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19 dicembre 2007

Come creare un americano incazzato

"C'è un sacco di gente che mente e che la passa liscia", Donald Rumsfeld

23 gennaio 2007

Leoni sfrattati

In occasione dell'ennesimo video, diffuso da Al-Ciaeda, in cui Al Zawahiri invita Bush a spedire altri 20.000 soldati affinchè possano stanarlo, pubblico una notizia passata in secondo piano settimana scorsa:

Un portavoce dei talebani catturato due giorni fa nella provincia orientale afghana di Nangarhar, al confine con il Pakistan, ha confessato ai servizi afghani che il Mullah Omar si nasconde in buone condizioni di salute nella città pachistana di Quetta, sotto la protezione dei servizi segreti di Islamabad. E’ uno dei chiodi fissi del presidente afgano Hamid Karzai: il Pakistan offre rifugio ai terroristi di al Qaeda e ai talebani. Islamabad ha sempre respinto ogni accusa, forte dell’appoggio di Washington, che non può destabilizzare un alleato prezioso come il presidente Pervez Musharraf. E così, mentre un portavoce dei talebani, Muhammad Hanif, catturato dai servizi afgani al confine, racconta che il leggendario mullah Omar gode di buona salute ed è ospite gradito nella città pachistana di Quetta, il ministro dell’Interno di Islamabad fa subito sapere che la notizia “è totalmente falsa”. Ma Hanif, interrogato dai servizi afgani, avrebbe confermato i sospetti di Kabul: senza l’aiuto finanziario, logistico, di armi e informazioni da parte pakistana la guerriglia talebana contro la NATO non ce la farebbe proprio. E’ quanto pensa anche segretario generale della Nato Japp de Hoop Scheffer, che ha invitato il Pakistan a " farla finita" con gli estremisti islamici di Quetta.

Volendo anche ingenuamente ammettere che l'amministrazione americana non sia al corrente delle operazioni dell'intelligence pakistana, che le coraggiose dichiarazioni di questi leoni dell'Islam siano dettate dal fatto che li stiano cercando nello Stato sbagliato?!

[P.S.: oggi Svolte Epocali pubblica il suo primo articolo su Bloglibero.org]

"E' mia responsabilità dare agli americani una valutazione sincera di quanto sta accadendo in Iraq. Stiamo vincendo", George W. Bush - 25 ottobre 2006

5 gennaio 2007

La svolta democratica

(fonte: NYTimes)

"Una cosa è certa un orribile capitolo della storia irachena si è chiuso e ora si prospetta un capitolo di maggiori speranze per gli iracheni". Con queste parole il presidente americano George W. Bush ha commentato l'esecuzione dell'ex dittatore iracheno Saddam Hussein. Inutile sottolinare che questo è un ulteriore passo verso la "democrazia", termine virgolettato in quanto riferito non al suo significato originario, bensì all'interpretazione neocon, che esula da qualsiasi umana comprensione. Sembrano però in controtendenza le prime indiscrezioni del NY times sulla nuova strategia di guerra che la Casa Bianca definirà settimana prossima. Sicuramente ci sarà un radicale cambio ai vertici militari americani in Iraq: è stata infatti decisa la sostituzione del comandante delle truppe americane nel Paese, il generale George Casey e del numero uno del comando centrale (Centcom) del Pentagono, il generale John Abizaid. I generali saranno rimpiazzati rispettivamente dal generale dell'Esercito David H. Petraeus e dall'ammiraglio William Fallon (nella foto), attuale responsabile delle forze americane nel Pacifico. Ci troviamo quindi di fronte all'ennesima inversione di rotta targata Bush, che segue ai più noti congedi di Powell e Rumsfeld. Quello che però è interessante osservare non è tanto il cambiamento ai vertici quanto piuttosto la motivazione che ha spinto l'arbusto d'oltreoceano a prendere questa decisione, sembra infatti che i due illustri generali che hanno ricevuto il benservito fossero indicati come contrari all'invio di rinforzi a Bagdad. Una scelta che invece Bush pare ora orientato a prendere, inviando oltre 20.000 uomini in più nel paese. Questo ovviamente per attestare l'enorme successo militare e soprattutto democratico che la "guerra al terrore" sta conseguendo.

"Alcuni vorranno toglierci la sicura, sospetto che in questo momento stiano strillando ordini al telefono e che presto arriveranno gli uomini armati. Perché? Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato e per coloro che vorranno ascoltare all'affermazione della verità. E la verità è che c'è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese", dal film 'V per Vendetta'

27 dicembre 2006

Bush ordina l'attacco alla Somalia

(fonte: altrenotizie.org - estratto di un articolo di Raffaele Matteotti)

Il padre di Bush aveva lasciato l’operazione "Restore Hope" in eredità avvelenata a Clinton, varandola un attimo prima di lasciare la carica. Gorge Walker invece ha scelto l’attacco alla Somalia come utile mossa nella “global war on terror”. Le truppe etiopi che attaccano la Somalia lo fanno per procura. Non sono altro che marionette condotte sul campo dai “consiglieri militari” americani che in gran numero si trovano in Etiopia e Kenya. Una guerra tra poveri, perché nemmeno il gigante etiope è in forma smagliante, ma una guerra che reca l’inconfondibile marchio di fabbrica degli inquilini della Casa Bianca. Jendayi Frazer è una robusta signora afroamericana che da qualche tempo ricopre il ruolo di incaricato speciale per l’Africa dell’amministrazione Bush. La Frazer è una politica navigata o, ancor meglio, una funzionaria esperta. Conosce e ha trattato con tutti i leader africani, intrattiene ottimi rapporti con molti paesi africani ed i loro autocrati, una donna difficile da impressionare; ma quando si arriva alla Somalia la signora dice: “Il Consiglio delle Corti Islamiche è ora controllato da individui di una cellula di al Qaeda, individui della cellula di al Qaeda dell’Est-Africa”. E aggiunge: “Le figure di maggior spicco delle Corti sono estremisti. Sono terroristi. Stanno uccidendo le suore, hanno ucciso dei bambini e stanno chiamando alla jihad”. Oh mio dio.. avranno pensato migliaia di giornalisti quando la Frazer, qualche tempo fa, sembrava ripetere senza troppa convinzione l’accusa-standard verso gli sgraditi a Washington, condendola con questi richiami al pathos. L’esercito etiope non è quello americano, ma le Corti non hanno niente di paragonabile ad un esercito: niente carri armati e niente aviazione; il gap tecnologico è insormontabile e quindi l’esercito etiope può fare quel che vuole. L’intervento etiope non è approvato dagli stessi etiopi, i quali oltre a considerare Zenawi un sanguinario, denunciano che questa guerra ha la sua unica utilità nel permettere a Zenawi maggiore libertà d’azione e distrarre così l’attenzione dalla politica interna e dalla discussione sulla legittimità del potere di Zenawi stesso; potere che si fonda su un discreto numero di massacri, campi di prigionia, arresti di massa e soprusi di ogni genere. Quest’uomo però piace a Washington, che mentre manda alla forca Saddam Hussein, cioè l’esempio più riuscito di dittatore-cattivo-alleato degli ultimi decenni, non esita a scatenare Zenawi in questa infelice guerra di Natale.

Visto il fallimento di qualsiasi possibilità di controllo attraverso il Governo di Transizione, gli USA hanno dato il via libera all’Etiopia, che è finora costato 1000 morti e 3000 feriti secondo le stime più diffuse. Un massacro di Natale del quale curiosamente pochi accusano Washington, così come in pochi sono hanno accusato Zenawi di aver scatenato un bagno di sangue. Perché, comunque si concluderà e quando si concluderà la nuova guerra, il bagno di sangue ci sarà già stato e alcuni effetti che ne deriveranno sul medio e lungo periodo sono scontati, anche se non ci sarà un’escalation o un’occupazione prolungata. L’Italia, che in Somalia ha qualche responsabilità, ha fino ad ora agito saggiamente prendendo atto della situazione sul campo, ma ora si ritrova afona, con il premier che dichiara a proposito delle violenze in Somalia: “Speriamo che vengano contenute ma le evoluzioni non sono certamente gradevoli". Tanto poco gradevoli che si riunirà il Consiglio di Sicurezza per discutere della guerra di Natale. Una discussione che non si annuncia focosa: da una parte c’è il diritto di veto degli USA, dall’altra c’è un governo che nessun paese riconosce e un paese per il quale nessuno ha interesse a spendere un dollaro. Zenawi sarà difficilmente condannato e di sicuro non riceverà alcuna pressione oltre a generiche parole scritte nel vento. Intanto gli apprendisti stregoni rischiano di trasformare l’Africa Orientale in un nuovo Medioriente. Attualmente truppe francesi combattono in Ciad e Repubblica Centrafricana, l’Etiopia ha invaso la Somalia (a sua volta sostenuta dall’Eritrea e dall’Arabia Saudita), mentre il Sudan subisce ormai da anni la pressione americana, fatta di calunnie e di “ribellioni” tanto stupide da sembrar finte. La "Guerra Totale al Terrore" non è finita con il fiasco in Iraq. Impiccare Saddam è solo uno dei tanti episodi di sangue di una strategia che colpisce ovunque le sia possibile, secondo uno schema che prevede ben poche varianti e una sola certezza: a pagarne i costi palesi ed occulti sono sempre persone delle quali sapremo ben poco, se non che erano tra quelle migliaia presenti nell’elenco delle vittime. Chi li uccide invece lo sappiamo benissimo, ma quando succede ci voltiamo da un’altra parte e quando li incontriamo parliamo con loro d’altro.

Aggiornamento "Invierno en Bagdad": Inserite nuove *foto nel blog

"La gente non vuole la guerra. Nè in Russia, nè in Inghilterra, America o Germania. Sono i leader delle nazioni a determinare le regole. La questione è semplicemente quella di trascinare la gente, viva essa in democrazia, o in qualsiasi altro regime", Hermann Goering

5 novembre 2006

Il più temuto

(fonte: rainews24)

Un sondaggio [*1] commissionato dal quotidiano britannico Guardian rivela che gli inglesi, i canadesi, gli israeliani e i messicani ritengono George Walter Bush più pericoloso dell'iraniano Mahmoud Ahmadinejad e del nordcoreano Kim Jong-Il, secondo solo ad Osama bin Laden. I risultati confermano, a pochi giorni dal voto per il rinnovo del Congresso negli Stati Uniti, quello che in realta' si sapeva da tempo, cioe' che all'estero non piace e preoccupa la politica estera "da cowboy" di Bush. Il fatto e' che ora la rilevazione e' stata ristretta solo in paesi alleati chiave di Washington, schierati come nel caso della Gran Bretagna in prima linea in Iraq ed Afghanistan. Guerre che solo per il 7 per cento degli intervistati britannici hanno migliorato la sicurezza globale, mentre per il 69 per cento degli intervistati la politica americana dal 2001 ha reso il mondo meno sicuro. Convinzione condivisa anche dalla opinione pubblica dei paesi confinanti a nord e sud con gli Stati Uniti, dal 62 per cento dei canadesi ed il 57 dei messicani. Ma la cosa piu' clamorosa e' che anche in Israele, che da sempre ha negli Stati Uniti il baluardo principale per la sua sicurezza, sta diminuendo il numero dei sostenitori della politica Bush. Solo il 25 per cento crede che questa aiuti la sicurezza, mentre il 36 pensa che la danneggi ed il 30 per cento considera che nella migliore delle ipotesi Bush non ha fatto alcuna differenza.

"I mali che non si avvertono sono i più pericolosi", Erasmo da Rotterdam

13 ottobre 2006

La morte dell'Habeas Corpus

Il "Military Commission Act" del 2006, recentemente approvato dal congresso, contiene due provvedimenti che costituiscono una seria minaccia per i diritti dell'individuo: l'abolizione delle tutele che l'habeas corpus prevedeva nei confronti degli arresti e delle detenzioni arbitrarie, combinato con la ridefinizione del termine "combattente fuorilegge". Ecco la nuova definizione, di più aperta interpretazione, enunciata nella legge [*1] passata dal congresso:

"The term 'unlawful enemy combatant' means - (i) a person who has engaged in hostilities or who has purposefully and materially supported hostilities against the United States or its co-belligerents who is not a lawful enemy combatant (including a person who is part of the Taliban, al-Qaeda, or associated forces); or (ii) a person who, before, on, or after the date of the enactment of the Military Commissions Act of 2006, has been determined to be an unlawful enemy combatant by a Combatant Status Review Tribunal or another competent tribunal established under the authority of the president or the secretary of defense."

Dal corpus legislativo inglese, l'Habeas corpus [*testo] è passato in tutte le costituzioni occidentali, fino ad approdare alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, che all'Articolo 9 recita: Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato. Ecco un estratto della trasmissione "Countdown" andata in onda sulla rete Statunitense MSNBC il 10 Ottobre, in cui il conduttore Keith Olbermann ha fatto un'eccellente analisi, tagliente ed ironica, delle implicazioni del Military Commission's Act [*link - forumRai] di recente approvazione al Congresso.



"Tutto ciò che viene privato della sua libertà perde sostanza e si spegne rapidamente", Edouard Manet

9 ottobre 2006

"Iraq" est omnis divisa in partes tres

(fonte: adnkronos - 8 ottobre)

Il presidente degli Stati Uniti George W.Bush starebbe considerando l'ipotesi di suddividere l'Iraq in tre regioni autonome dando attuazione al progetto di una commissione indipendente del Congresso. Secondo fonti di Washington, il gruppo di studi sull'Iraq, co-presieduto dall'ex segretario di Stato James Baker, dovrebbe presentare, dopo le elezioni del prossimo mese per il Congresso, una relazione da cui risulta che in Iraq la situazione della sicurezza è ormai fuori controllo, con attentati con ordigni esplosivi, attacchi contro la coalizione e la violenza settaria che portano alla morte di almeno 100 persone al giorno. L'unica soluzione cui è giunta la commissione Baker è dunque quella del 'divide et impera', cioè di suddividere il Paese in tre distinte regioni autonome: una sciita, una sunnita e un'altra curda, al fine di riuscire a governarle. Questa idea, nuova e originale, oltre al De Bello Gallico ricorda un articolo pubblicato nel 1982 su Kivunim (rivista dell'Organizzazione Sionista Mondiale) e scritto da Oded Yinon, un giornalista israeliano dai legami con il ministero degli Esteri di Israele. La strategia di Yinon si basa su alcune premesse comprendenti la trasformazione di Israele in una potenza imperiale, che porti allo smembramento di tutti i territori arabi e alla loro successiva spartizione in piccoli stati impotenti, non equipaggiati per fronteggiare tale potenza militare. Riporto qui di seguito quello che Yinon disse sull'Iraq:


La dissoluzione di Siria e Iraq in aree separate che riuniscano in un unico gruppo persone di diversa etnia e religione, proprio come avviene in Libano, è per Israele uno degli obiettivi primari sul fronte orientale. L'Iraq in particolare, ricco di petrolio da una parte, ma totalmente diviso dall'altra, è, fra gli obiettivi israeliani, uno dei maggiori candidati. Il suo smembramento è anche più importante per noi rispetto a quello siriano, essendo l'Iraq più forte della Siria. A breve termine, è proprio la potenza irachena a costituire la maggiore minaccia per Israele. Una guerra fra Iran e Iraq lascererebbe quest'ultimo causando la sua sconfitta interna ancor prima che riesca ad organizzare una lotta su un ampio fronte contro di noi.. Ogni tipo di scontro inter-arabo sarà a nostro favore e accellererà il nostro scopo più importante di dividere l'Iraq in piccoli statarelli, come per la Siria e il Libano. [...]In Iraq una divisione in province sulla base di criteri etnici e religiosi, come in Siria all'epoca dell'impero ottomano, è possible. Così tre (o più) stati sorgerebbero intorno alle tre maggiori città - Bassora, Baghdad e Mosul - così le aree scite del sud si separeranno dal nord sunnita e curdo.”

"Questo grande male... da dove proviene? come ha fatto a contaminare il mondo? Da che seme, da quale radice è cresciuto? Chi ci sta facendo questo? Chi ci sta uccidendo, derubandoci della vita e della luce, beffandoci con la visione di quello che avremmo potuto conoscere? La nostra rovina è di beneficio alla terra, aiuta l'erba crescere, il sole a splendere? Questo buio ha preso anche te? Sei passato per questa notte?", Soldato Edward P.Train - La sottile linea rossa

27 settembre 2006

Patriots question 9/11

(fonte: luogocomune.net)

C'è una domanda che viene naturale da porsi per chiunque, nel momento in cui si pensi realisticamente ad un complotto a livello governativo: "Con le centinaia, se non migliaia, di persone che debbono per forza essere state coinvolte, come è possibile che nessuno parli, …… e che tutti mantengano il segreto per sempre, senza nessuna eccezione?". In realtà, qualcuno che parla c'è eccome, ma questo non significa automaticamente che noi riusciamo a sentirlo. Quanti hanno sentito parlare, ad esempio, di Coleen Rowley, la coraggiosa agente FBI di Minneapolis che ha osato denunciare i suoi superiori per aver volutamente deviato le sue indagini su Zacharias Massaoui, un mese prima degli attentati? E quanti fra questi sanno anche che la Rowley, dopo aver ricevuto i complimenti a denti stretti da parte di Muller in persona, è stata "silenziosamente" licenziata dall'FBI, mente il suo capo affossa-indagini è stato inspiegabilmente promosso ad un grado superiore? Quelli che parlano ci sono eccome. Il problema è che fra noi e "loro" ci sono di mezzo i grandi mezzi di comunicazione, che sono fortemente controllati da un gruppo ristretto di persone. Nell'illusione di democrazia creata dalla "quantità" sterminata di giornali, TV e radio commerciali che esistono nel nostro libero occidente, capita infatti che tutte queste testate, nessuna esclusa, siano sotto il controllo ultimo di soltanto quattro diversi gruppi di potere. Non a caso in tutto il panorama televisivo americano non si trova un solo anchoman che osi parlare pubblicamemte, ad esempio, dei sospetti di demolizione controllata che gravano ormai da tempo sulle tre Torri del WTC Plaza. E quando qualcuno, fra i famosi "mille" che per forza devono sapere, cerca di farsi sentire, ecco che la sua voce stranamente si spegne prima di raggiungere una qualunque piattaforma televisiva di una certa portata. E se non fosse per Internet, non sapremmo nemmeno quello.In questa pagina luogocomune presenta oltre cinquanta di questi esempi, raccolti dal sito originale PATRIOTS QUESTION 9/11 e parzialmente tradotti in italiano. Invito tutti caldamente a farci un giro.

"Se la libertà significa qualcosa, allora significa il diritto di dire alla gente cose che non vogliono sentire", George Orwell

25 settembre 2006

Pakistan e Usa ai ferri corti

(fonte: peacereporter.net - 22.09.06 - Enrico Piovesana)

L’
accordo di pace firmato il 5 settembre tra il governo pachistano e i talebani del Waziristan è stato vissuto a Washington come una coltellata alla schiena, un tradimento che mette in discussione l’alleanza antiterrorismo che dopo l’11 settembre 2001 gli Stati Uniti imposero al Pakistan puntandogli una pistola alla tempia. Uno sgambetto grave soprattutto perché arriva mentre in Afghanistan le truppe Usa e Nato faticano ogni giorno di più a tener testa ai talebani, che proprio in Pakistan hanno il loro quartier generale e le loro retrovie. Da Washington, critiche e minacce. Pochi giorni prima dell’accordo waziro, a fine agosto, il segretario di Stato Usa, Donald Rumsfeld, aveva lanciato un chiaro avvertimento al Pakistan, affermando che nessun governo al mondo ha il diritto di negoziare “paci separate” con i terroristi. Dopo la firma della pace in Waziristan, che prevede da parte talebana lo stop alle incursioni in territorio afgano, Joseph Biden, leader dei Democratici e probabile candidato presidenziale, ha commentato: “Se l’Afghanistan è tornato a essere ingovernabile per gli attacchi dei talebani, la colpa è del governo pachistano, che non ha mai agito contro il loro comando centrale a Quetta e ora ha pure firmato una pace separata con loro in Waziristan”. In occasione dell'anniversario dell'11 settembre, un duro editoriale del Washington Post chiedeva come si fa a definire ancora il Pakistan “un alleato” dopo questo tradimento. Il 20 settembre, Bush ha dichiarato alla Cnn che non esiterà ad ordinare un attacco militare Usa in Pakistan se emergessero evidenze che Bin Laden si nasconde da quelle parti.

La strana rivelazione di Musharraf. Il presidente pachistano, generale Pervez Musharraf, non ha reagito alle critiche statunitensi. Almeno fino al 22 settembre, quando – subito prima di incontrare Bush alla Casa Bianca – ha fatto delle impegnative dichiarazioni nei confronti della politica Usa da cui traspare un malcelato nervosismo. Musharaf ha rivelato che, il giorno dopo l’11 settembre 2001, l’allora vicesegretario di Stato Usa Richard Armitage disse all’allora direttore dei servizi segreti pachistani, generale Mahmood Ahmed: “A voi la scelta: schieratevi con noi o vi bombarderemo fino a farvi tornare all’età della pietra”. “Furono parole insultanti e maleducate”, ha commentato Musharraf, spiegando che la sua successiva decisione di schierarsi dalla parte degli Usa fu presa “nell’interesse della nazione pachistana”. Come a dire: di fronte a un simile minaccia non avevamo altra scelta.

Usa-Pakistan: relazioni pericolose. Il generale Mahmood Ahmed è al centro di uno dei più inquietanti episodi legati all’11 settembre 2001. Pochi giorni dopo gli attentati, l’intelligence indiana dimostrò (e l’Fbi confermò) che egli era stato il “cassiere” degli attentati. Era stato lui, storico sostenitore dei talebani e amico del mullah Omar, a far versare 100 mila dollari sul conto di Mohamemd Atta, il leader della cellula terrorista dell’11 settembre. La reazione statunitense a questa eclatante notizia – che dimostrava un legame stretto tra Pakistan e al Qaeda – fu assai strana. I mass media la ignorarono e Washington si limitò a chiedere il licenziamento del generale, che avvenne il 7 ottobre, giorno in cui iniziavano i bombardamenti Usa sull’Afghanistan. Nonostante il capo dei servizi segreti pachistani fosse stato scoperto con in mano la famosa “pistola fumante”, tutto passò sotto silenzio. Quasi un insabbiamento che, secondo molti, è spiegabile con l’imbarazzo di Washington legato a un altro fatto poco noto: mentre, la mattina dell'11 settembre 2001, gli aerei si schiantavano sulle Torri gemelle, il generale Mahmood Ahmed era a Washington a colazione con il futuro capo della Cia, Porter Goss. Le relazioni tra Stati Uniti e Pakistan sono molto più complesse di quanto sembrano.


"Noi avevamo il diritto morale, noi avevamo il dovere verso il nostro popolo di eliminare quel popolo che voleva eliminare noi", Heinrich Himmler

15 settembre 2006

9/11 Press for truth

(fonte: axisoflogic.com - Paul Thompson)

Potreste pensare di aver visto tutto quello che c'è da vedere sugli attacchi dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti. Ma se non avete ancora visto quello nel link sottostante, sarà meglio che impiegate il vostro tempo - se non la vostra responsabilità - per prendervi un'ora e 24 minuti in modo da guardare 9/11 Press For Truth.

"La libertà intellettuale è una tradizione profondamente radicata, senza la quale è improbabile che esisterebbe la nostra cultura specificatamente occidentale. È una tradizione alla quale molti dei nostri intellettuali stanno visibilmente voltando le spalle.", George Orwell

14 settembre 2006

32 domande


"Avere sempre ragione, farsi sempre strada, calpestare tutto, non avere mai dubbi: non sono forse queste le grandi qualità con le quali la stoltezza governa il mondo?", William Thackeray

30 agosto 2006

Where are the cowboys?

(fonte: luogocomune.net - sottotitoli a cura di Massimo Mazzucco)

[Katrina & Bush - segui la discussione sul ForumRai]

"Abele fu il primo a scoprire che le vittime morte non protestano", Stanislaw J. Lec