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22 dicembre 2009

Inflazione o deflazione?

Mentre il Messia rinfranca gli statunitensi sulla ripresa certa dell'economia, si è acceso un dibattito tra gli economisti, che si trovano divisi tra due scenari opposti: inflazione o deflazione? É importante ricordare che con inflazione si intende l'aumento della quantità monetaria in circolazione in rapporto alla quantità di beni prodotti (avvalendosi di quella tecnologia chiamata "stampa" che, una volta abbandonato il gold standard, permette di produrre tutti i dollari di cui si ha bisogno a costo zero). L’aumento generale dei prezzi e la perdita del potere d’acquisto sono invece conseguenza dell’inflazione. Per contro, la deflazione è il fenomeno monetario opposto all’inflazione, cioè un processo di contrazione monetaria. Per fare un esempio molto vicino ai temi di cui solitamente tratta la tv generalista, la deflazione è sostanzialmente una "purga" naturale che l'economia deve subire dopo un periodo di crescita artificiale. Più si rimanda questo momento più la deflazione prenderà le caratteristiche di una profonda depressione. Nell'articolo che segue, segnalato da Processi di Mercato, Robert P. Murphy analizza le due correnti di pensiero cercando di fare chiarezza. Vale la pena di leggerlo anche se andare a fondo nella diatriba non dovesse entusiasmarvi, perchè il brano contiene anche diverse previsioni per l'anno che è ormai alle porte. L'opinione del sottoscritto è che la ripresa americana è un lontanissimo miraggio, anche perchè la crisi economica va ad intrecciarsi ad un aumento gigantesco della spesa pubblica portato avanti da Obama, mentre sono stati creati tutti i presupposti per una depressione inflazionistica. Buona lettura.

Una delle situazioni più imbarazzanti che gli economisti austriaci si trovano a fronteggiare in questi giorni è la contrapposizione tra chi si aspetta una deflazione del livello generale dei prezzi e chi, al contrario, si aspetta inflazione. Benchè il confronto e il disaccordo pubblico siano un bene, ed è preferibile al tentativo di nascondere i contrasti [*1] per rassicurare il pubblico che ci sia un unico pensiero su ciò di cui parliamo, è tuttavia sconfortante che le nostre prognosi sul dollaro statunitense siano così divergenti.

Tornando a Luglio, consigliai a Mike Shedlock [*2] di non creare allarmi tra i lettori parlando di un'incombente deflazione dei prezzi. Pensavo che la minaccia reale era la rapida perdita di potere d'acquisto, e ho spiegato i motivi per cui la sua posizione fosse inconcludente. Vorrei essere capace di dire che uno di noi due avesse torto, ma fino ad oggi le prove non escludono nessuna delle due opinioni. Proprio come mi ha fatto notare un assiduo lettore di Mish, il 2010 sarà decisivo, e se i prezzi si muoveranno minimamente in un senso o nell'altro, avremmo entrambi torto. In questo articolo voglio ribadire i motivi per cui vedo l'aumento dei prezzi una minaccia reale e illustrare alcuni problemi della teoria deflattiva.


L'aumento dei prezzi è ancora la minaccia

Per prima cosa devo riconoscere che, all'inizio di quest'anno, ipotizzavo il pericolo di un grande aumento dei prezzi al consumo. Sebbene non ci troviamo in una trappola deflattiva (come spiegherò di seguito), ovviamente le mie previsioni erano eccessivamente allarmiste. Quindi devo perlomeno spiegare per quale motivo mi sono sbagliato. Quello che è successo è che Ben Bernanke ha dato un colpo di freno all'offerta di moneta controllata dal pubblico, misurata da aggregati finanziari come l'M1 o l'M2. Come potete vedere nel grafico sotto, la quantità di denaro controllata dal pubblico, in conti correnti, moneta nelle proprie tasche e altre forme di liquidità, è aumentata velocemente alla fine del 2008. Parallelamente Bernanke ha permesso che la base monetaria (che include anche le riserve obbligatorie degli istituti presso la banca centrale) esplodesse.


Il lettore si ricorderà che nel periodo a cavallo tra fine del 2008 e l'inizio del 2009, i politici più importanti chiedevano alle banche di aumentare i prestiti e quindi giustificare i corposi aiuti statali che avevano ricevuto. Dopo tutto, a detta di Paulson, l'appartente scopo del salvataggio era quello di garantire l'accesso al credito alle piccole imprese. Ho scioccamente creduto che la crescita degli aggregati monetari M1 e M2 alla fine del 2008 sarebbe continuata e questo è il motivo per cui prevedevo una massiccia inflazione dei prezzi per il 2009. Come mostra il grafico sopra, Bernanke ha mantenuto la liquidità primaria (M1) attorno al nuovo picco per alcuni mesi, e l'andamento della liquidità secondaria (M2) è molto simile. Sebbene molti pensano che la Fed emetta ingenti quantitativi di nuova moneta ogni giorno, la realtà è piuttosto diversa. É vero che la base monetaria continua a raggiungere nuovi picchi, ma una buona parte di questo nuovo denaro è contenuta nei conti correnti della banca stessa.

La ragione per cui mi aspettavo un aumento dei prezzi su larga scala è piuttosto semplice: non vedo niente di coerente nella strategia di Bernanke di rimuovere le riserve in eccesso dal sistema bancario.Un piano per vendere alla svelta gli assets nello stato patrimoniale della Fed (e in tal modo drenare una parte delle riserve fuori dal sistema) non mi rassicura perchè (a) non penso che Bernanke abbia il fegato di farlo e quindi di far crollare il mercato immobiliare; (b) la Fed dovrebbe vendere gli assets appena acquistati ad un prezzo minore rispetto a quello che li ha pagati. Ciò vuol dire che ci sarebbero ancora eccessi di riserve che non sarebbe in grado di assorbire. [...]

Quand'è che il genio dell'inflazione uscirà dalla lampada?

Senza ombra di dubbio nessuno sa dire con certezza quale sarà la tendenza dei prezzi nel futuro. In particolare se ci sarà un nuovo attacco terroristico o un collasso finanziario, è assolutamente possibile che gli investitori di tutto il mondo si rifugeranno in massa nei titoli del Tesoro statunitensi, aumentando di conseguenza il valore del dollaro negli scambi internazionali. Comunque io ritengo che la tendenza generale sia quella di una svalutazione del dollaro e di un aumento generale dei prezzi.

Ironicamente, questa tendenza è già davanti ai nostri occhi. Come mostrato dal grafico qui sotto, l'indice dei prezzi al consumo misurato (in maniera approssimativa) dal CPI è cresciuto costantemente durante tutto l'anno.



Questo potrebbe confondere i lettori che si affidano alla stampa finanziaria. In un articolo tipo del 2009, la stampa riporterebbe che il livello dei prezzi del mese precedente era di uno 0,2% più alto rispetto a quello dei mesi prima, ma convicerebbe il lettore che "l'inflazione è ancora sotto controllo" mostrando le statistiche annuali. Per esempio il Bureau of Labor Statistics (BLS), lo scorso mese ci ha informati che i prezzi ad ottobre erano dello 0,3% più alti rispetto al mese di settembre, ma rimanevano ancora di un 0,2% più bassi rispetto ai prezzi al consumo di ottobre 2008.

Sebbene sia tecnicamente accurata, la pratica di citare i ribassi annuali dell'indice dei prezzi al consumo è molto fuorviante. Ciò che è realmente accaduto è che il CPI è decresciuto in maniera straordinariamente veloce negli ultimi 3 mesi del 2008. Ma questo crollo è terminato nel dicembre '08 e da quel momento in poi l'indice è cresciuto quasi in ogni mese. Limitandosi a guardare i dati dell'indice, i prezzi al consumo sono cumulativamente cresciuti del 2,8 per cento questo anno, e il dato è basato esclusivamente sui primi 10 mesi.

Dopo il 16 di dicembre il Governo rilascerà anche i dati del mese precedente. A quel punto avremo superato il forte crollo dei prezzi della fine del 2008; ciò vuol dire che la comparazione annuale si sposterà in territorio positivo. Ad esempio, se i prezzi di novembre saranno cresciuti rispetto ad ottobre con un tasso simile alla media di quest'ultimo anno, il Bureau of Labour Statistics ci informerà che i prezzi al consumo sono aumentati dell'1,7% rispetto a novembre 2008.

Il vero divertimento arriverà a metà gennaio, quando il BLS dovrà diffondere i dati di dicembre. A quel punto il crollo verticale dell'indice dei prezzi al consumo delle ultime settimane del 2008 sarà pesato nella finestra dei 12 mesi, e il pubblico finalmente si renderà conto di quanto i prezzi siano aumentati. Inoltre se consideriamo le impennate medie dei prezzi del 2009, il governo a gennaio dovrà riferire che l'indice al consumo del dicembre 2009 sarà del 2,7% più alto rispetto a quello dell'anno precedente. Sebbene si tratterà di un orizzonte temporale di due mesi, il pubblico si accorgerà che non ci troviamo più in una situazione di deflazione, realizzando che i prezzi stanno aumentando da diverso tempo.

É altrettanto vero che un aumento annuo del 3 per cento nell'indice dei prezzi al consumo non è un dato che faccia perdere il sonno. In ogni caso credo che ciò che ha prevenuto il panico totale nei mercati finanziari è stato proprio il fatto che gli investitori hanno potuto vedere coi loro occhi che i prezzi non stanno esplodendo. Infatti, molti investitori, probabilmente pensano che siamo ancora in bilico sulla cima di un picco deflazionario. In tal modo, una volta che sarà chiaro che l'indice dei prezzi al consumo sta crescendo di buon passo da un anno, l'incantesimo sarà rotto e coloro che hanno dollari in cassa cercheranno una via d'uscita. Se e quando inizierà questa fuga dal dollaro, le banche seguiranno questa tendenza forti delle loro riserve in eccesso di più di mille miliardi di dollari [*3], e a quel punto Bernanke avrà una bella gatta da pelare.


Problemi per il campo deflazionario

Ho parlato con molte persone molto conosciute e che si sono pronunciate a favore dell'ipotesi deflazionaria. In particolare, persino molti ferventi sostenitori della scuola austriaca e di Ron Paul, tra cui Vijay Boyapati, hanno dibattuto con me sull'argomento. Non ho intenzione di additare queste persone come idioti o ignoranti della teoria monetaria austriaca; non lo sono. Preferirei pensare, come molti hanno suggerito, che nonostante gli sforzi di inflazionare di Bernanke, il crollo della bolla degli asset lo abbia seppellito. Non penso che sia quello che sta per succedere.

Da quel che ho dedotto, l'argomento principale della teoria deflazionaria è che, nel nostro sistema economico, nuovo denaro è creato principalmente attraverso la concessione di nuovi prestiti bancari. Poichè le banche si trovano in una situazione di incertezza, sono piuttosto restie a concedere nuovi prestiti. In questo modo, a prescindere da quanto la Fed cerchi di spingere il credito, non assisteremo ad un espansione del potere d'acquisto complessivo fino a quando i consumatori e gli imprenditori elimineranno il gigantesco debito che incombe e diverranno propensi a spendere denaro negli acquisti (piuttosto che utilizzarlo per pagare il debito).

Ma perchè non abbiamo visto crollare i prezzi durante il 2009? Come mostra il grafico sotto, la stretta economica ha colpito le aziende al termine del 2008 e i consumatori poco più tardi, ma è rimasta costante da allora in poi.


Se quindi si suppone che sia la contrazione del credito a guidare il crollo dei prezzi, perchè l'indice dei prezzi al consumo ha toccato il fondo nel dicembre 2008? Recentemente ho partecipato a una conferenza con un gruppo di asset managers, molti dei quali abbracciavano le ipotesi deflazionistiche. Quando ho fatto notare questi aspetti mi hanno risposto che l'indice dei prezzi complessivo è cresciuto, ma che è stato spinto verso questa crescita dai prezzi delle merci. Se ci focalizziamo sul "core" CPI (ovvero l'indice dei prezzi che non tiene conto di energia e cibo), l'indice non è cresciuto molto nel 2009, dimostrando quanto la spesa dei consumatori sia stata debole.

D'accordo, ma analogamente il "core CPI" non è nemmeno crollato sostanzialmente. La ragione per cui molte persone hanno pensato che lo scorso anno ci trovassimo in una trappola deflazionaria è legata al crollo abbastanza repentino di petrolio e altre merci. Come mostra il grafico sotto, se vi limitate a considerare il "core CPI", non notereste un enorme crollo durante la fine del 2008.



É quindi vero che focalizzandosi sul "core CPI" si evitano molti problemi per i deflazionisti, poichè si eliminano i picchi dei prezzi del 2009, ma parallelamente si trascurano anche i crolli nei prezzi al termine del 2008. Perciò i deflazionisti devono ancora spiegare il motivo per cui se la stretta del credito ha imperversato per più di un anno e la conseguenza sarà una deflazione simile a quella giapponese, perchè non ne abbiamo visto ancora alcun segnale?

Conclusione

Dopo aver riesaminato le prove e le teorie offerte dai due campi, credo ancora che le iniezioni di riserve senza precedenti di Bernanke ci porteranno ad una repentina crescita dei prezzi. Questi aumenti potrebbero non mostrarsi attraverso i prezzi degli asset finanziari statunitensi, ma si manifesteranno crudelmente alla pompa di benzina o alle casse dei negozi. Per giunta il genio potrebbe dormire ancora fuori dalla lampada. La sua fuga sembrerà affrettata una volta che i grafici dell'indice dei prezzi al consumo mostreranno un'inflazione moderata.

23 novembre 2009

La FED sta ritardando la ripresa



Robert P. Murphy at the Mises Circle in Newport Beach, California; 14 November 2009.

15 luglio 2009

La Federal Reserve sotto attacco

La Federal Reserve è una delle più importanti e potenti istituzioni a Washington, il cui operato è al di fuori del controllo dei legislatori. Nonostante le palesi responsabilità che la Banca Centrale ha avuto nell'alimentare la recente crisi economica, il presidente Obama è intenzionato a stravolgere radicalmente il sistema di regolazione finanziaria statunitense come mai era stato fatto dal '29 ad oggi, rendendo la Fed supervisore delle aziende ritenute troppo importanti per poter fallire. É evidente che dal salvataggio pubblico alla nazionalizzazione di interi segmenti privati ritenuti di volta in volta fondamentali il passo è davvero breve. L’idea che il governo o una banca centrale possano regolare il mercato in modo giusto e sicuro è un’illusione, un inganno radicato nella convinzione, anche attraverso lo strumento della scuola pubblica, che lo stato è un ente divino che vigila costantemente sulle azioni del genere umano. Il video seguente lascia aperta la possibilità che ci sia ancora qualche speranza, che gli americani non siano come gli europei, e magari guidati da Ron Paul, riescano a scrollarsi di dosso l'ente parassitario che è la Fed. Dopotutto la loro guerra d’indipendenza viene fuori da una rivolta fiscale.

29 maggio 2009

Bailout Bubble

Gerald Celente, direttore del Trends Research Institute, in un'intervista alla CNBC ha recentemente affermato che se la Federal Reserve continuerà a iniettare liquidità nel mercato e ad abbassare i tassi di interesse, potrebbe gonfiare una gigantesca e devastante "bolla di salvataggio", presindo più grave della crisi delle dotcom o della più recente bolla immobiliare. Il tentativo statale di frenare la depressione si rivelerebbe quindi controproducente, come da 70 anni a questa parte, esasperando quelli stessi mali che si vogliono curare. In realtà Celente, che durante l'intervista mette in piedi anche un interessante e realistico parallelo tra l'attuale interventismo governativo e le politiche economiche fasciste di mussoliniana memoria, non fa altro che analizzare la realtà in un'ottica austriaca.

Una maggiore inflazione arresta la necessaria caduta dei prezzi, ritardando quindi l'aggiustamento del mercato e prolungando la depressione. L'ulteriore espansione del credito crea altri investimenti erronei, che a loro volta dovranno essere liquidati in una successiva depressione. La politica governativa del "denaro facile" ostacola inoltre il ritorno del mercato a tassi di interesse necessariamente più alti. Come sottolinea Marc Faber in un'intervista rilasciata a Bloomberg, la diretta conseguenza di questo comportamento sarà un'inflazione galoppante o un'iperinflazione, un evento familiare nella storia, in particolare in quella del mondo moderno, dal 1913 in poi.

The U.S. economy will enter “hyperinflation” approaching the levels in Zimbabwe because the Federal Reserve will be reluctant to raise interest rates, investor Marc Faber said. Prices may increase at rates “close to” Zimbabwe’s gains, Faber said in an interview with Bloomberg Television in Hong Kong. Zimbabwe’s inflation rate reached 231 million percent in July, the last annual rate published by the statistics office.

“I am 100 percent sure that the U.S. will go into hyperinflation,” Faber said. “The problem with government debt growing so much is that when the time will come and the Fed should increase interest rates, they will be very reluctant to do so and so inflation will start to accelerate.”

Sotto ogni punto di vista, l'iperinflazione è di gran lunga peggiore della depressione. Essa distrugge la valuta nazionale, manda in rovina la classe media e tutti i gruppi a reddito fisso. Conduce quindi alla disoccupazione e a livelli di vita più bassi, poichè non ha senso lavorare quando il proprio guadagno si deprezza di ora in ora. A questo primo effetto devastante si aggiungeranno altre contromisure governative, che ne amplificheranno la portata. Si cercherà di mantenere alti i tassi salariali, per combattere l'aumento dei prezzi, con l'unico effetto di produrre una disoccupazione di massa permanente. Oppure di stimolare il consumo e disincentivare il risparmio, aggravando ancora di più la carenza di capitale.

Quale politica dovrebbe quindi adottare un governo che desidera un rapido superamento della depressione e il ritorno dell'economia ad un normale livello di prosperità? Il punto fermo del proprio programma economico dovrebbe essere la non interferenza con il processo di aggiustamento del mercato. Quanto più le autorità pubbliche intervengono per ritardare questo naturale processo di aggiustamento , tanto più profonda sarà la depressione e più lento e difficile il cammino verso una ripresa. Visto che l'espansione creditizia getta necessariamente i semi di una depressione, risulta ovvio che più che non agire durante periodi di crisi, sarebbe appropriato porre fine ad ogni espansione inflazionistica del credito. Il governo è però un'istituzione intrinsecamente inflazionistica e, di conseguenza, ha quasi sempre provocato, incoraggiato e orchestrato l'espansione inflazionistica. É intrinsecamente inflazionistico perchè, nel corso del tempo, grazie al monopolio della violenza, ha acquisito il controllo del sistema monetario. Il potere di stampare moneta è cruciale per uno Stato, poichè gli conferisce il potere di ottenere un'immensa e immediata fonte di entrata. L'inflazione (nonostante sia celebrata da Keynes) è una forma di imposta, poichè il potere pubblico può creare nuova moneta a piacimento (ad oggi il termine tecnicamente più consono sarebbe
"a cazzo di cane") e usarla per sottrarre risorse ai privati, ai quali invece è proibito questo genere di operazione. L'inflazione rappresenta quindi un comodo sostituto dell'imposizione fiscale, che solitamente i cittadini trascurano, o sono indotti a farlo, attribuendo la colpa dell'aumento dei prezzi a uomini d'affari, speculatori o stranieri.

Al contrario, soltanto l'adozione di una sana teoria economica può condurre il pubblico ad attribure la colpa a chi se la merità, ovvero il Governo.

19 dicembre 2008

La fondazione della Fed



Video del discorso di Murray Rothbard, presentato al "Seminario sulla moneta e sul governo", tenutosi nel 1984 a Houston, in Texas. Non capite un cazzo di inglese? Visto che si avvicina il Natale fatevi un regalo. Compratevi Lo Stato Falsario. Per chi invece digita dalla città della Lanterna c'è anche una versione gratuita disponibile online.

16 dicembre 2008

La Fed ha causato la bolla immobiliare

In questo forum ho sostenuto che la politica economica di Alan Greenspan, in seguito agli attacchi del 9/11 e all'esplosione delle dotcom, caratterizzata da bassisimi tassi d'interesse, sia stata la causa della recessione in cui versa oggi l'economia mondiale e della bolla immobiliare. Ho anche criticato la teoria secondo cui un eccesso di risparmi stranieri (i fautori del "savings glut" ritengono che vi sia eccesso di risparmio in certe aree del mondo – in Asia e nei paesi esportatori di petrolio – e non nei paesi industrializzati) fosse il reale colpevole della crisi, piuttosto che la Federal Reserve. Nel seguente articolo voglio trattare di alcune obiezioni fatte a chi accusa Greenspan. Diversi economisti hanno esaminato le teorie economiche che accusano la Fed, ritenendo che non ci fossero prove evidenti dell'operato delle banche centrali. Qui di seguito spero di poter dimostrare che le prove contro Greenspan sono schiaccianti.

Le "impercettibili" iniezioni di denaro di Greenspan.

Un'obiezione avanzata per sollevare dalle proprie responsabilità l'ex segretario della Fed è che le iniezioni di liquidità nel mercato da parte della banca centrale statunitense non sono state rilevanti. A sostenere questa tesi ci sono blogger come Megan McArdle [*1], Brad DeLong [*2] e David Henderson and Jeff Hummel [*3].

Greenspan presentato sotto una luce meno adulatoria

Mi rendo conto che queste dispute possono convinvere ulteriormente i lettori che l'economia non sia una scienza ma piuttosto una questione ideologica in cui ogni parte mostra all'altra statistiche a sostegno delle proprie convinzioni. Ma ora, basandomi sugli stessi dati che hanno fornito gli economisti di cui sopra, raggiungerò una conclusione agli antipodi: Greenspan ha permesso che la quantità di moneta crescesse rapidamentre proprio nel momento in cui il mercato immobiliare cresceva a dismisura, precisamente quando i tassi d'interesse crollarono. Prima di iniziare vorrei precisare che la spiegazione seguente è un manuale che descrive come opera la Fed. Sono gli autori di cui sopra che minimizzano le capacità della banca centrale di tagliare i tassi d'interesse o "stimolare" l'economia (in ogni caso artificialmente e temporaneamente). Durante gli anni del boom, Greenspan e i suoi seguaci volevano fornire credito a tassi d'interesse misericordiosi, scselta che evitò agli Stati Uniti una dolorosa recessione, ma ora lo si vuol far passare per un innocente spettatore di fronte ai risparmi asiatici e ai banchieri poco lungimiranti. In ogni caso, dopo questa premessa, torniamo al discorso principale.

Primo, prendiamo la discussione di Megan McArdle e Brian DeLong sulle iniezioni di liquidità e su come fossero insignificanti per causare i disastrosi effetti a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. Come riportato da DeLong a fronte di un'iniezione di denaro di 200 miliardi di dollari attraverso transazioni che la banca centrale ha effettuato in Borsa, dobbiamo spiegare duemila miliardi di perdite. Bene, il mio primo pensiero è che il nostro sistema di riserva frazionaria ha incorporato un moltiplicatore. In particolare se sistema bancario è permesso di mantenere riserve ammontanti al 10 per cento dei propri depositi, la quantità di depositi che la banca può ampliare in cima alle riserve – è di 10 volte. Che con un semplice calcolo matematico costituisce l'impatto monetario da lui stesso riportato.

Ora lasciatemi anticipare la scontata risposta da parte di DeLong. Lui potrebbe controbattere dicendo
"Ok bene, ma questo non ha ancora significato. Perchè questa espansione del credito di due triliardi di dollari ha portato i privati a concedere così tanti prestiti sbagliati?". É una buona domanda, ma non ha nulla a che vedere con l'entità delle perdite. Il punto della mia risposta è esclusivamente quantitativo. Greenspan ha fatto iniezioni di liquidità tutt'altro che irrilevanti una volta che teniamo conto della natura del nostro sistema a riserva frazionaria.

Passando all'articolo di Henderson e Hummel, esaminiamo le loro affermazioni: loro cercano di provare che l'espansione monetaria del 2002 e del 2003 non è stata eccezionale e a supporto di questa tesi riportano i dati relativi ai tassi d'espansione alla fine del 2001 e del 2006. Ma ciò equivale a dire che Keanu Reeves nel film Speed non ha guidato imprudentemente perchè, dopotutto, la velocità dell'autobus era più bassa nel momento in cui è sceso piuttosto che di quello in cui è salito. Per sapere se la politica monetaria di Greenspan del periodo '02-'03 è stata prudente o avventata non è sufficiente sapere che l'espansione monetaria del 2006 (quando ormai la bolla stava esplodendo) era minore rispetto a quella del 2001. Nel seguente grafico ho riportato le media annuali dei tassi di crescita monetaria (St. Louis Fed):

Nel grafico ci sono interessanti informazioni. Per prima cosa è facilmente osservabile che il tasso di crescita del 2002 (8,7%) è superiore rispetto a quello del 2001 (5,6%). In secondo luogo il 2002 è l'anno con il tasso di crescita maggiore dal 1970 (ad eccezione del 1979, con un 9,2%). Tutti sono d'accordo nel ritenere che gli anni '70 sono stati caratterizzati da una politica monetaria espansiva e poco lungimirante. Risulta quindi difficile ritenere moderato il comportamento di Greenspan durante il boom immobiliare.

Tariffe ipotecarie nella norma?


L'ultima obiezione che affronteremo in questo articolo è avanzata dall'eccellente economista di Chicago, Casey Mulligan, che scrive:
"Un'altra versione dell'ipotesi sugli aiuti finanziari afferma che le politiche statali hanno incoraggiato bassi tassi d'interesse per i mutui ipotecari, scelta che ha fatto lievitare il prezzo delle case. Credo che i prezzi delle case non sarebbero cresciuti così tanto se i tassi fossero stati più alti, ma i bassi tassi d'interesse non spiegano per quale motivo nel 2006 i prezzi delle case erano più alti rispetto a quelli degli anni 2003 e 2008. I tassi fissi dei mutui trentennali sono rimasti attorno al 6% durante tutto il periodo del boom e hanno continuato ad attestarsi attorno a quella cifra."
Nessuno nega che ci deve essere stato qualcosa di endogeno per spiegare il fenomeno della bolla immobiliare; dopotutto il tasso di sconto attualmente è tanto basso quanto durante Greenspan, e nessuno si aspetta che si sviluppi una nuova bolla nello stesso settore. Ma le gioviali obiezioni di Mulligan a proposito dei tassi d'interesse possono dare al lettore un'impressione sbagliata. Sta inducendo il lettore a pensare che i tassi ipotecari non hanno niente a che vedere con il boom perchè dopotutto sono sempre rimasti attorno al 6%. Ma in realtà il crollo dei tassi ipotecari ha parecchio a che vedere con l'inizio del boom immobiliare. Il seguente grafico riporta sia il tasso d'interesse dei mutui trentennali che l'aumento annuale dell'Home Price Index misurato da S&P/Case-Shiller:

Tasso di riferimento per i mutui trentennali (blu) - crescita percentuale dei prezzi delle case (rosso)

I tassi d'interesse sono scesi da circa l'8,5% della metà del 2000 fino al 5,5% nell'arco di tre anni. Il collegamento non è certo automatico, ma durante questo periodo c'è stata anche una crescita della massa monetaria e l'accelerazione della bolla immobiliare. Su questo ultimo aspetto si deve considerare che i tassi ipotecari sono crollati nell'arco di un anno (aprile 2002 - aprile 2003) dal 7% al 5,5%. Persino in un contesto ideale di consumatori razionali ci si aspetterebbe un aumento del prezzo delle case di circa il 17%. Nello stesso articolo Mulligan fa anche una bizzarra obiezione in merito ad una sua posizione in antitesi rispetto a quella di Larry White, sostenendo che i tassi d'interesse sui mutui a lungo termine non sono mai stati bassi durante il boom immobiliare. Ecco un grafico piuttosto significativo:

Come dimostrato dal grafico qui sopra, i tassi d'interesse ipotecari durante il picco della bolla immobiliare erano i più bassi nell'arco dei 37 anni da quando vengono registrati dalla St.Louis Fed. [...]


Questo post è la traduzione di un articolo di Robert P. Murphy, autore di "The politically incorrect Guide to Capitalism" per mises.org. Mentre lo traducevo la Fed ha tagliato il tasso sui Fed Founds portandolo tra lo 0 e lo 0,25%. Ci stiamo dirigendo verso le porte di Tannhauser.

9 dicembre 2008

La madre di tutte le bolle

La corsa ai titoli di stato statunitensi, conseguenza forzata dell'avversione al rischio post-bolla, ha fatto crollare il loro rendimento. L'alta domanda da parte di investitori che scelgono di orientarsi su titoli ritenuti sicuri, convinti che gli Stati Uniti non possano fallire, sono però il segnale di un "malfunzionamento" all'interno del mercato... almeno a detta di Bob Eisenbeis. Certamente un ruolo centrale in questa corsa all'acquisto è svolto dalle iniezioni di liquidità della Fed, che combinata all'avversione al rischio, spinge sia privati che banche a investire questo denaro stampato dal nulla in titoli di stato, piuttosto che in più redditizie obbligazioni emesse da società private. É quindi altamente probabile che i pianificatori economici stiano gonfiando un'altra bolla, che in questo caso riguarda le Treasuries statuniensi. Assodato che questo genere di iniezioni di denaro non possa durare per sempre, potrebbero materializzarsi conseguenze disastrose per il dollaro e più in generale per il sistema finanziario americano. L'esplosione di una bolla nel mercato dei titoli di stato e la fuga generalizzata che ne conseguirebbe forzerebbero il Governo a dover pagare interessi altissimi su un debito pubblico gigantesco. Considerato che gli Stati Uniti negli anni a venire non ridurranno assolutamente la propria spesa militare [*1 - *2] (alla faccia dei pro-Obama al di fuori degli States) e molto probabilmente la spesa per la Sanità aumenterà ulteriormente, negli anni a venire potremmo assistere all'esplosione di una bolla al cui confronto quelle delle dot-com e del mercato immobiliare sembreranno due scoregge. Questo post vuole essere a suo modo profetico, identificando le cause dell'ennesima bolla speculativa, anche per evitare che quando il mercato dei titoli di stato arriverà alla resa dei conti si punti il dito conto il libero mercato.
[*AFP] The panic in global financial markets has sparked an unprecedented rush into safe US Treasury securities, driving yields on short-term government notes down to almost zero. Due to stampeding demand for safe short-term investments, the US Treasury’s four-week and three-month bills on Friday yielded an effective rate of 0.01 percent — down sharply from 1.515 percent and 1.785 percent, respectively, in early September. [...] The low yields reflect a surge in demand for these instruments, seen as the safest in the world during times of turmoil. [...] But Bob Eisenbeis, analyst at Cumberland Advisors, said the unprecedented low yields are a sign of “dysfunction” in markets. Eisenbeis said US municipal bonds are paying upwards of 6.0 percent tax-free and corporate bonds even more, but that fears of default and a lack of knowledge about underlying bond quality have led investors to shun these alternatives. One reason for the surge in demand for Treasuries, said Eisenbeis, is the Federal Reserve’s decision to flood financial markets with liquidity including through other central banks.

Many central banks and commercial banks are reluctant to use this cash for traditional lending, and are buying Treasuries to ride out the storm, Eisenbeis added. A big question for the market is whether the Treasury market has become a bubble that will burst.

[...] Mike Larson, an analyst at Weiss Research, says the long-term bond market could be “the biggest bubble of all,” worse than the dot-com and real estate bubbles. “Treasury bonds almost never move this far, this fast. And interest rates, which move in the opposite direction of bond prices, almost never fall this far, this fast,” Larson said. Larson said the yield on the 10-year Treasury bond plunged from a mid-October high of 4.08 percent to nearly 2.5 percent this week, “yielding lows not seen since the mid-1950s.” “There are lots of reasons to believe this Treasury rally is unsustainable, and that a day of reckoning is fast approaching,” he said. [...]

5 dicembre 2008

Iniezioni letali

Questo non è un salvataggio, stanno imbalsamando un cadavere. A spese dei contribuenti e del loro potere d'acquisto:
[*AP] The Federal Reserve boosted its lending to commercial banks and investment firms over the past week, indicating that a severe credit crisis was still squeezing the financial system. The Fed released a report Friday saying commercial banks averaged $93.6 billion in daily borrowing for the week ending Wednesday. That was up from an average of $91.6 billion for the week ending Nov. 19. The report also said investment firms borrowed an average of $52.4 billion from the Fed’s emergency loan program over the week ending Wednesday, up from an average of $50.2 billion the previous week.

The Fed said its net holdings of business loans known as commercial paper over the week ending Wednesday averaged $282.2 billion, an increase of $16.5 billion from the previous week. Financial firms are borrowing from the Fed because they are having trouble raising money through normal channels as the financial system endures its worst crisis since the Great Depression. Banks are hoarding cash rather than making loans out of fear that they won’t be repaid. The Fed and the Treasury have been flooding the financial system with money in hopes that banks can return lending operations to more normal levels.

Per sdrammatizzare un po' ecco un video da The Onion News Network, segnalato da Pausania su Luogocomune.net:


In The Know: Should The Government Stop Dumping Money Into A Giant Hole?

1 novembre 2008

Free lunch

Ecco i primi segnali delle distorsioni del mercato causate dall'intervento governativo per "salvare" il sistema dal collasso: visti i soldi a pioggia che Paulson sta buttando in giro, a tanta gente sta venendo la tentazione di smettere di pagare il mutuo, dichiarandosi indigenti, per beneficiare dei sussidi del governo [*]. Dopotutto un pranzo gratis fa gola a tutti:
Why am I being punished for having bought a house I could afford? I am beginning to think I would have rocks in my head if I keep paying my mortgage.” Todd Lawrence, homeowner, outside Norwich, Conn.

21 ottobre 2008

Stato, banche e Moneta for Dummies



La truffa monetaria madeinBanchecentrali spiegata in modo chiaro ed efficace. Se ne consiglia la visione e soprattutto la diffusione [*].

25 settembre 2008

Insert 700 billion of dollars to play

L’Amministrazione Bush in questi giorni ha formalmente proposto al Congresso (a maggioranza democratica) quello che potrebbe diventare il maggiore salvataggio finanziario della storia degli Stati Uniti, con una richiesta di autorizzazione per il Tesoro di utilizzare fino a 700 miliardi di dollari (l’importo speso in costi diretti per la guerra in Iraq fino ad oggi) per acquistare toxic paper e cercare di salvare gli istituti finanziari statunitensi dal collasso per i prossimi due anni. Questo piano alzerà anche il tetto limite del debito pubblico da 10.6 e 11.3 triliardi di dollari. Come già affrontato più volte in questo blog, prima ancora che la crisi iniziasse, alle radici di questo problema ci sono le dissolute politiche monetarie della Fed, che dagli inizi del 2001 fino a tutto il 2004 hanno avuto un ruolo decisivo nel gonfiare la bolla immobiliare statunitense (ad esempio abbassando i tassi di riferimento dal 6% all'1% per poi rialzarli vertiginosamente, e far esplodere la bolla, fino al 5% negli ultimi 3 anni). Il Patriot Act finanziario, meglio noto come piano Paulson, sarà l'ennesimo chiodo piantato nella bara per gli States. Ecco i principali punti previsti dalla manovra [*HousingPanic]:
  1. Il segretario del Tesoro ha la possibilità di acquistare in qualsiasi momento, al prezzo deciso da lui stesso, titoli cartolarizzati, fino ad un tetto massimo di 700 miliardi di dollari. In altre parole il tetto di 700 miliardi è solo la linea di credito, una sorta di "serbatoio" di denaro di cui Paulson ha disponibilità. Egli può quindi continuare a vendere e comprare titoli per triliardi.
  2. Hank Paulson ha il completo controllo delle sue operazioni, che non possono essere riesaminate nè da un tribunale di legge nè dal Congresso e nemmeno dal presidente stesso.
  3. La procedura di acquisto delle cartolarizzazioni sarà gestita dal segretario, compreso il prezzo a cui saranno effettuati gli acquisti. Si tratta di un problema di non facile soluzione, che come ottimamente spiegato da Phastidio.net, potrebbe poter essere una delle cause di fallimento del salvataggio.
  4. Le istituzioni finanziarie agiranno come agenti finanziari del governo
Inutile affermare che, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, il piano di salvataggio non può in nessun modo salvare l'economia statunitense. Il piano costituirà anche un salasso per i contribuenti americani, il cui sforzo avrà probabilmente come unico effetto quello di riempire i forzieri del Tesoro di carta straccia strapagata. É bene affermarlo ora prima che questa manovra affonderà il sistema finanziario nella madre di tutte le recessioni, soprattutto per evitare che i soliti Tremonti, o peggio, affermino che il fallimento è avvenuto a causa del mercato. La realtà è che non c'è nessuna ricetta magica, tantomeno se statale, per risolvere un collasso generato da un'espansione del credito, se non quello di abbandonare un sistema economico inflazionistico (la fiat money con banca centrale).



P.S.: la foto presente nell'articolo non è vera, ma tratta da un libro di Alison Jackson.

18 settembre 2008

Patti chiari, amicizia lunga...

In seguito ai noti e storici scandali Cirio, bond argentini e Parmalat, bisogna dare atto all'Associazione Bancaria Italiana di aver preso le adeguate contromisure, ovvero la decisione di intraprendere l'operazione "Pattichiari". Si tratta di un'iniziativa finalizzata a rendere trasparenti i rapporti fra le banche e la propria clientela. Questo tentativo di restituire una verginità etica a un sistema marcio fino al midollo si è già rivelato fallimentare. Le banche aderenti forniscono periodicamente una lista dei titoli obbligazionari “sicuri” (a basso rischio). Insomma consultando questo elenco il risparmiatore dovrebbero essere in grado di sfuggire a nuovi crack. Sin dai primi passi mossi da questo servizio in molti nutrivano dubbi, soprattutto in merito a quello che sarebbe successo se obbligazioni considerate a basso rischio si fossero poi rivelate un cattivo investimento in seguito a rilevanti perdite. Un primo esempio pratico è stato il crollo delle obbligazioni Ford. Ma il più lampante risale a pochi giorni fa, con le obbligazioni di Lehman Brothers. Quelli di Pattichiari il 15 settembre scorso hanno tolto repentinamente i titoli dal paniere a basso rischio, quando ormai la frittata era fatta. Le cattive notizie non sono però terminate. I titoli AIG sono ancora tra quelli a basso rischio. L'American International Group molto probabilmente non avvierà le procedure fallimentare, nonostante i tentativi privati di acquisizione non siano andati a buon fine, in quanto la Fed ha garantito un prestito di 85 miliardi di dollari (ovviamente stampati ex novo) in cambio del pacchetto di maggioranza della compagnia. Si tratta di un rimedio che temporaneamente eviterà conseguenze devastanti ma che non farà altro che allungare l'agonia del sistema finanziario americano, in quanto ne lascia intatti i punti deboli. Quel che è certo è che coloro che si sono affidati a Pattichiari investendo in questi titoli vedranno il loro portafogli svuotarsi.

17 settembre 2008

You've got the Fed.

8 settembre 2008

Il Leviatano ha fallito. Ancora.

Ne avevamo già parlato a metà luglio, ma quanto pare da questa parte dell'oceano se ne sono accorti solo oggi. La mano del Leviatano ha salvato da un collasso certo Fannie Mae e Freddie Mac, i due mega-istituti che detengono il controllo della maggior parte dei mutui immobiliari Usa. Come preventivato si tratta di un'operazione da 5.200 miliardi di dollari (cifra a cui ammontano i mutui erogati dai colossi del credito); il Tesoro di Washington si è accollato completamente i rischi di insolvenza che stavano portano alla bancarotta Fannie e Freddie. Un'operazione che per le sue dimensioni non ha precedenti storici, nemmeno durante la Grande Depressione. L'importanza di questa manovra statale necessita un'ulteriore chiara spiegazione, anche alla luce delle balzane interpretazioni, che puntano il dito contro il libero mercato, che circolano per la rete e a cui fa eco l'ultraliberista Tremonti (“Il fallimento e il conseguente salvataggio del governo americano nei confronti delle due agenzie semigovernative Fannie Mae e Freddie Mac ”e’ la prova che il mercato da solo tante volte non sa badare a se stesso”). Innanzitutto Fannie e Freddie sono due agenzie governative o Gse (Governament sponsor enterprise), che dir si voglia, nonostante siano quotate sul mercato dal 1968. Si potrebbe affermare che dagli anni '70, seguendo una formula ben nota a noi italiani, abbiano iniziato a privatizzare gli utili e socializzare i debiti. Brevemente i due colossi prestano soldi alle banche che erogano prestiti per l'acquisto di una casa e una volta comprati i mutui di terzi li impacchettano in obligazioni che cedono sul mercato. La garanzia statale ha permesso loro di raccogliere danaro a tassi molto vantaggiosi e dunque alimentare la bolla speculativa. La storia è in sostanza sempre la stessa: in fase di crescita economica, i portafogli dei vertici aziendali ingrossano sempre più a suon di stock option, per poi scaricare sulla collettività il peso dei disastri provocati da collassi prevedibili. Lo stesso Greenspan in diverse audizioni al Senato ribadì più volte che le due agenzie lavoravano molto al di sopra delle proprie capacità. Il loro fallimento non è un fallimento del libero mercato, ma del regolatore statale, che già negli anni '70 pensò di cavarsela quotandole sul mercato. Oggi il Tesoro cerca di fare lo stesso, facendo pesare il debito sulle spalle dei contribuenti e obbligando privati e banche a comprare obbligazioni di Fannie e Freddie. Oltre al danno si aggiunge la beffa: i mutuatari che non saranno in grado di servire il loro debito perderanno la casa in quanto l'operazione è finalizzata esclusivamente a salvare dal fallimento le due agenzie (e la banca centrale cinese, creditrice per almeno 350 miliardi di dollari), ricostruendone il "capitale" svanito attraverso i soldi delle tasse e la stampa di denaro dal nulla. Una pratica piuttosto comune negli States durante le ultime decadi, come riporta l'Herald Tribune:
Despite decades of free-market rhetoric from Republican and Democratic lawmakers, Washington has a long history of providing financial help to the private sector when the economic or political risk of a corporate collapse appeared too high. The effort to save Fannie Mae and Freddie Mac is only the latest in a series of financial maneuvers by the government that stretch back to the rescue of the military contractor Lockheed Aircraft and the Penn Central Railroad under President Richard Nixon, the shoring up of Chrysler in the waning days of the Carter administration and the salvage of the U.S. savings and loan system in the late 1980s.

More recently, after airplanes were grounded because of the terrorist attacks of Sept. 11, 2001, Congress approved $15 billion in subsidies and loan guarantees to the faltering airlines. Now, with the U.S. government preparing to save Fannie and Freddie only six months after the Federal Reserve Board orchestrated the rescue of Bear Stearns, it appears that the mortgage crisis has forced the government to once again shove ideology aside and get into the bailout business. “If anybody thought we had a pure free-market financial system, they should think again,” said Robert Bruner, dean of the Darden School of Business at the University of Virginia.
E se il contribuente americano risulta essere il più indebitato della Terra (la guerra in Iraq ad oggi costa quasi 5.000 dollari a testa), tanto vale tacere sui veri costi di questa operazione, soprattutto in tempo di elezioni. Anche perchè tutti, compreso Barack noipossiamocambiare Obama sono d'accordo.

14 luglio 2008

Un disastro totale

Si sono aperte due nuove falle nel sistema creditizio americano: si chiamano Fannie Mae e Freddie Mac, le principali "istituzioni" americane che operano nel campo dei mutui (ma in questo caso di quelli prime, quelli più sicuri, considerati "sani" fino a ieri). Si tratta di due GSE, Government Sponsored Enterprises, servizi finanziari creati dal Congresso degli Stati Uniti con la funzione di supportare il credito a specifici settori dell'economia. Fannie Mae è il nome con cui è conosciuta la Federal National Mortgage Association (FNMA), che ha avuto in pratica il monopolio dei mutui in USA da quando è nata (nel 1938) fino alla fine degli anni sessanta, mentre il nome completo di Freddie Mac è Federal Home Loan Mortgage Corporation (FHLMC). Due articoli dettagliati e quantomeno premonitori si possono leggere in lingua inglese su mises.org [* Freddie Mac: A Mercantilist Enterprise - *Fannie Mae: Another New Deal Monstrosity]. Sono risalenti rispettivamente al 2005 e 2007, ma che prevedevano lucidamente le conseguenze con cui oggi gli States stanno facendo i conti:
[...] the issue of risk has been largely ignored. On the basis of the kind of strategy Freddie Mac currently pursues, its business is far more volatile than its credit rating suggests and, despite the use of derivatives, is extraordinarily exposed to interest rate risk. This simple fact means the company's past performance is in no way a barometer of future performance. The earnings suppression occurred during a period of declining interest rates. However, if the interest rate environment were to change dramatically, the company's significant gains in their portfolio could suddenly turn into significant losses. Indeed, it appears that the most recent monetary expansion being orchestrated by the Fed has led to a boom in the housing market as a result of depressed interest rates that are not likely to hold in the long-term. As this boom unravels and interest rates move upward, Freddie Mac could be left with large scale losses. The signs are already pointing in this direction.
Questo estratto è di più di 3 anni fa, eppure fotografa la situazione attuale. I prestiti di FNMA e FHLMC valgono complessivamente 5.200 miliardi di dollari. Per avere un'ordine di grandezza, quel volume di prestiti è pari al 58% dell'intero debito pubblico americano. Se dovessero crollare queste due "banche" la crisi dei mutui "subprime" sembrerà una modesta avvisaglia in confronto a questa deflagrazione. Paradossalmente l'attuale situazione disastrosa sarà peggiorata dal tentativo del Tesoro di salvare il salvabile. Queste le due contromisure [*1]:
[...] Treasury Secretary Henry Paulson swung the weight of the federal government behind Fannie Mae and Freddie Mac, the beleaguered companies that buy or finance almost half of the $12 trillion of U.S. mortgages.[...] Paulson proposed that Congress enact legislation giving the Treasury temporary authority to buy equity “if needed” in the firms, and to increase their lines of credit with the department from $2.25 billion each. The temporary authority may be for 18 months, a Treasury official told reporters on a conference call on condition of anonymity.
Ampliare le linee di credito e ripianare il debito garantendo l'accesso allo sportello per l'erogazione del credito al tasso di sconto. Insomma se le due istituzioni dovranno essere salvate sarà grazie alla stampa di nuovo denaro, ovvero un'espansione della massa monetaria (inflazione) con la conseguente perdita d'acquisto dei salariati. Ecco sinteticamente le conseguenze, riassunte dal presidente della Rogers Holdings [*2]:
Taxpayers will be saddled with debt if Congress approves U.S. Treasury Secretary Henry Paulson’s request for the authority to buy unlimited stakes in and lend to Fannie Mae and Freddie Mac, Rogers said in a Bloomberg Television interview. Goldman Sachs Group Inc. analyst Daniel Zimmerman predicted the mortgage finance companies’ shares may fall another 35 percent. “I don’t know where these guys get the audacity to take our money, taxpayer money, and buy stock in Fannie Mae,” Rogers, 65, said in an interview from Singapore. “So we’re going to bail out everybody else in the world. And it ruins the Federal Reserve’s balance sheet and it makes the dollar more vulnerable and it increases inflation.”
Tanto per cambiare tutto questo casino lo pagheranno i contribuenti, con una sorta di "socializzazione del debito" e più in generale chi possiede dollari. L'ennesima conferma delle teorie di Von Mises sull'intervento statale in economia, riassunte in questo articolo di Llewellyn H. Rockwell, "Freddie, Fannie, and Curses on FDR".

6 luglio 2008

Il panico dopo la bolla

Guardate *questo video. Phillip Swagel, assisente del Segretario del Tesoro statunitense cerca di convincere, con risultati quantomeno deludenti, i giornalisti presenti al briefing sul miglioramento delle attuali condizioni economiche americane. Un laureato ad Harward, che ha già ricoperto diverse posizioni all'interno della Fed e dell'Imf, è in palese difficoltà nella missione impossibile assegnatagli da Hank Paulson: infondere ottimismo e mettere in buona luce le attuali scelte governative in materia economica. Un'impresa, considerati i 438,000 posti di lavoro persi nella prima metà del 2008. Ecco un'estratto della conferenza [*1]:

Does this mean the economy is worse than the Bush administration expected?

“We shouldn’t, in a sense, be surprised when the data are, are, soft,” Swagel managed to say.

Does the economy need another stimulus package?

“I-it seems, you know, it seems like that’s, that’s enough, uh, enough.”

What might trigger another round of economic stimulus?

“I don’t, I guess I don’t have an answer, I mean, you know, beyond saying we look at all the data and, um — so, my usual line.”

Notare i vaneggiamenti, soprattutto in risposta alla seconda domanda. É infatti ormai chiaro che le contromisure del Governo per fronteggiare la crisi post-bolla sono state del tutto inefficaci, anzi, come riporta il Gongoro, hanno creato un'ulteriore *bolla nel settore pornografico.

24 aprile 2008

Il penny e l'inflazione creata dalla Fed

Costa molto produrre soldi. Questo fatto non è tangibile solo per gli imprenditori e gli affaristi, ma anche per il Dipartimento del Tesoro. Per stampare banconote o coniare monete il Bureau of Engraving and Printing (la zecca statunitense, ndt) deve comprare tutte le risorse necessarie, compresa carta, inchiostro, macchinari e metallo. Nel caso delle banconote questi acquisti sono trascurabili in quanto è semplice aggiungere uno zero in più per coprire i costi. Per le monete non vale lo stesso discorso. Il prezzo dello zinco necessario a coniare i pennies è costantemente in crescita. Come riporta un articolo del New Yorker [*1], il costo di produzione di un centesimo oggi si aggira attorno a 1,7 centesimi; costa quindi quasi due centesimi produrne uno. Produrre una moneta a un costo maggiore rispetto al suo stesso valore è conosciuto come "signoraggio negativo". Questo fenomeno ha portato molti a mettere in discussione l'esistenza stessa del penny, proponendo di abolirlo. Comprendere il signoraggio negativo in termini economici porta invece alla conclusione opposta: le banconote da 100 dollari non dovrebbero essere più stampate.

Perchè il prezzo dello zinco sta salendo? C'è stato qualche drammatico cambiamento nell'industria mineraria o un'improvvisa catastrofe? No, perchè a confronto con molte altre valute e beni al mondo, il prezzo dello zinco non è aumentato. Piuttosto è la continua perdita di valore del dollaro la causa del prezzo in aumento. Più è grande l'offerta di un bene, minore sarà il valore di ciascuna unità. Fenomeno noto come la legge dell'utilità marginale. Applicando questa legge nell'ambito della moneta si giunge alla conclusione che quando la zecca stampa dollari, il valore degli esistenti diminuisce e quindi serviranno più dollari per acquistare metalli e altri beni. Il Governo è in grado di "stampare" denaro sia elettronicamente, manipolando i tassi di interesse, sia attraverso la creazione fisica di banconote e monete. Sebbene sia diventato molto più semplice aumentare le riserve semplicemente schiacciando un bottone, se la gente dovesse chiedere improvvisamente tutti i propri depositi bancari, sarebbe necessario che il governo stampasse un'incredibile quantità di denaro (o rifiutarsi causando più panico). Un così ingente incremento della massa monetaria causerebbe iperinflazione portando la società nel caos più totale. Il denaro è la linfa vitale dell'economia e rende il calcolo economico possibile. Le imprese sono in grado di decidere cosa produrre basandosi sui profitti, che sono valutati in termini economici. Senza soldi non può esserci un calcolo economico adeguato. Sarebbe come tentare di costruire una casa utilizzando una riga che costantemente si allarga e restringe.

In ogni caso non deve esserci iperinflazione perchè gli effetti della stampa di denaro siano percepiti.
Ogni aumento nell'offerta di denaro, per quanto sia minuscolo, diminuisce il potere d'acquisto dei dollari in circolazione e quindi distorce il calcolo economico. Ridurre il potere del governo di stampare moneta significa creare un'economia più prosperosa. Com'è possibile realizzarlo? Imporre che queste banconote vengano stampate a un signoraggio estremamente "alto" non è una soluzione perchè il governo sarà sempre tentato di pagare le spese stampando denaro. Quello che rende le monete e gli altri beni utilizzabili come valuta è semplicemente che non possono essere "stampati". Oro, rame e argento dovrebbero essere estratti dal suolo, così che il Governo sia limitato nelle spese e soprattutto nel provocare inflazione. In questo modo più sarà costoso il penny, o qualsiasi altra moneta, meglio sarà. La carta deve essere messa in discussione. Ha un senso dare a qualsiasi istituzione il diritto legale di stampare denaro ogni volta che lo ritiene necessario? Non c'è responsabilità fiscale finchè si ha un assegno in bianco.

Un esempio lampante delle devastazioni causate dalle aggressive politiche delle banche centrali è la nuova banconota da 50 milioni di dollari in Zimbabwe [*2] con cui ci si possono comprare appena tre pagnotte. Sebbene inizialmente stampare più denaro può causare un temporaneo boom economico e spingere la gente a spendere di più, un'economia del genere verrà rapidamente messa a soqquadro. La stampa di denaro del governo non migliora la condizione economica; la produzione nel mercato si. Nelle industrie in cui c'è innovazione e aumento della produzione i prezzi cadono. Ciò è palese nel settore tecnologico (le sue industrie sono quelle meno vessate dai regolamenti governativi, al contrario del sistema sanitario, dove i prezzi crescono vertiginosamente). La ragione per cui i prezzi nel settore tecnologico scendono è che il passo dell'innovazione e della produzione è più veloce dell'inflazione alimentata dal governo. Immaginate i risultati se avessimo una valuta stabile e i prezzi fossero in grado di ridursi in ogni ambito industriale.

In un mondo senza l'intervento governativo in economia e nell'offerta di moneta i prezzi cadrebbero fino a che il penny riprenderebbe la sua importanza. Invece di sminuire l'utilità del penny, gli economisti dovrebbero riconoscere la sua capacità nel combattere l'inflazione governativa e nel propugnare il ritorno a una valuta più stabile. Le monete possono essere costose da coniare per il governo, ma ci assicurano il mantenimento del loro valore, indipendentemente da quello che fanno le banche centrali.


Questa è la traduzione di un articolo di Max Raskin del Mises Institute. Potete contattarlo via mail o scrivere sul suo blog.

15 aprile 2008

La Fed ha causato la bolla immobiliare?

Uno dei pochi sviluppi positivi della bolla immobiliare statunitense è di aver portato molti economisti [*1] a riconoscere il dannoso ruolo giocato dalla Federal Reserve. Anzi, alcuni analisti hanno discusso alla CNBC della completa abolizione della Banca centrale statunitense [*2]. L'accusa nei confronti della Fed è chiara: nel tentativo di far uscire l'economia americana dalla recessione, Greenspan ha tagliato i tassi di sconto passando dal 6,5% del gennaio 2001 ad un ridicolo 1% del giugno 2003 [*3]. Dopo aver mantenuto per quasi un anno il tasso attorno all'1%, la Fed l'ha stabilmente riportato al 5,25% del giugno 2006. La connessione tra la politica monetaria della Banca centrale e il progressivo "gonfiarsi" della bolla speculativa sembra più che una semplice coincidenza. Al contrario è un classico esempio di teoria misesiana del ciclo economico, in cui tassi di interesse mantenuti artificalmente bassi, provocano cattivi investimenti [*4], a cui seguirà una recessione per correggerne le "storture" provocate nel mercato. Ironicamente, così come diversi analisti riconoscono la correttezza del punto di vista austriaco, due economisti libertari Jeffrey Rogers Hummel e David Henderson, sostengono l'opposto. Hummel e Henderson (H&H) sostengono che la Fed non va biasimata [*5] per il disastro immobiliare. Uno degli argomenti portati da H&H a difesa della Fed è che i bassi tassi dei primi anni del XXI secolo non erano poi così bassi se aggiustati in riferimento all'inflazione. Testualmente:
Why do people judge the Federal Reserve, whether under Alan Greenspan or Ben Bernanke, to be a major cause of the subprime bust? They note how low interest rates were from 2002 through 2004 and make the classic mistake of using interest rates to judge monetary policy. If interest rates are low, they reason, monetary policy must have been excessively expansionary. Years ago, Milton Friedman pointed out one problem with this reasoning by emphasizing the distinction between nominal and real rates. Nominal rates can be low because expected inflation is low, an indicator of tight monetary policy.
Sebbene il discorso di fondo sia giusto, questa spiegazione non esonera le responsabilità di Greenspan. Come riportato nel grafico 1, anche correggendo i tassi di sconto con l'inflazione, essi rimangono comunque notevolmente bassi. Bisogna tornare agli anni '70 per trovare una politica monetaria simile [*].

Come attesta l'estratto di cui sopra, H&H sono convinti che i tassi di interesse non siano un'ottimo metro di valutazione della politica economica della Banca centrale. Dal loro punto di vista sono molto più indicativi i tassi di crescita degli aggregati monetari:
The better way to judge monetary policy is by the monetary measures: MZM, M2, M1 and the monetary base. Since 2001, the annual year-to-year growth rate of MZM fell from over 20% to nearly 0% by 2006. During that time, M2 growth fell from over 10% to around 2%, and M1 growth fell from over 10% to negative rates. The Fed most directly controls the monetary base. Its year-to-year annual growth rate since 2001 fell from 10% to below 5% in 2006 and now is 2%. Also, nearly all of the growth of the monetary base went into currency, much of which is held abroad.
Le statistiche fornite dagli analisti non sono sufficientemente complete per poter valutare il problema. Il grafico 2 confronta il tasso di sconto con la crescita degli aggregati monetari:

Questo grafico fotografa ottimamente il meccanismo secondo cui la Fed conduce le sue operazioni di mercato: quanto taglia i tassi d'interesse, pompa valuta nel sistema, aumentando l'offerta di banconote. Al contrario, quando alza i tassi, riduce l'espansione monetaria. Ed è proprio quello che è avvenuto dal gennaio 2001 al giugno 2003. Inoltre per verificare quanto fosse inflazionaria la Fed ad inizio duemila possiamo confrontare i tassi di crescita della liquidità primaria M1 con quelli della massa monetaria:

Quando la Fed stava gonfiando la bolla immobiliare i tassi di crescita erano identici a quelli del 1970 [*], periodo in cui si verificò una crisi econimica, che aprì una lunga fase di instabilità (durante la quale Nixon sospese la convertibilità del dollaro in oro e in seguitò svalutò la banconota). A meno che H&H non sostengano che la Fed agì in maniera responsabile durante gli anni '70, anche il comportamento attuale della Banca centrale risulta irresponsabile e gioca un ruolo primario fra le cause dell'attuale recessione statunitense.


Questo post è la traduzione "libera" di un articolo di Robert P. Murphy. Se dovessero esserci imprecisioni o errori siete liberi di segnalarmeli direttamente qui o via mail. Se invece volete contattare l'autore questa è la sua
mail.

7 aprile 2008

SuperBCE

La moneta è la linfa vitale dell'economia, l'intermediario di tutti gli scambi. Comandare su di essa e imporla a corso forzoso, secondo la visione keynesiana, significa impadronirsi di un centro di comando vitale per il controllo dell'economia. I governi, stabilito il monopolio assoluto dell'emissione di banconote e creato un sistema bancario centralizzato che permetta un'inflazione completamente controllata e diretta da loro stessi, aspirano ora ad un controllo totale e asfissiante su ogni singola realtà economica dei propri cittadini. Negli States è già al vaglio la proposta [*1] di conferire alla FED ulteriori poteri (che per l'approvazione dovrà però attendere almeno fino a novembre), fino ad arrivare alla possibilità di inviare la SWAT presso le istituzioni a rischio, e vista la crisi all'orizzonte anche in Europa, pare che saranno prese contromisure simili:
[*Repubblica] Tra le macerie dello tsunami dei subprime ingrassa il temibile virus della sfiducia e cresce l’inevitabile conta delle «vittime». L’America prova a correre ai ripari, l’Europa sta alla finestra. È scienza o incoscienza? A Washington si discute di SuperFed, a Francoforte c’è qualcuno che ragiona di SuperBce? Se provate a girare la domanda ai banchieri centrali al lavoro nel grattacielo dell’Eurotower, la risposta che arriva sembra rassicurante: «Il piano Paulson e la parziale "autoriforma" della Federal Reserve dice Lorenzo Bini Smaghi, membro italiano del board vanno nella direzione che la Banca centrale europea va auspicando da tempo». Accentramento e rafforzamento delle funzioni di vigilanza, allargamento dei controlli sui soggetti bancari e finanziari, armonizzazione delle regole sui ratios e sugli standard patrimoniali. [...] La graduale trasformazione della Banca centrale americana in un formidabile «booster» per la crescita, attraverso una gestione sempre troppo prociclica dei tassi di interesse, ha fatto il resto. E nel panico di oggi, per evitare un Big Crash mondiale, Bernanke è costretto a trasformare la Fed in una Gepi, salvando una banca d’affari con i soldi dello Stato. Una forma di neoassistenzialismo che rischia di imprimere un’ulteriore deformazione al sistema. Nell’ottica europea, se in questo turmoil c’è un peccato originale, lo ha commesso la Fed. E tocca agli americani espiarlo per primi. La Banca centrale europea ha seguito e segue una filosofia diversa, come lo stesso Bini Smaghi ripete attingendo al suo intervento di venerdì scorso alla Harvard Law School di New York: «Come possono le banche centrali gestire al meglio la politica monetaria in una fase di turbolenza finanziaria? Il primo target che dovrebbero fissare, tra le loro priorità, è quello della stabilità dei prezzi. Avendo un obiettivo principale, si evita la confusione e la sovrapposizione con obiettivi secondari, e si lanciano messaggi più chiari ai mercati. La credibilità della Bce nell’impegno contro l’inflazione è la migliore garanzia per mantenere i tassi di interesse sul livelli bassi nel medio periodo, per sostenere la crescita e l’occupazione e per rassicurare i mercati». Non solo. Secondo Bini Smaghi, tenere salda la barra del timone sulla lotta all’inflazione serve anche a non snaturare il ruolo della Bce. «Il rischio maggiore per una banca centrale, in una fase di turbolenza, è che essa sia sottoposta a pressioni indebite per assumere responsabilità che non le competono, e in particolare per risolvere problemi di solvibilità degli operatori. Al contrario, una banca centrale dovrebbe avere la sola responsabilità di garantire un adeguato funzionamento del mercato monetario e di stabilire i propri target attraverso precise chiavi operative. Questo è quello che la Bce ha fatto finora, intervenendo con operazioni di rifinanziamento con un occhio sulla stabilizzazione del tasso overnight. Le banche commerciali non lo hanno compreso fino in fondo. Ma questo è quello che la Bce continuerà a fare...». Come dire: non aspettatevi che Francoforte intervenga per salvare una banca, se anche nell’Eurozona si verificasse un caso Bear Stearns o un caso Northern Rock. «Questo alla Banca centrale europea non potete proprio chiederlo: non è il suo mestiere e non deve diventarlo». [...] La Bce ha poteri assoluti sulla politica monetaria, ma non ne ha affatto sulla politica bancaria. Il rapporto del Financial Stability Forum presieduto da Mario Draghi ha indicato a febbraio qualche linea guida: più trasparenza nei bilanci, più scambio di informazioni tra i regolatori, più poteri ispettivi per le autorità. Ma questi, di fronte alla complessità del meltdown finanziario in corso, sono pannicelli caldi. Il ministro del Tesoro uscente, Tommaso PadoaSchioppa, ha un’idea più ambiziosa: «Servirebbe un unico organismo di vigilanza a livello europeo». E questa è stata la proposta italiana all’Ecofin di Brdo di venerdì scorso, per aggirare un problema che ci rende diversi (e stavolta in negativo) dagli Stati Uniti: abbiamo un’unica moneta, un solo sistema di pagamenti, un solo organismo che ha in mano la leva dei tassi di interesse, ma non abbiamo una banca centrale deputata al controllo centralizzato delle attività creditizie e al coordinamento della vigilanza con gli altri regolatori di mercato. [...]
Vigilanza, controlli, ispezioni, controllo centralizzato, tutti punti chiave che rafforzano l'attualme sistema che prevede una "carta moneta" manipolata dal Governo e dalla Banca centrale, che inflazionano a piacimento. La conseguenza di queste trasformazioni non è assolutamente quella di ottenere stabilità e benessere, bensì quella opposta: cicli economici che provocheranno un continuo aumento dei prezzi dei beni di consumo [*2]. Un maggiore controllo da parte di queste autorità, che costituiscono il principale vettore delle crisi economiche che si susseguono non può che portarea un'inflazione galoppante accompagnata da un collasso monetario e dallo spostamento di tutta la ricchezza verso le banche stesse, che durante le bolle guadagnano attraverso gli interessi sul capitale "artificialmente stampato" e a bolle esplose riacquisiscono i beni di coloro che non possono più permettersi il pagamento del mutuo. Un processo progressivo, garantito dallo Stato, che porta qualsiasi risorsa nelle mani di pochi (a tal proposito consiglio la lettura di *Come si genera una crisi finanziara? di Ashoka per Luogocomune). L'ingerenza del Governo causa quindi caos e acuisce le disparità e questa tendenza può essere modificata solo con un cambiamento drastico e repentino di tutto il sistema economico mondiale: il ritorno a una "moneta" scelta dal libero mercato in virtù della sua commerciabilità (e non da un'autorità superiore che si arroga anche la sua gestione) e l'allontanamento completo del Governo dalla scena monetaria. Non esistono altre soluzioni o dei provvedimenti intermedi, comprese le proposte di controllare i prezzi [*3] o di scale mobili. Si tratta di contromisure che peggiorerebbero la situazione [*4].