Visualizzazione post con etichetta peak oil. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta peak oil. Mostra tutti i post

12 maggio 2008

Il 60% del prezzo del petrolio è pura speculazione

In un interessante articolo dei primi di maggio William Engdahl spiega come il prezzo del greggio non è dettato dalla tradizionale regola della domanda e dell'offerta. Al contrario sono gli intricati mercati finanziari a dettarne le fluttuazioni e il suo crescente costo: il 60% del prezzo totale è pura speculazione, portata avanti dalle grandi banche commerciali e dai fondi hedge. Il crescente costo della materia prima ha quindi poco a che fare con il picco del petrolio [*1]. Al contrario il facile acesso al credito dovuto alla crescente massa di denaro circolante è uno dei principali fattori che spingono verso queste speculazioni. In una realtà monetaria caratterizzata dal monopolio pubblico su monete di carta a corso forzoso, le Banche Centrali immettono liquidità sotto forma di prestiti al sistema bancario, a cui ovviamente accederanno per primi i grandi speculatori e i gruppi finanziari, che sono i più propensi, per via degli stretti legami con il mondo della finanza, a portare avanti queste speculazioni. La fiat money, causa dell'inflazione, oltre a redistribuire ricchezza a favore di coloro che nella corsa arrivano primi (e a spese di quelli più lenti, che sono i ceti più bassi, i cosiddetti "gruppi a reddito fisso"), spinge anche verso questo genere di investimenti improduttivi che distorcono ulteriormente il mercato, gonfiando i prezzi e rendendo impossibile qualsiasi operazione di calcolo economico, il perno di ogni economia. Come può essere possibile verificare se l'offerta di petrolio è insufficiente quando la domanda è influenzata da una lunga serie di fattori artificiali fra cui le tasse e le speculazioni [*2]?
[*oil geopolitics] But how today’s oil prices are really determined is done by a process so opaque only a handful of major oil trading banks such as Goldman Sachs or Morgan Stanley have any idea who is buying and who selling oil futures or derivative contracts that set physical oil prices in this strange new world of "paper oil".With the development of unregulated international derivatives trading in oil futures over the past decade or more, the way has opened for the present speculative bubble in oil prices. [...] A June 2006 US Senate Permanent Subcommittee on Investigations report on “The Role of Market Speculation in rising oil and gas prices,” noted, “…there is substantial evidence supporting the conclusion that the large amount of speculation in the current market has significantly increased prices.” [...]

…in January 2006, ICE Futures in London began trading a futures contract for West Texas Intermediate (WTI) crude oil, a type of crude oil that is produced and delivered in the United States. ICE Futures also notified the CFTC that it would be permitting traders in the United States to use ICE terminals in the United States to trade its new WTI contract on the ICE Futures London exchange. ICE Futures as well allowed traders in the United States to trade US gasoline and heating oil futures on the ICE Futures exchange in London. Despite the use by US traders of trading terminals within the United States to trade US oil, gasoline, and heating oil futures contracts, the CFTC has until today refused to assert any jurisdiction over the trading of these contracts. Persons within the United States seeking to trade key US energy commodities – US crude oil, gasoline, and heating oil futures – are able to avoid all US market oversight or reporting requirements by routing their trades through the ICE Futures exchange in London instead of the NYMEX in New York. Is that not elegant? The US Government energy futures regulator, CFTC opened the way to the present unregulated and highly opaque oil futures speculation. It may just be coincidence that the present CEO of NYMEX, James Newsome, who also sits on the Dubai Exchange, is a former chairman of the US CFTC. In Washington doors revolve quite smoothly between private and public posts. [...] In January 2006 when the CFTC allowed the ICE Futures the gaping exception, oil prices were trading in the range of $59-60 a barrel. Today some two years later we see prices tapping $120 and trend upwards. This is not an OPEC problem, it is a US Government regulatory problem of malign neglect. [...] Goldman Sachs and Morgan Stanley today are the two leading energy trading firms in the United States. Citigroup and JP Morgan Chase are major players and fund numerous hedge funds as well who speculate. In June 2006, oil traded in futures markets at some $60 a barrel and the Senate investigation estimated that some $25 of that was due to pure financial speculation. One analyst estimated in August 2005 that US oil inventory levels suggested WTI crude prices should be around $25 a barrel, and not $60. That would mean today that at least $50 to $60 or more of today’s $115 a barrel price is due to pure hedge fund and financial institution speculation. However, given the unchanged equilibrium in global oil supply and demand over recent months amid the explosive rise in oil futures prices traded on Nymex and ICE exchanges in New York and London it is more likely that as much as 60% of the today oil price is pure speculation. No one knows officially except the tiny handful of energy trading banks in New York and London and they certainly aren’t talking.

By purchasing large numbers of futures contracts, and thereby pushing up futures prices to even higher levels than current prices, speculators have provided a financial incentive for oil companies to buy even more oil and place it in storage. A refiner will purchase extra oil today, even if it costs $115 per barrel, if the futures price is even higher. As a result, over the past two years crude oil inventories have been steadily growing, resulting in US crude oil inventories that are now higher than at any time in the previous eight years. The large influx of speculative investment into oil futures has led to a situation where we have both high supplies of crude oil and high crude oil prices.

7 maggio 2008

Greggio e Gruppo Bilderberg

Il prezzo del greggio sta crescendo vertiginosamente proprio come il Gruppo Bilderberg aveva pianificato, ma i media continuano a sostenere che non abbia influenza sull'economia globale [*1]. Un rapporto della Goldman Sachs documenta che il prezzo del petrolio raggiungerà i 150-200$ entro i prossimi 2 anni (per la somma gioia di Beppe Grillo), previsione in sintonia con il piano di spremere la classe media e abbassare il tenore di vita degli occidentali (con un parallelo arricchimento dei grandi gruppi di potere [*2]). Come riporta bloomberg [*3], secondo un rapporto di Arjun N. Murti, analista della Goldman Sachs il prezzo del greggio potrebbe alzarsi fino ai 150 - 200 dollari al barile (nel 2005 il costo si aggirava attorno ai 57$ al barile), e la causa di questo aumento dovrebbe essere il peak oil. L'aspetto curioso è che proprio in questi giorni in Brasile è stato scoperto uno dei più grandi giacimenti petroliferi negli ultili 30 anni [*4], la cui fornitura di petrolio potrebbe sconvolgere gli scenari globali. Ne consegue che il prezzo del barile non segue esclusivamente la regola della domanda e dell'offerta, bensì anche inflazione e tasse, che anzi influiscono sul costo al consumatore in misura maggiore, come già spiegato tempo fa [*Il prezzo della benzina]. Se le previsioni di cui sopra possono sembrare catastrofiche, soprattutto per i ceti medio-bassi (fenomeno che dovrebbe far riflettere sull'utilità della tassazione indiretta e dell'inflazione causata dalle banche centrali, tutte attività gestite dallo Stato che ci tutela) è bene tornare un po' indietro nel tempo per rendersi conto che il Gruppo Bilderberg ci aveva già azzeccato. Nel meeting di Monaco di Baviera del maggio 2005 (quando il prezzo del greggio era di 40$ al barile) Henry Kissinger affermò che il prezzo sarebbe raddoppiato nell'arco di 12-24 mesi, ed è quello che è accaduto. Durante il meeting del 2006 a Ottawa, in Canada, la previsione si aggirava attorno ai 105 dollari al barile:
[...] Goldman Sachs oil report, [another full time member of the Bilderberger elite] published on March 30, 2005 increased the oil price range for the year 2005-6 from $55-$80 per barrel to $55-$105. During 2006 meeting, Bilderbergers have confirmed that their short range price estimate for oil for the 2007-08 continues to hover around US$105-150/barrel [...]
Previsione affidabile considerato che ad oggi il costo del barile è di 120 dollari. Oltre a disporre della sfera di cristallo, la Bilderberg influenza costantemente le politiche energetiche attraverso i propri membri collocati in ruoli chiavi, come Josè Barroso. Il Presidente della Commissione Europea ad inizio anno affrontando il tema dell'approvvigionamento energetico, ha parlato di una rivoluzione post-industriale [*5], che per noi comuni mortali si traduce in un collasso economico globale, un seguente periodo di depressione che porterà alla distruzione della classe media [*6].
[...] "We need new policies to face a new reality - policies which maintain Europe's competitiveness, protect our environment and make our energy supplies more secure," said Mr Barroso. "Europe must lead the world into a new, or maybe one should say post-industrial revolution - the development of a low-carbon economy." [...]
Crisi che ha i suoi principali vettori nel riscaldamento globale e nel peak oil. L'esaurimento del petrolio è un imbroglio venuto a galla nel lontano 1956, in uno studio seguito dal geologo
M. King Hubbert, che prevedeva che rimaneva poco più di un triliardi di barili di petrolio, stima che è stata ampiamente superata nel 2006 (secondo i calcoli originali l'ultima goccia di petrolio avrebbe dovuto essere stata consumata un anno fa). Calcolo che risulta comunque fallace vista la recente scoperta del giacimento brasiliano. Queste teorie, abbinate a quelle completamente distorte del riscaldamento globale [*7 - *8], hanno lo scopo di essere d'alibi alla continua crescita del prezzo del petrolio, fino ad arrivare a rendere impossibile mantenere uno stile di vita simile a quello dell'attuale classe media.

23 aprile 2008

Il prezzo della benzina

Il prezzo della benzina sono messi in discussione e i dirigenti delle compagnie petrolifere sono chiamati un'altra volta a dare spiegazioni davanti al Congresso. Chiaramente molti politici sapientoni e molti consumatori lamentano il costo crescente della benzina. Prima di unirci al loro coro, facciamo un passo indietro e domandiamoci: i prezzi sono davvero così alti? Un cambio di prezzo può essere il risultato dell'inflazione, delle tasse, del cambio del rapporto tra domanda e offerta, o una combinazione delle tre cose. Per prima cosa dobbiamo prendere in considerazione l'inflazione. Il risultato della scelta della Fed di stampare troppo denaro è di far perdere potere d'acquisto al dollaro: qualcosa che costava 1,00$ nel 1950, oggi si aggira attorno agli 8,78$. Analogamente per il prezzo della benzina, che nel 1950 era di 30 centesimi per gallone. Calcolando l'inflazione un gallone oggi dovrebbe costare 2,64$, supponendo che le tasse siano le stesse. Ma non è così. Nel 1950 la tassa per ogni gallone costituiva l'1,5% del prezzo. Oggi le tasse federali, statali e locali costituiscono circa il 20% del prezzo. Prendendo quindi in considerazione inflazione e tasse (e quindi senza considerare la domanda e l'offerta) il gallone di benzina che nel 1950 costava 30 centesimi oggi dovrebbe costare 3,13$. Ma nemmeno domanda e offerta sono rimaste invariate. L'economia mondiale sta crescendo e Cina e India ne sono lampanti esempi. Allo stesso tempo gli americani continuano a preferire mettersi alla guida di SUV e camion. Per quel che riguarda la benzina gli americani non hanno la possibilità di sfruttare le loro stesse riserve petrolifere. Inoltre, per via delle disposizioni del governo, per via delle disposizioni governative, l'ultima raffineria costruita negli Stati Uniti è stata completata nel 1976. In aggiunta, il Medio Oriente è politicamente instabile, cosa che comporta una serie di rischi per la maggior fonte di approvvigionamento di petrolio. É quindi ovvio che la domanda di benzina è aumentata, mentre le forniture sono diminuite. La media del prezzo della benzina negli Stati Uniti oggi è di 3,25$. La domanda è "perchè i prezzi della benzina non sono più alti di quanto lo siano adesso?".

Prendersela con le avide compagnia petrolifere per l'aumento del prezzo della benzina è semplicemente irresponsabile. Qui di seguito ecco i margini di profitto di poche industrie selezionate:


Il servizio pubblico dell'acqua ha margini di profitto maggiori rispetto ai principali fornitori di benzina e petrolio
! Perchè nessun amministratore delegato la cui azienda ha margini di profitto maggiori rispetto a quelli delle compagnie petrolifere è chiamato a dare spiegazioni al Congresso? Chiaramente i profitti delle avide compagnie non sono il problema. Mentre poco più del nove per cento del prezzo della benzina va a costituire profitto per le compagnie, approssimativamente il venti per cento del prezzo del gallone di benzina è costituito da tasse (federali, statali e locali). Quelli che chiedono l'intervento del Governo affinchè faccia qualcosa per il prezzo della benzina o sono troppo giovani o si sono già dimenticati la crisi petrolifera del 1979. In quel periodo, le restrizioni imposte sul prezzo della benzina hanno portato ad un'impossibilità per molti di reperire la benzina (
e questo dovrebbe essere d'insegnamento anche per chi, qui, chiede a gran voce l'intervento di Mr.Prezzi, NdT). L'unica cosa peggiore del "pagare troppo" la benzina è quella di non poterla reperire a nessun prezzo. Non facciamoci influenzare da politici o giornalisti che creano notizie che non hanno riscontro nella realtà. I fatti e la logica economica devono prevalere sulla retorica.

Questo pezzo è la traduzione di un articolo di Sterling T. Terrell (Ph.D. candidate in the department of agricultural and applied economics at Texas Tech University) riferito alle recenti decisioni della Casa Bianca di creare una speciale task force [*1] per investigare su eventuali frodi perpetrate dalle compagnie petrolifere. Se volete contattarlo in prima persona questa è la sua mail, e questo il blog.

23 gennaio 2008

Peak oil, una voce fuori dal coro

Il Times ha recentemente pubblicato uno studio [*1] del Cambridge Energy Research Associates (Cera) su 800 pozzi petroliferi. Il risultato di questa ricerca pone sotto una nuova luce la questione del picco del petrolio: il tasso di declino nelle estrazioni è "solo" del 4,5% all'anno, ovvero circa la metà della percentuale prevista. Questi dati hanno portato l'agenzia a concludere che l'estrazione di petrolio potrà continuare a crescere nel prossimo decennio. Peter Jackson, l'autore del rapporto ha affermato che saranno in grado di estrarre 100 milioni di barili al giorno fino al 2017, a fronte degli 85 milioni di barili di oggi. Dello stesso avviso è Peter Davies, economista della British Petroleum, che la causa del picco potrebbe essere non tanto lo scarseggiare della risorsa, quanto un fattore umano: le politiche dei governi, compresa la tassazione e gli sforzi di ridurre l'effetto serra. Le previsioni sul peak oil sarebbero quindi errate, ma potrebbero rivelarsi esatte tra una generazione, a causa di un declino della domanda e non dell'offerta. Secondo Davies c'è quindi un'ottima possibilità che il Picco sia il frutto delle politiche ambientali piuttosto che dello stato dei giacimenti petroliferi. In effetti il fattore umano nella produzione di petrolio non è assolutamente secondario rispetto alla disponibilità del greggio. Ad esempio nel giacimento saudita di Khursaniyah la produzione non riesce ad arrivare alla massima efficienza [*2] (500.000 barili al giorno), almeno a detta di Faisal Hasan, capo ricerche di un centro del Kuwait, a causa della mancanza di acciaio e cemento per proseguire la costruzione degli impianti [*3]: "The costs of raw materials, such as steel and cement, have increased''. Oltre alle politiche ambientali, al fattore umano, alla scarsità di materie prime, c'è un altro fattore che potrebbe far ridurre il consumo di petrolio prima che si arrivi al famigerato picco di produzione: il costo del greggio. A inizio gennaio il barile ha infatti raggiunto i 100 dollari e una cosa è certa, questi prezzi stanno avendo un effetto evidente nel ridurre i consumi nei paesi consumatori. Per il momento, le riduzioni sono modeste. Secondo i dati forniti dalla British Petroleum, in Italia siamo scesi dell'8% circa dal 2003 al 2006; altri paesi scendono un po' meno, come riporta l'articolo di Euan Mearns su TOD. Quindi, i prezzi stavano già facendo il loro dovere di "distruzione della domanda" quando erano intorno ai 70 dollari al barile l'anno scorso. Ora si tratta di vedere come le economie occidentali si adegueranno alla riduzione della disponibilità petrolifera. Potrebbe non essere un adattamento piacevole per chi si deve adattare, e in primis ovviamente ci finiranno in mezzo le persone con i redditi più bassi. Un record di prezzo che è stato raggiunto non tanto per una questione di domanda-offerta, quanto piuttosto di iniezioni di liquidità sul mercato. Lo spiega ottimamente La voce del Gongoro nell'editoriale (la parola post non mi piace neanche un po') "Iniezioni di Stupidità". La causa di questo continuo aumento dei prezzi delle merci è l'inflazione (nel senso originario del termine, ovvero di aumento della massa monetaria), causata dalle iniezioni di liquidità delle Banche Centrali e della FED. Tant'è che se osserviamo (Il Wall Street Journal ha pubblicato un ottimo articolo) l'andamento del prezzo del petrolio nell'ultimo decennio ci rendiamo conto che rispetto al dollaro è aumentato del 350% e rispetto all'euro del 200%, ma rapportandolo all'oro questo prezzo è rimasto costante.

[Fonte: Wall Street Journal]