[Minuto -3:43, “I Hope We Have a Special Prison for 9/11 Conspiracy Theorists”]
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6 marzo 2008
20 febbraio 2008
88.80.13.160
[PI.it] Da alcune ore la rete è stata privata dell'accesso più semplice ed ovvio a 1,2 milioni di documenti incandescenti. Tanto era il "bottino" accumulato dal 2006 ad oggi dal sito meno politically correct della rete, quel Wikileaks.org divenuto celebre per aver dato voce agli anonimi e svelato misteri talvolta particolarmente imbarazzanti per questo o quel soggetto. Un materiale ora inaccessibile ai più: il motivo è una ordinanza di un giudice californiano che sta indagando su quanto pubblicato sul sito. Chi si recasse in queste ore alla URL del celebre spazio web si troverebbe dinanzi ad una pagina di errore, come se quel sito non fosse mai esistito (e difatti...) . Secondo la decisione di un tribunale della California il provvedimento si è reso necessario per approfondire un caso imbastito da una banca svizzera, del gruppo Julius Baer, che si sarebbe sentita diffamata da documenti che l'accuserebbero di pratiche illegali, riciclaggio di denaro, evasione fiscale e via dicendo. Tutti documenti pubblicati in modo anonimo, com'è nella filosofia e nella struttura di Wikileaks, studiato per proteggere gli autori delle rivelazioni e per consentire a chiunque di raccontare la propria verità pubblicando documenti a propria discrezione.Una scelta, quella californiana, che potrebbe portare alla fine di un esperimento globale che molti già avevano promosso come un essenziale strumento di trasparenza. [...] Questo però non toglie che quello spazio web continui ad essere accessibile: non alla massa degli utenti che conoscono la URL ora indisponibile, ma a coloro che digitano direttamente l'indirizzo IP 88.80.13.160. Il fatto che i documenti siano accessibili in questo modo sta naturalmente spingendo blog e sostenitori a diffondere il verbo anticensura e i numerini magici a più non posso.[...] Ma per i gestori, quanto avvenuto in queste ore potrebbe essere solo l'avvio di un lungo procedimento legale. Il tribunale ha già chiesto a Dynadot di fornire tutti i record ed account amministrativi e qualsiasi altra informazione su wikileaks.org, compresi i contatti, i dati di pagamento e ogni dato, come ad esempio l'indirizzo IP, relativo alle persone "che hanno avuto accesso all'account di quel nome a dominio"
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3 gennaio 2007
Per chi suona la campana?
(fonte: ansa)La democrazia made in USA continua a stupire. Chi considerava Ray Bradbury uno scrittore di fantascienza sarà costretto a ricredersi, perchè ci troviamo di fronte alla Fahrenheit 451 del ventunesimo secolo, dove però il killer non è la censura finalizzata al controllo della società civile, bensì le leggi spietate del libero mercato. In luogo del corpo di vigili impegnato a bruciare ogni tipo di volume, abbiamo le biblioteche pubbliche americane, che affidano i loro archivi ad un software che sceglie i libri da mettere a disposizione del lettore in funzione della loro richiesta commerciale nell'arco degli ultimi anni. L'effetto che si ottiene è quello di sfoltire il numero di classici presenti negli scaffali, a favore di un notevole aumento dello spazio dedicato ai best-seller e ai libri nuovi. Questa tendenza è palesemente in contraddizione con quello che è il significato di biblioteca, ovvero "archivio di libri", concetto che nasce nel 600 a.C. con la collezione di 22.000 tavolette d'argilla di Assurbanipal. Questo nuovo trend delle istituzioni comunali e statali si uniforma a quelli che sono gli standard delle librerie commerciali (Border's e Barnes and Noble su tutte) che si basano esclusivamente sulle preferenze del mercato per assegnare in nome del profitto lo spazio limitato degli scaffali. Le previsioni di Orwell e di Bradbury erano quindi esatte: il governo manipola le informazioni eliminando le notizie contrarie alla convenienza della classe dominante, in un'ottica di solo profitto. Emblematica è la dichiarazione di Sam Clay, responsabile delle biblioteche pubbliche di Fairfax: «Un libro non è eterno. Se hai 30 metri di scaffalature occupate da libri sui tulipani e solo uno viene preso a prestito, devi liberarti di tutti gli altri». Un problema di carattere logistico, quindi. Dopo l'abolizione dell'Habeas Corpus adesso viene rimesso in vigore l'Index librorum prohibitorum, creato nel 1559 per opera della Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione, che fino al 1966 considerava immorali e deleteri autori come Hugo, Kant, Voltaire, Zola, Foscolo e Leopardi. Come mezzo secolo fa non si voleva contaminare la fede ora si vuole evitare la contaminazione del pensiero, non è infatti da escludere che la scelta sia anche di carattere propagandistico. E a chi dovrebbero invece rinunciare i lettori americani nell'anno 2006? Emily Dikinson, Harper Lee e udite udite, Ernest Hemingway. Non vorremmo mai che qualche yankee leggendo "Per chi suona la campana" si convinca che uno statunitense oltre che per la Halliburton può combattere anche per la democrazia del suo paese?
"No man is an island, entire of itself; every man is a piece of the continent, a part of the main. If a clod be washed away by the sea, Europe is the less, as well as if promontory were, as well as if a manor of thy friend's or of thine own were. Any man's death diminishes me, because I am involved in mankind; and therefore never send to know for whom the bell tolls; it tolls for thee.", Meditation XVII of Devotions Upon Emergent Occasions, il poema di John Donne che ispirò il titolo del romanzo di Hemingway.
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27 ottobre 2006
L'Europa si muove per uccidere Internet
(fonte: PrisonPlanet.com - Paul Joseph Watson - 26/10/2006)L'amministrazione Bush sta facendo il possibile per infiltrarsi, manipolare, regolare e inquinare la Rete attraverso la propaganda Neo-con, come pure uno dei punti fermi della loro agenda consiste nel disegnare i blogger americani come terroristi. Atteggiamento che ben presto sarà imitato dal governo britannico e dalle altre principali nazioni europee. Il Ministro degli Interni inglese, John Reid (nella foto), politico con un passato da radicale stalinista [*1 - guardian], si è recentemente incontrato con i ministri delle sei più importanti nazioni europee e ha ottenuto la loro collaborazione per rendere internet un luogo più ostile per i terroristi [*2 - bbc]. Come porteranno a termine il loro scopo? Iniziando una rigida campagna contro coloro che usano internet per diffondere la propaganda. Nel Regno Unito la paura paranoica della diffusione di teorie alternative che possono contraddire le versioni ufficiali è una delle ragioni per cui è stato bandito il diritto di protestare senza autorizzazione del governo [*3]. Analogamente la richiesta di accesso del governo statunitense al database delle parole di ricerca di circa 150 milioni di americani [*4 - theregister] prova che le elite dominanti stiano tentando di controllare l'ultimo baluardo della libertà di informazione e di limitare la sua influenza sul pubblico. Anche l'Unione Europea si sta muovendo in questo senso, cercando di imbrigliare la diffusione di informazioni nella Rete. Il primo passo sarà quello di introdurre una serie di leggi che limitino notevolmente l'upload di filmati protetti da licenza [*5].
"Spacciare deliberate menzogne e credervi con purità di cuore, dimenticare ogni avvenimento che è divenuto sconveniente, e quindi, allorché ridiventa necessario, trarlo dall'oblio per tutto quel tempo che abbisogna, negare l'esistenza della realtà obbiettiva e nello stesso tempo trar vantaggio dalla realtà che viene negata... tutto ciò è indispensabile, in modo assoluto", 1984 - La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico di Emmanuel Goldstein
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30 agosto 2006
Ciascuno ha diritto di protestare come vuole
(fonte: lapadania.com - Massimo Fini - 26.08.06) Gentile Direttore,
i paragoni di vicende attuali con i crimini nazifascisti sono una forzatura grottesca. Lo sterminio degli ebrei perpetrato dai nazifascisti fu un fatto specifico, eccezionale, scientificamente pianificato e attuato nelle maniere atroci, orrende, che tutti conosciamo. Forzata e grottesca è l’equazione, formulata spesso dalla stampa, anche italiana, George W. Bush uguale Hitler. Forzati e grotteschi sono dunque anche i paragoni fatti dall’Ucoii in un comunicato a pagamento pubblicato dal Quotidiano Nazionale: “Ieri stragi naziste, oggi stragi israeliane”, “Marzabotto=Gaza”, “Fosse ardeatine=Libano”. Ma anche noi usiamo ed abusiamo di queste forzature. Anzi siamo stati i primi. È stato il presidente Bush, ripreso favorevolmente da quasi tutta la stampa occidentale e da autorevolissimi storici, politologi, esperti e commentatori, americani, europei e italiani, a parlare di “fascisti islamici”. Ora si può pensare quello che si vuole dei movimenti, terroristici o di guerriglia o semplicemente ideologici, che oggi, nel mondo islamico, si oppongono all’Occidente, ma col fascismo, fenomeno europeo, non c’entrano niente. E se una componente, poniamo, della comunità ebraica italiana avesse pubblicato a pagamento un comunicato in cui paragonava gli atti dei terroristi o dei guerriglieri islamici a quelli dei nazisti e avesse fatto, come ha fatto l’Ucoii, un elenco delle loro vittime, certamente non ci sarebbe stata “l’unanime condanna” del nostro mondo politico, la richiesta di espellere questa componente da ogni organizzazione dello Stato né si sarebbe invocata la censura (Mastella) o parlato di “istigazione a delinquere” (D’Onofrio) o proposto di mettere direttamente i suoi esponenti in galera (Gasparri) come invece è stato fatto con l’Ucoii. Il problema è, come sempre, quello dei due pesi e due misure, che sono convinto esasperi il mondo musulmano, anche quello non fondamentalista, ancor più delle nostre bombe. L’Occidente è pieno di armi atomiche fin sopra i capelli (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Israele), ma basta che ci sia il sospetto che un Paese islamico, l’Iran, possa ipoteticamente farsene una che subito ci sono i deferimenti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, minacce e piani di colpirlo preventivamente, guarda un po’, proprio con bombe nucleari sia pure “tattiche”. Israele ha violato trenta risoluzioni Onu senza patirne alcuna conseguenza, per Saddam Hussein è bastato il sospetto che non ne avesse rispettata una (il possesso delle famose “armi di distruzione di massa” che non sono state mai trovate e che aveva in altri tempi quando proprio noi gliele avevamo fornite in funzione antikhomeinista, antisciita e anticurda) perché l’Iraq fosse aggredito, invaso, occupato con conseguenze devastanti per la sua popolazione (150mila morti) e con la disintegrazione di quel Paese. E anche come “disinformatia” non siamo da meno. Quella dell’Ucoii è sì fare un puntiglioso e macabro elenco delle vittime civili dell’esercito israeliano senza fare minimamente cenno alle vittime civili provocate dalla guerriglia o dal terrorismo palestinesi o islamici. La nostra, in questo caso, è di forzare ulteriormente il comunicato dell’Ucoii. Così Magdi Allam scrive sul Corriere della Sera (20 agosto) che il comunicato dell’Ucoii “nega il diritto di Israele all’esistenza e ne predica la distruzione”. Nessun riferimento del genere c’è in quel comunicato che, oltre al paragone grottesco di cui si è detto, fa una critica durissima alla politica del governo israeliano ed elenca le vittime provocate dall’esercito di Gerusalemme. Nemmeno questo si può dire? Sono d’accordo su un punto che non è espresso esplicitamente nel comunicato Ucoii ma è implicito e che le “unanimi” reazioni di sdegno confermano. Non è ammissibile che ogni critica a Israele sia immediatamente bollata come antisemitismo e come razzismo. Non è ammissibile che Israele pretenda, come pretende, di godere di un trattamento privilegiato in ragione dello sterminio di sessant’anni fa. Israele, oggi, è uno Stato come un altro e, come per ogni altro Stato, le sue politiche e le sue azioni possono essere legittimamente oggetto di critiche anche durissime, giuste o sbagliate che siano. Questo eterno ricatto morale, che strumentalizza cinicamente i poveri morti di ieri per giustificare i poveri morti di oggi, deve finire. Oltretutto credo che non giovi, come ha osservato anche qualche commentatore ebraico americano, a Israele stesso. Si è detto anche che il comunicato Ucoii è un’istigazione all’odio. Può essere. Ma l’odio è un sentimento e come tale non lo si può reprimere d’autorità né mettergli le manette. Io ho il diritto di odiare chi mi pare e di dirlo. Ma se torco anche solo un capello a coloro che odio devo andare dritto e di filato in galera. In ogni caso in quanto a odio anche noi non scherziamo. Quando George W. Bush parla di “Stati canaglia” che cos’è se non “istigazione all’odio” una minaccia di distruggere quegli Stati, almeno nell’assetto che si sono dati come è avvenuto per l’Iraq? Che cosa sono se non espressioni d’odio gli articoli di certi fondamentalisti occidentali? Che cosa esprimono, se non odio e disprezzo gli ultimi libri di Oriana Fallaci? Eppure nessuno, a parte alcuni integralisti islamici che fan il paio con i nostri, si è mai sognato, giustissimamente, di chiedere il ritiro di quei libelli venduti a milioni di copie. La Fallaci ha diritto di esprimere i suoi odi, i suoi disprezzi, le sue idiosincrasie, le sue paure e, quando ce l’ha, i suoi argomenti. Come tutti. L’Ucoii ha espresso, legittimamente, un suo punto di vista. Fazioso e di parte, che può essere altrettanto legittimamente criticato nel modo più duro. Le espulsioni, le radiazioni, le fatwa, la garrota, le manette lasciamole ai totalitarismi. Lasciamole ai fondamentalisti islamici.
"La forza governa il mondo, non l'opinione: tuttavia è l'opinione che si serve della forza", Blaise Pascal
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