente fa capire esattamente cosa c’è in gioco dietro questa emergenza. La camorra ha sempre fatto la parte del leone nel settore rifiuti, con lo smaltimento illegale e con la compiacenza di tutte le autorità. Di fronte allo scoppio dell’emergenza del 1994, il governo pensò bene di creare dei commissari speciali preposti alla gestione del problema. [...] Così si effettua la gara di appalto, alquanto singolare: il commissario speciale non propone nessuna zona dove costruire gli impianti, ma lascia la scelta alle aziende che vinceranno la gara, col solo obbligo di costruirlo in zona ASI (area sviluppo industriale, cioè la zona a cavallo fra le province di Napoli e Caserta in questo caso) e senza alcun controllo di alcuna istituzione. [...]
Bassolino vince le elezioni regionali con un programma nel quale si diceva chiaramente di revocare il commissariamento straordinario e l’opposizione a qualsiasi inceneritore. Ma, dopo le elezioni, prevale la scelta della continuità amministrativa: Antonio Bassolino è il nuovo commissario ai rifiuti e procede con il progetto degli inceneritori. Cominciano le proteste ad Acerra "Le indagini hanno evidenziato come l' emergenza rifiuti avrebbe spinto talune amministrazioni ad affidare i servizi di smaltimento dei rifiuti "senza regolari gare". Da tale situazione hanno tratto beneficio personaggi vicini ad organizzazioni criminali di tipo camorristico". [...] «Ormai siamo alla camorra diffusa. Per togliere i rifiuti dalle strade, dove sono sotto gli occhi di tutti, e magari buttarli in un prato sopra una falda idrica ma lontano da sguardi indiscreti, si usano i camioncini della camorra».
"Adesso tutti al lavoro per recuperare queste giornate di incertezza. Bisogna andare avanti per applicare il decreto varato dal Governo in tutte le sue parti, con la fattiva e leale collaborazione tra il Commissariato, il Ministero dell'Ambiente e tutte le istituzioni locali", Antonio Bassolino - 21/5/2007
2 aprile 2007
L'Italia che invecchia
1 febbraio 2007
Il controllo della piazza
Se però si è riscontrata un'impreparazione dal punto di vista logistico, gli addestramenti delle Forze dell'Ordine all'azione sono state pianificate con la massima attenzione. Le cinque compagnie dell'Arma, schierate per l'occasione, erano comandate da altrettanti ufficiali dei parà del Tuscania, provenienti da spedizioni all'estero: Somalia-Kosovo-Libano. Insomma ufficiali più propensi all'azione che alla contrattazione o al presidio. Inoltre, il personale che era destinato a mantenere l'ordine, era stato plasmato per tempo vicino a Roma, a Ponte Galeria, sotto la guida di un corpo docente piuttosto inconsueto, istruttori statunitensi compresi. Spiccano fra questi Vincenzo Canterini e il suo predecessore Valerio Donnini, autori di diversi manuali finalizzati ad insegnare l'avanzata a passo cadenzato (ritmando con colpi di manganello sullo scudo) e altre dubbie tattiche di dissuasione incentrate sullo scontro fisico. Tutto ciò con il benestare politico dell'allora ministro degli Interni, Claudio Scajola. Allo stesso modo il Ministro della Giustizia di allora, Castelli, ha potuto assistere alla scellerata gestione del carcere di Bolzaneto, con tanto di tacito assenso ai trattamenti di favore che sono stati riservati a giornalisti come Mark Cowel, John Elliott e Lorenzo Guadagnucci (tutti documentati anche dalle dichiarazioni di diversi infermieri fra cui Marco Poggi).
Come per Antonio Bugio, il poliziotto che ha ammesso di aver falsificato le due molotov portate sul banco degli imputati contro i manifestanti della Diaz, costretto a lasciare la polizia, Placanica rischia di essere il secondo potenziale Giuda che potrebbe rivelarsi nocivo per l'omertà interna che ha caratterizzato l'intera gestione della manifestazione. É meglio quindi chiudergli la bocca, subito.
21 gennaio 2007
Oboli culturali
É notizia di ieri che la Corte di Cassazione ha stabilito che scaricare da internet file e programmi protetti dal copyright - i diritti d'autore - o metterli a disposizione di altri utenti non e' un reato, se l'attivita' non ha scopi di lucro. La sentenza si riferisce però a fatti avvenuti nel 2000, quindi nulla toglie al Decreto Urbani del 22 maggio 2004, che prevede sanzioni penali per chi usufruisce di prodotti scaricati da programmi P2P, perchè danneggia l'industria musicale e cinematografica. Ma vediamo un po' quali sono le voci alla casella "introiti" per queste lobby.19 gennaio 2007
Svanite nel nulla
"Sono sparite, forse distrutte, le due bottiglie molotov che costituiscono una prova determinante nel processo contro gli alti dirigenti di polizia coinvolti nella sanguinosa notte dei manganelli alla scuola Diaz, durante il G8, nel luglio 2001. Sono le armi con le quali si sarebbe tentato di giustificare l’irruzione nei locali trasformati in dormitorio per i manifestanti e l’arresto di 93 persone (93 racconti di pestaggi a freddo), riconosciute poi da un funzionario di polizia come le molotov sequestrate ore prima durante i disordini in altra parte della città."
[Pag.128 del libro "*Sragione di stato" di Camillo Arcuri]
4 gennaio 2007
L’anno del maiale
(fonte: unità.it - Marco Travaglio)17 dicembre 2006
Urge vocabolario!
(Estratto da "La scomparsa dei fatti" di Marco Travaglio, Il Saggiatore, pagg. 320, 2006)Se le notizie fanno paura, le parole che le raccontano ne fanno ancor di più. In fondo è la parola che si conficca nella memoria e aiuta a ricordare questo o quel fatto, richiamandolo come il sibilo agli ultrasuoni che fa scattare il cane. Così – l’abbiamo visto per la guerra e per la pace – le parole diventano più importanti dei fatti. Perché, giocando con le parole, si possono manipolare i fatti e, alla fine della catena, tutta la memoria collettiva.Non siamo più d’accordo nemmeno sul dizionario della lingua italiana. Anzi, svuotiamo o ribaltiamo il significato delle parole per nascondere meglio i fatti, o semplicemente per pigrizia, perché tutti fanno così e pare brutto disturbare i manovratori. Chiamiamo pace la guerra e guerra la pace. Chiamiamo dopoguerra una situazione in cui si spara e si muore più che in guerra. Chiamiamo terroristi i guerriglieri iracheni o afghani che combattono armi in pugno contro le truppe che hanno occupato il loro paese, solo perché le truppe sono anche nostre, o comunque «amiche », senza riuscire nemmeno a distinguerli dai veri terroristi, che mirano a obiettivi civili (come peraltro fanno i nostri alleati a Falluja con le bombe al fosforo). Se invece ci occupiamo del Darfour, allora nessun dubbio sul fatto che siano tutti guerriglieri e partigiani, anche se ricorrono a metodi che in Iraq e in Afghanistan, dove ci siamo noi, chiamiamo frettolosamente terroristici.
[…]Come possiamo vivere insieme e sentirci comunità se non abbiamo più nemmeno un linguaggio comune? Da anni, ormai, chiamiamo «esule» il latitante Craxi. Chiamiamo «assolti» (cioè innocenti) i prescritti (cioè i colpevoli che la fanno franca). Chiamiamo «presunte tangenti» anche quelle consacrate da sentenze definitive di condanna. E «processi politici» i processi ai politici accusati di delitti comuni come la corruzione e la concussione. E «giustizialisti» (come i seguaci di Juan Domingo Perón) coloro che chiedono semplicemente giustizia, certezza della pena e una legge uguale per tutti, cioè i veri garantisti (cose che capitano in un paese che confonde Cesare Beccaria con Cesare: Previti). Chi difende l’indipendenza della magistratura dal potere politico, invece, è chiamato «giacobino», anche se i giacobini teorizzavano la sudditanza della magistratura al potere politico, mentre chi chiedeva magistrati indipendenti erano semmai i girondini. Chiamiamo «riformisti» strani personaggi che non hanno mai fatto né proposto uno straccio di riforma, ma in compenso predicano eternamente il dialogo, anzi l’inciucio con Berlusconi, e non si capisce che c’entri tutto questo col riformismo. Invece Rosi Bindi, autrice di una delle pochissime riforme degne di questo nome degli ultimi dieci anni, quella della sanità, passa per un’antiriformista «estremista» e «radicale». E così altri due riformisti ultramoderati, ma?, come Nanni Moretti e Giorgio Cofferati. In compenso Berlusconi e Bossi, cioè gli estremisti più autoritari ed eversivi mai visti in una democrazia, rappresentano il polo «moderato» e «liberale». Chiamiamo «demonizzatori» o «apocalittici» quanti hanno descritto e denunciato, insieme a tutto il mondo libero, il conflitto d’interessi illiberale del Cavaliere, il suo abuso delle televisioni, le sue censure di regime e le sue leggi d’impunità su misura: la semplice descrizione quotidiana delle mostruosità del quinquennio 2001-2006 è divenuta «antiberlusconismo», allarmando chi pensa che l’informazione e la satira debbano «moderare i toni» e l’opposizione non debba opporsi troppo. Si sono persino inventate categorie sconosciute in qualunque altro paese, con luoghi comuni e frasi fatte utili a squalificare in partenza chiunque chiami le cose con il loro nome: chi chiedeva l’intervento del Quirinale, supremo garante della Costituzione, contro le continue violazioni costituzionali, veniva accusato di «tirare per la giacchetta il capo dello Stato». E chi, da posizioni liberali, o cattoliche, o azioniste, o socialdemocratiche restava coerente con se stesso e teneva la schiena dritta senz’accettare i continui fatti compiuti, veniva ipso facto annesso alla «sinistra radicale» dell’«estremismo» e del «massimalismo». Ora, poi, chiamiamo «girotondi» le manifestazioni organizzate dai partiti del centrodestra contro il governo Prodi e a favore di sua maestà Berlusconi, mentre i girotondi erano movimenti spontanei e autorganizzati della società civile, al di fuori dei partiti, contro un governo che sgovernava e un’opposizione che non si opponeva. Chiamiamo «genitori adottivi» i coniugi di Cogoleto che hanno rapito e subornato Maria, la bambina bielorussa loro affidata «affido», ma un semplice «percorso di accoglienza» temporaneo). Chiamiamo «nonne» le madri della coppia che, con la complicità di alcuni preti, hanno tenuto la piccola segregata per tre settimane in un convento della Val d’Aosta in barba a tutte le leggi italiane e internazionali. E chiamiamo «atto d’amore» quello che giustamente Massimo Fini, sul Giorno, ha chiamato «una cinica e brutta partita giocata sulla pelle di una bambina da una coppia sterile che ha introiettato il credo che avere un figlio sia un “diritto” e uno status symbol irrinunciabile». Il tutto per nobilitare o giustificare un vero e proprio sequestro di minorenne con plagio, che lascerà tracce indelebili sulla psiche della bimba, addirittura indotta a esibirsi in un video alla al-Zarqawi in cui chiedeva di «tornare da mamma e papà» (che non sono i suoi, non sono tali), dava in escandescenze e minacciava un suicidio che qualcuno le aveva sciaguratamente suggerito per forzare la mano alle autorità e ottenere un’adozione non dovuta e nemmeno prevista. Ma come possiamo raccontare i fatti, se non siamo più d’accordo sulle parole?
"Le parole sono la più potente droga usata dall'uomo", Rudyard Kipling14 dicembre 2006
Il paese degli ossimori
Riporto l'estratto di un'interessante analisi di Ilvo Diamanti a fronte di un sondaggio di Demos sul rapporto tra i cittadini e lo Stato.7 dicembre 2006
"Scaramella is a mental case"
Riporto alcuni estratti dell'*intervista di Carlo Bonini e Giuseppe D'Avanzo a Oleg Gordievskij, ex infiltrato dell'Mi6 nel KGB.Signor Gordievskij, vorremmo farle alcune domande su Mario Scaramella.
"Possiamo anche chiudere subito la conversazione, visto che immagino le domande. Mario Scaramella è un lurido bugiardo. Quel che ha riferito delle nostre conversazioni e del nostro rapporto è falso dalla prima all'ultima parola. Non ho mai detto che Prodi è stato un agente del Kgb, né ho mai sostenuto che sia stato "coltivato" dall'intelligence sovietica. Fatevelo dire, soltanto in Italia può essere dato credito a un caso psichiatrico come Scaramella. Devo dire altro?".
[...]Che cosa voleva allora Scaramella?
"Voleva la testa di Prodi. Ma non fui io a dargliela. Fu Aleksandr Litvinenko. Ricordo ancora perfettamente cosa accadde".
[...]Scaramella sostiene che l'espressione "Prodi è un nostro uomo" sia sua. Di più: Scaramella sostiene che lei si sia spinto ad indicare il dipartimento del Kgb (il V, quello responsabile per le "misure attive") che avrebbe "coltivato" l'attuale premier italiano.
"E' un'immonda bugia. Quella frase, come stavo dicendo, fu pronunciata da Aleksandr Litvinenko. Io rimasi in silenzio e lo fissai a lungo. Evitai di dire in sua presenza quello che pensavo e che dissi e continuai a ripetere sia a Scaramella che a Guzzanti. Io non solo non avevo alcuna informazione su un qualsivoglia rapporto, di qualsivoglia genere, tra Prodi e il Kgb. Ma ero anche convinto che Aleksandr stesse mentendo due volte. Perché non solo riferiva una circostanza non vera, ma per giunta la attribuiva a una fonte, Trofimov, che non avrebbe potuto smentirla perché era stato ucciso. Insomma, ero convinto ieri e lo sono ancora di più oggi che Aleksandr, per ragioni legate alle continue difficoltà economiche, avesse alla fine deciso di dire a Scaramella quel che Scaramella voleva sentirsi dire. Forse perché da questo immaginava di trarre qualche vantaggio in futuro. Del resto, Aleksandr screditò Prodi non solo con Scaramella, ma anche con alcuni deputati europei inglesi che avevano lo stesso interesse. Questa è una cosa che so per certa, perché quei deputati europei inglesi mi avvicinarono per tentare, inutilmente, di farmi confermare le confidenze di Litvinenko".
[...] Signor Gordievskij, come è possibile che, con il pessimo giudizio che lei aveva di Scaramella, i vostri rapporti non si siano interrotti subito?
"Io provai quasi subito a troncare, non appena mi fu assolutamente chiaro che prima mi liberavo di questo buffone e meglio sarebbe stato. Lo feci una prima volta rivolgendomi a Guzzanti. Gli mandai una mail dandogli conto delle insopportabili pressioni cui mi sottoponeva il suo consulente. Ricordo perfettamente che gli scrissi: "Scaramella is a mental case", Scaramella è un caso psichiatrico". E Guzzanti che cosa le rispose? "Rispose, con quel suo modo bonario, che non dovevo preoccuparmi. Che stavo esagerando, che Scaramella era semplicemente una persona un po' sopra le righe, ma che questo non doveva preoccuparmi".
Così continuaste a vedervi.
"Cercai di evitarlo. E quando capii che Guzzanti non me lo avrebbe tolto dai piedi e le pressioni su Prodi si fecero ancor più intollerabili, decisi di rivolgermi formalmente al controspionaggio inglese, l'Mi6. Raccontai cosa stava accadendo. Spiegai chi era questo buffone di Scaramella e che cosa pretendeva di farmi dire. L'Mi6 diede immediatamente corso alla mia denuncia, informandone il Foreign Office e il Sismi, cui venne chiesto che le attività di disturbo di Scaramella cessassero immediatamente. Ancora una volta, da persona abituata ad avere a che fare con persone serie, immaginavo di averci messo un punto a questa storia. Mi sbagliavo. Non molto tempo dopo i miei colloqui con l'Mi6, incontrai il mio amico Vladimir Bukovskij. Come sapete anche lui ha rapporti con Guzzanti per la "Mitrokhin" ed è stato contattato nel tempo da Scaramella. Bene, sapete che cosa mi viene a dire Vladimir? 'Ho saputo da Guzzanti e Scaramella che ti sei lamentato con l'Mi6. I due sono molto preoccupati che tu trasformi questa storia in un caso diplomatico'. Andai su tutte le furie. I miei colloqui con l'Mi6 erano avvenuti nella più assoluta discrezione. Guzzanti e Scaramella non solo non avrebbero dovuto esserne a conoscenza, ma, soprattutto, non avrebbero mai dovuto parlarne. Vladimir Bukovskij provò a tranquillizzarmi, ma non ci riuscì. Abbiamo caratteri diversi. Lui ha un temperamento molto tollerante, al contrario del sottoscritto. E non ha mai reagito".
Lei sa che cosa sta succedendo in Italia?
"Eccome se non lo so. So che è sotto inchiesta e so che rilascia tre interviste al giorno. Bene, io penso che questo spettacolo sia indegno dell'intelligenza umana. Anzi, penso che sia un'offesa all'intelligenza. Ma come si può ancora stare a sentire un megalomane che è stato capace di mentire persino sul suo stato di salute? Che è arrivato a dire che nel suo corpo c'era una dose di polonio cinque volte superiore a quella letale, salvo uscire oggi (ieri, ndr) con le sue gambe dall'ospedale? Lo dico un'ultima volta. Credetemi: Scaramella is a mental case. Non va messo sotto inchiesta, non va buttato in un carcere: va consegnato alle cure di un efficiente staff medico che si prenda cura della sua psiche e, in silenzio e per il suo equilibrio, lo faccia dimenticare".
"Mitrokhin si descrisse come un solitario con una crescente opinione anti-sovietica... Potrebbe forse un simile personaggio sospetto (dal punto di vista del KGB) realmente essere stato libero di trascrivere migliaia di documenti, contrabbandarli fuori dalle sedi del KGB, nasconderli sotto il suo letto, trasferirli nella sua casa di campagna, nasconderli nei contenitori del latte, fare numerose visite alle ambasciate Britanniche all'estero, fuggire in Gran Bretagna per poi tornare in Russia e trasportare tutti quei voluminosi documenti nuovamente in occidente, tutto questo senza destare l'interesse del KGB?... certo, potrebbe averlo fatto. Ma come possiamo saperlo?", American Historical Review (106:2, Aprile 2001)
5 dicembre 2006
Dal Molin c'è chi dice no
(fonte: altrenotizie.org - di Lorenzo Zamponi)Capita anche questo, nello strano mondo dell’informazione italiana. Capita che 10.000 persone riunite in un palasport a Palermo dall’Udc per una manifestazione «Integrazione e legalità nell'Europa cristiana» valgano pagina 5 di Repubblica, mentre 30.000 in piazza a Vicenza contro la nuova base militare americana siano relegate a pagina 24, dopo l’imprescindibile presa di posizione di Bertinotti sulla crisi dell’Alitalia e l’ennesimo filmato su Youtube del professore che picchia un alunno. Ci sarebbe voluto ben altro che un corteo riuscito, pacifico e determinato contro l’imposizione di una pesantissima servitù militare, per scompaginare i titoli già previsti da settimane su Berlusconi Day, Fini successore, Casini traditore. Ci sarebbero voluti scontri violenti, ad esempio, paventati nei giorni scorsi dall’amministrazione comunale di centrodestra e dai due principali quotidiani locali, Il Gazzettino e Il Giornale di Vicenza, entrambi schierati su posizioni conservatrici. [...] nel caso della nuova base che l’esercito Usa vorrebbe costruire presso il vecchio aeroporto Dal Molin di Vicenza si incrociano almeno due temi fondamentali per capire l’Italia di oggi. Il primo è quello delle servitù militari: gli insediamenti americani in Italia sono 113, secondo chi si è preso la briga di contarli, ma si tratta di cifre che significano poco, data la coltre di segretezza che li avvolge. Cosa contengono questi insediamenti? Chi li comanda? A quali disegni e strategie geopolitiche rispondono? A tutt’oggi non c’è alcuna certezza sugli scopi per cui lo Us Army ha chiesto al Comune il terreno dell’aeroporto Dal Molin. Dovrebbe ospitare i parà della 173a Brigata Aerotrasportata, ma i numeri dati dall’inchiesta di Roberto Di Caro su L’Espresso (1800 nuovi militari, oltre ai 6000 già ospitati dalla Caserma Ederle, con «55 tank M1 Abrams, 85 veicoli corazzati da combattimento, 14 mortai pesanti semoventi, 40 jeep “humvee” con sistemi elettronici da ricognizione, due nuclei di aerei spia telecomandati Predator, una sezione di intelligence con ogni diavoleria elettronica, due batterie di artiglieria con obici semoventi i micidiali lanciarazzi multipli a lungo raggio Mrl») sono stati contestati, e i vertici militari arrivano perfino a negare di voler utilizzare l’aeroporto come pista di decollo, tanto che in città qualcuno ipotizza ironicamente che i paracadutisti si debbano lanciare dal campanile della basilica. [...] Le servitù militari si pagano, sotto forma di vincoli urbanistici, di inquinamento, di militarizzazione della città, di rischi. Senza contare la determinazione di una parte consistente della cittadinanza a non collaborare con una struttura a tutti gli effetti funzionale alla strategia di impegno militare americano nell’Europa meridionale e in Medio Oriente. Proprio qui entra in gioco il secondo tema fondamentale: il rapporto tra popolazione, enti locali e governo nazionale nei processi decisionali per le «grandi opere». Non per niente alla manifestazione di sabato era presente una nutrita delegazione di militanti “No Tav” della Val di Susa. La partita è la stessa: chi prende le decisioni? In questi mesi si è assistito a un rimpallo di responsabilità tra Comune e governo a dir poco imbarazzante. Sembra chiaro che il ministro della difesa Arturo Parisi non sia pervaso dello stesso fervore atlantista del suo predecessore, che aveva promesso mari e monti agli americani, e soprattutto che non voglia imbarcarsi in una guerra fratricida con l’ala sinistra dell’Unione e la base del centrosinistra locale, che anche sabato si è dimostrata pronta a scendere in piazza con o senza l’assenso dei vertici locali e nazionali. Ma Parisi non vuole neanche prendersi la responsabilità di un esplicito rifiuto al potente alleato su basi ideologiche e ha quindi rimesso la decisione alla città. Per ora ciò che resta è una delle più grandi manifestazioni di piazza che Vicenza ricordi [*Qui la galleria fotografica e audio/video].
"La fine del ventesimo secolo ha visto scomparire il colonialismo, mentre si ricomponeva un nuovo impero coloniale. Nel territorio degli Stati Uniti non c'è nessuna base militare straniera, mentre ci sono basi militari statunitensi in tutto il mondo", José Saramago
1 dicembre 2006
Mai dire Brogli
(fonte: l'Unità - Marco Travaglio)28 novembre 2006
La notte dell'imbroglio?/2
I dubbi che avevo espresso nel post del 23 novembre si sono rivelati fondati. Deaglio nel suo documentario "Uccidete la democrazia!" ha commesso un errore che potrebbe pagare a caro prezzo. Non si è limitato ad osservare che i dati delle schede bianche diffusi dal Viminale fossero "strani" o quantomeno in controtendenza, ma che ci fosse l'opportunità di manipolarli a livello informatico senza però spiegare che c'era la vecchia "carta" che "cantava" dalla cassazione. Ha convinto tutti che i dati fossero trasmessi dal viminale con validità ufficiale, facendo credere che non si procedesse alla conta del cartaceo. Ipotizzando quindi una situazione che non si è verificata, ne è conseguito che il nostro accusatore si è rapidamente trovato nella posizione dell'accusato. Tanto da essersi visto iscrivere nel registro degli indagati della procura di Roma, da parte dei pubblici ministeri Salvatore Vitello e Francesca Aloi, che lo avevano precedentemente interrogato. I pm della procura di Roma che lo avevano convocato oggi pomeriggio per chiedergli spiegazioni circa il contenuto del 'docufilm', hanno deciso di incriminare il giornalista sostenendo che la proclamazione degli eletti è basata esclusivamente sui dati pervenuti alle Corti di Appello e alla Cassazione e non su quelli che finiscono nei computer del Viminale. Aspetto facilmente verificabile su sito stesso del Ministero dell'Interno. Inoltre per l'accusa ha contato anche la pubblicazione del libro "Il Broglio", sulla cui copertina c'è scritto che le "elezioni non sono state regolari". Partendo in quarta nel gridare al broglio, senza invitare i fruitori del suo documento a verificare i dati del viminale con la conta ufficiale del cartaceo, ha commesso un errore imperdonabile. Era l'argomento su cui ho insistito nei giorni scorsi proprio perchè sapevo che la fragilità di quell'argomentazione avrebbe causato il crollo dell'intera ipotesi. A difesa di Deaglio comunque, riportandolo testualmente dal film, segnalo che nel docufilm egli afferma di essere venuto in possesso di documentii ufficiali: "siamo riusciti a trovare i dati ufficiali. Che sono impressionanti». Perché? «Innanzitutto perché siamo gli unici ad averli.A 8 mesi dalle elezioni non sono ancora stati rivelati nel dettaglio". Ma dubito che sarà facile per lui riguadagnare credibilità. Ora vedremo qualsiasi ipotesi di broglio screditata e i giornalisti, che non sono certamente noti per il loro "cuor di leone", invitati a sorvolare qualsiasi forma di giornalismo d'inchiesta, pena la criminalizzazione del loro lavoro. Oltre al danno, anche la beffa, un procedimento penale. La Giunta per le elezioni del Senato effettuerà comunque controlli approfonditi sulle schede elettorali, a partire dalle regioni dove la differenza tra le coalizioni è stata minima. La decisione è scaturita dalle richieste dei senatori di Forza Italia e delle altre forze della CdL nella riunione convocata per discutere il caso Deaglio. Per me è stato comunque interessantissimo osservare come davanti ad un'accusa di golpe, da cui ci si aspetterebbe alti richiami morali e risposte che attestassero la totale estraneità al fatto, c'è invece stata una reazione ben più modesta. Nessuno insomma è entrato nel merito morale, ideale dell'accusa, e tutti si sono affannati invece intorno alla possibilità tecnica di farlo."Nel paese della bugia, la verità è una malattia", Gianni Rodari
23 novembre 2006
La notte dell'imbroglio?
La ricorderemo, senza dubbio, come la notte in cui l’Italia intera visse uno psicodramma politico e sociale squassante e che fece emergere dubbi, ancora tutt’altro che sopiti, sulla solidità della nostra democrazia e delle nostre istituzioni. E la fotografia che è rimasta, indelebile, di quella notte lunghissima tra il 10 e l’11 aprile 2006 è senz’altro quella di un Berlusconi furibondo che varca le porte del Quirinale urlando ai brogli e all’inganno dei dati elettorali. Era successo, dunque, qualcosa di inquietante, che la Cdl sconfitta solo di una manciata di voti cavalcò subito sull’onda delle parole del proprio leader costringendo le Corti d’Appello a rifare i conti. Si ricorderà che il risultato finale sulle elezioni politiche 2006 fu proclamato solo con due giorni di ritardo rispetto alla chiusura dei seggi. Non era mai successo prima. A ricostruire quelle convulse ore in cui la democrazia italiana è un film, del settimanale Diario (già tristemente noto per il suo infausto e fallito tentativo di liquidare in men che non si dica il 9/11), "Uccidete la democrazia!", di Beppe Cremagnani ed Enrico Deraglio, con la regia di Ruben H. Oliva, che sfodera numeri a sostegno della tesi. Ma sono proprio le cifre e le motivazioni che Deaglio porta a sostegno della sua tesi a rendere il documentario alquanto controverso. A quanto pare dal film, il grande imbroglio informatico è sfumato in extremis, il programma che nel sistema di trasmissione dati del Viminale trasformava le schede bianche in voti per Forza Italia è stato fermato a ventiquattromila voti dal traguardo, l'esiguo vantaggio dell'Unione. Secondo Deaglio, quindi, la truffa sarebbe dovuta avvenire all'interno del Viminale, ma il conteggio delle schede è solo ed esclusivamente fatto nelle sezioni. Riporto un estratto dell'articolo 75 [ T.U. delle leggi elettorali; Titolo V ]:Il presidente dichiara il risultato dello scrutinio e ne fa certificazione nel verbale, del quale fa compilare un estratto, contenente i risultati della votazione e dello scrutinio, che provvede a rimettere subito alla Prefettura, tramite il Comune. Il verbale è poi immediatamente chiuso in un plico, che dev’essere sigillato col bollo dell’Ufficio e firmato dal presidente, da almeno due scrutatori e dai rappresentanti delle liste presenti. L’adunanza è poi sciolta immediatamente. La Cancelleria del Tribunale provvede all’immediato inoltro alla Cancelleria della Corte d’appello o del Tribunale del capoluogo della circoscrizione dei plichi e dei documenti previsti dal comma precedente, nonché della cassetta, dell’urna, dei plichi e degli altri documenti di cui all’art. 73. L’altro esemplare del suddetto verbale è depositato, nella stessa giornata, nella Segreteria del Comune dove ha sede la sezione, ed ogni elettore della circoscrizione ha diritto di prenderne conoscenza.
Anche se i risultati fossero stati modificati durante la trasmissione, la copia di cui dispongono i sindaci (recapitata in Segreteria comunale e disponibile a tutti), sarebbe in contraddizione con i dati trasmessi in seguito dal Viminale. Lo scrutinio informatizzato era un esperimento accostato allo scrutinio manuale, che è quello che realmente ha contato per l'esito finale. Smontare il lavoro di Deaglio non significa negarne anche l'ipotesi, sia chiaro. Le anomalie ci sono, ma constatando che anche il meccanismo elettorale è cambiato (non era necessario esprimere la preferenza per un candidato), mi sembra che il problema richieda un'analisi più approfondita, ed è indispensabile tenere separati i fatti dalle opinioni. Le decine e decine di sondaggi sbagliati, lo scrutinio delle sezioni elettorali svolto in modo perfettamente spaccato in due e il ritardo nello scrutinio di così tante sezioni sono più che semplici sospetti, ma forse Deaglio ha formulato una teoria che liquida troppo sbrigativamente i fatti della notte a cavallo tra il 10 e l'11 aprile. Per chi fosse interessato ad approfondire, l'argomento è trattato ampiamente in *questa discussione del forum della Redazione Politica Tg3.
"All'avvocato bisogna contare le cose chiare; a lui poi tocca di imbrogliarle" Alessandro Manzoni
16 novembre 2006
La campagna di Russia
(fonte: rinascita.info - Andrea Angelini)"La lotta generale per l'esistenza degli esseri viventi non è una lotta per l'energia, ma è una lotta per l'entropia", Ludwig Boltzmann
10 novembre 2006
Errori contabili
(fonte: lastampa.it)4 novembre 2006
Ma chi è Abu Grahib?
(fonte: altrenotizie - 02/11/2006)2 novembre 2006
Cento morti e non sentirli
(fonte: unita.it - Marco Travaglio)Nel 2005 la camorra ha fatto secche 90 persone. Nel 2006 solo 76, ma ha ancora due mesi di tempo per eguagliare il record. La risposta dello Stato, però, è stata all’altezza della situazione. In attesa di inviare mille poliziotti in più, che andranno ad aggiungersi ai 13.500 già schierati sul campo, il Parlamento ha già provveduto, con l’indulto, a inviare sul posto altri delinquenti in più, casomai non bastassero quelli già a piede libero. Ora, se misurassimo, anche a spanne, le parole dedicate dalla classe politica, e dunque da giornali e tv al seguito, all’analisi della criminalità organizzata e dei rimedi per combatterla, e lo confrontassimo con quelle usate sul fronte del fondamentalismo islamico, il rapporto sarebbe di uno a dieci, forse di uno a mille. Eppure, a oggi, i morti per terrorismo islamico sul territorio italiano sono zero. Mentre i morti per camorra, mafia, ‘ndrangheta e Sacra Corona sono centinaia ogni anno. Le ultime stragi, in Italia, le ha fatte un’organizzazione terroristica denominata Cosa Nostra nel 1992-’93, fra Palermo, Milano, Firenze e Roma. Gli esecutori materiali sono dentro, mentre i mandanti «esterni» restano, secondo le stesse sentenze che condannano gli esecutori, «a volto coperto». Cioè fuori. La Seconda Repubblica - come ha ricordato l’altroieri il pm Ingroia presentando a Palermo «Il gioco grande» di Giuseppe Lobianco e Sandra Rizza (Ed. Riuniti) «è nata sul sangue dei magistrati, degli uomini di scorta e dei cittadini assassinati in quella mattanza, ma i mandanti non interessano a nessuno». In compenso, con uno sforzo di altruismo davvero encomiabile, siamo molto interessati ai mandanti delle stragi in casa d’altri, tant’è che da quattro anni collaboriamo a radere al suolo l’Afghanistan e l’Iraq, senza peraltro cavarne un ragno dal buco, mentre dei morti di casa nostra, anzi di Cosa Nostra, allegramente c’infischiamo. Uno straniero che, per masochismo, leggesse l’opera omnia dei nostri migliori intellettuali, da Panebianco a Ferrara, verrebbe colto da un lievissimo senso di spaesamento: possibile che queste teste d’uovo non parlino d’altro che di Islam radicale, avendo sull’uscio di casa pericoli ben più concreti e incombenti che parlano e sparano in italiano? Per tutta l’estate ha spopolato un editoriale di Panebianco, a metà strada tra Kafka e Ionesco, che domandava se non sia il caso di autorizzare una «zona grigia» di illegalità per consentire ai nostri servizi di torturare almeno un po’ i terroristi islamici (che fortunatamente, finora, In Italia non hanno sparato neppure un petardo a Capodanno). Ora ferve il dibattito su quell’autentica emergenza nazionale che sono le donne col velo islamico, per non parlare delle due o tre avvistate in Val Brembana addirittura col burka. I passamontagna e i giubbotti con kalashnikov incorporato a Napoli e Reggio Calabria allarmano molto meno. Giuliano Ferrara, sempre molto intelligente ma soprattutto molto intelligence, dedica colate di piombo (di tipografia) alle gravi minacce incombenti sui vignettisti danesi che prendono per i fondelli Maometto, per poi scoprire che in Italia c’è uno scrittore, Roberto Saviano, che finisce sotto scorta per essersi occupato di mafia, cioè di un tema che da parecchi anni è uscito dall’agenda dei molto intelligenti (salvo, si capisce, quando si tratta di attaccare i magistrati antimafia, spontaneamente o su commissione del Sismi). Ancora l’altro giorno s’invocavano pene esemplari contro l’imam di Segrate, reo di aver dato dell’ ignorante alla signora Santanchè che si era dimostrata ignorante in fatto di Corano. E Magdi Allam, sul Corriere, ammoniva severamente chi consente ad Al Jazeera di celebrare l’anniversario della sua fondazione. Ora, per carità, non saremo noi a sottovalutare il pericolo della propaganda televisiva contro chi combatte, o dice di combattere, il terrorismo islamico. Ma della propaganda televisiva contro chi combatte le mafie ne vogliamo parlare? Ieri, sul Foglio, Lino Jannuzzi rivendicava con orgoglio i suoi rapporti con i servizi deviati, con Gelli, Liggio, Michele Greco detto «il Papa», Ciancimino e altri galantuomini, sostenendo che avere «molti amici criminali» è normale, «perché sono un giornalista». Fortuna che nessuno di quegli amici si chiama Mohammed. Altrimenti, invece di pubblicargli il pezzo, Ferrara lo faceva arrestare su due piedi.
"La mafia diventerà più crudele e disumana. Dalla Sicilia risalirà l'intera Penisola per forse portarsi anche al di là delle Alpi", Don Luigi Sturzo
26 ottobre 2006
Non fa una bella figura l'Italia in tribunale...
(fonte: lavoce.info)24 ottobre 2006
La libertà di stampa in Italia, anno 2006
É stato pubblicato il quinto rapporto mondiale sulla libertà di stampa [*1], edito da Reporters Sans Frontieres. L'Italia si è piazzata 40ª, salendo di due posizioni rispetto al 2005. Ma la vera notizia è che l'Italia è superata in classifica da alcuni Paesi del sud del mondo, come Mali e Ghana. Reporters sans frontières constata, comunque, che Berlusconi ha ancora una grande influenza nel mondo dell'informazione con il suo controllo sulla RAI e con il possesso immutato delle sue tre reti Private. Ecco la testuale valutazione di RSF sulla situazione italiana [*2]:
"L’indépendance des médias italiens souffre toujours d’une situation unique en Europe : le chef du gouvernement possède les trois principales chaînes privées du groupe audiovisuel Mediaset et contrôle indirectement les trois chaînes publiques de la RAI".

