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6 luglio 2008

L'etanolo ha causato la crisi alimentare globale

L'attuale tendenza a puntare, attraverso sussidi statali (leggasi soldi prelevati dalle tasche del cittadino), allo sviluppo dei biocombustibili è già stata materia di discussione in questo blog [*1 - *2 - *3]. Tuttavia l'etanolo è attualmente uno dei capisaldi, in materia energetica, dell'amministrazione statunitense. L'ultimo piano energetico nazionale prevede infatti pesanti sussidi alla produzione di etanolo ricavato da cereali ed alla produzione domestica di petrolio [*4]. I sussidi alla produzione di etanolo sono certamente il peggior tipo di programma governativo. Si tratta infatti di una fonte di carburante costosa, con un rendimento di solo il 70 per cento rispetto al petrolio, e la cui produzione è talmente energivora che avrebbe un trascurabile impatto netto sulla riduzione della dipendenza statunitense da altre fonti di energia. All'aspetto di carattere tecnico si aggiunga che secondo un recente rapporto della World Bank, pubblicato dal Guardian [*5] i biocombustibili costituiscono una delle principali cause dell'attuale crisi alimentare globale:
Biofuels have forced global food prices up by 75% - far more than previously estimated - according to a confidential World Bank report obtained by the Guardian. The damning unpublished assessment is based on the most detailed analysis of the crisis so far, carried out by an internationally-respected economist at global financial body. The figure emphatically contradicts the US government’s claims that plant-derived fuels contribute less than 3% to food-price rises. It will add to pressure on governments in Washington and across Europe, which have turned to plant-derived fuels to reduce emissions of greenhouse gases and reduce their dependence on imported oil. Senior development sources believe the report, completed in April, has not been published to avoid embarrassing President George Bush. [...] It will also put pressure on the British government, which is due to release its own report on the impact of biofuels, the Gallagher Report. The Guardian has previously reported that the British study will state that plant fuels have played a “significant” part in pushing up food prices to record levels [*6]. Although it was expected last week, the report has still not been released.

“Political leaders seem intent on
suppressing and ignoring the strong evidence that biofuels are a major factor in recent food price rises,” said Robert Bailey, policy adviser at Oxfam. “It is imperative that we have the full picture. While politicians concentrate on keeping industry lobbies happy, people in poor countries cannot afford enough to eat.”

Rising food prices have
pushed 100m people worldwide below the poverty line, estimates the World Bank, and have sparked riots from Bangladesh to Egypt. Government ministers here have described higher food and fuel prices as “the first real economic crisis of globalisation”. President Bush has linked higher food prices to higher demand from India and China, but the leaked World Bank study disputes that: “Rapid income growth in developing countries has not led to large increases in global grain consumption and was not a major factor responsible for the large price increases.” Even successive droughts in Australia, calculates the report, have had a marginal impact. Instead, it argues that the EU and US drive for biofuels has had by far the biggest impact on food supply and prices.

Since April, all petrol and diesel in Britain has had to include 2.5% from biofuels. The EU has been considering raising that target to 10% by 2020, but is faced with mounting evidence that that will only push food prices higher. “Without the increase in biofuels, global wheat and maize stocks would not have declined appreciably and price increases due to other factors would have been moderate,” says the report.
The basket of food prices examined in the study rose by 140% between 2002 and this February. The report estimates that higher energy and fertiliser prices accounted for an increase of only 15%, while biofuels have been responsible for a 75% jump over that period.

It argues that
production of biofuels has distorted food markets in three main ways. First, it has diverted grain away from food for fuel, with over a third of US corn now used to produce ethanol and about half of vegetable oils in the EU going towards the production of biodiesel. Second, farmers have been encouraged to set land aside for biofuel production. Third, it has sparked financial speculation in grains, driving prices up higher. [...]
Questo articolo fornisce molteplici spunti di riflessione. Primo: il perseguimento di questa politica energetica, a fronte di fallimenti acclarati e documentati, è l'ennesima dimostrazione che i governi (Usa) e le organizzazioni sopranazionali (Ue) mettono gli interessi di ristretti gruppi di persone davanti a quelli di milioni di persone. La considerazione logica che segue è se valga veramente la pena di lasciare che i governi gestiscano ogni singolo aspetto della nostra vita e se un'unione di stati (tramite Trattato) non sia quanto di più controproducente per la libertà dell'individuo. Secondo: i biocarburanti stanno giocando un ruolo fortemente distorsivo nei paesi in cui sono applicati e anche sull'economia globale. Analogamente il tentativo di regolamentare il mercato e fissare degli obiettivi (Kyoto) si rivela sempre controproducente, in quanto causa una cattiva allocazione di risorse e di beni [*7]. Terzo: non è da escludere che i capitali che fuggono dal mercato immobiliare (a proposito, le conseguenze dell'esplosione della bolla immobiliare spagnola si sentiranno a breve) confluiscano in quello dei prodotti energetici (per cui il prezzo del petrolio ha raggiunto la punta di 140 dollari al barile [*8]) e in quello dei prodotti alimentari, con ripercussione sui prezzi e quindi accelerando l’inflazione (nell’Ue ha raggiunto ufficialmente oggi il valore del 3,7 per cento, ma quella effettiva è doppia) i cui effetti sull’economia sono lampanti.

Insomma, il caso del biodiesel è da prendere come esempio chiarificatore per valutare gli effetti negativi dell'intervento statale sul mercato. Analogamente questi documenti costituiscono anche una valida argomentazione contro chi, a fronte delle prossime bolle causate dalla facilità nell'accesso al credito [*9] e dai sussidi statali, dovesse proporre un'ulteriore regolamentazione del mercato per ridurre la libertà di agire dei singoli [*10]. Un'ultima considerazione: pare che fra le conseguenze dei sussidi all'etanolo ci sia anche la siccità [*11], vista l'alta quantità di acqua che necessita la produzione dello stesso: "Cornell University ecology professor David Pimentel says that when you count the water needed to grow the corn, one gallon of ethanol requires a staggering 1,700 gallons of H2O". Preparatevi al peggio.

20 maggio 2008

Peak Food e Codex Alimentarius

Il Codex Alimentarius è un intricato insieme di regole e di normative elaborate dal una Commissione intergovernativa, costituita dai governi di 173 Paesi più la Comunità Europea, e istituita nel 1963 dalla FAO e dall'OMS (la presenza di questi ultimi dovrebbe già suggerirci che da qualche parte c'è l'inganno). Questa commissione si riunisce una volta all'anno per decidere e per codificare le procedure di produzione, i livelli di sostanze inquinanti "ammesse", gli additivi, l'etichettatura e in genere il modo di produrre e di trattare gli alimenti. Un organismo centralizzato che a parole dovrebbe facilitare gli scambi internazionali degli alimenti. A prima vista, non sembra esserci niente di male in un sistema che standardizzi gli alimenti. Il problema sorge quando la WTO (altro indizio che non lascia ben sperare), l'organizzazione mondiale del commercio, nella sua veste di arbitro del commercio internazionale, utilizza questo Codice per decidere se un determinato prodotto può circolare liberamente a livello internazionale, prevaricando gli interessi dei singoli. Identicamente Se un alimento corrisponde ai parametri fissati dal Codex, sarà impossibile rifiutarlo. Un esempio (piuttosto noto per "sentito dire", ma i cui attori sono spesso nell'ombra) è l'opportunità o meno di sostenere l'allattamento al seno da parte della madre, o di dare il via libera invece alle poltiglie sostitutive di Nestlé e simili [*1], che oltre ad essere costose in termini di valuta estera, non sembra siano il massimo per lo sviluppo del sistema immunitario dei bambini. Così interi continenti come l'Africa, o nazioni come India e Uguruay, si trovano ad affrontare un "muro di gomma" dei paesi industrializzati, che danno palesemente man forte a colossi al di sopra di qualsiasi confine nazionale. Risultato finale: le pappe sostitutive al latte materno continuano la loro marcia trionfale. Il commercio mondiale è salvaguardato, però a discapito del sistema immunitario dei nascituri del terzo mondo. Questo perchè si è rinunciato al libero mercato in nome di una falsa tutela dell'individuo, che al contrario si rivela una minaccia per i nuovi nascituri e una enorme fonte di guadagno per le grandi multinazionali. Allo stesso tempo, non potendo rifiutare un alimento approvato dal Codex, si rischia spesso di incorrere in sanzioni. Ad esempio: agli europei non piace la carne agli ormoni degli americani. Gli Usa si rivolgono all'Organizzazione mondiale del Commercio, che chiede agli scienziati del Codex se questa carne veramente sia dannosa. Il verdetto "non ci sono prove scientifiche sufficienti per affermare la dannosità degli estrogeni nella carne", si traduce in pesanti sanzioni, tariffe punitive introdotte dagli USA contro l'Europa che invece continua a proteggere, per ora, la salute dei suoi cittadini. Proprio come nel caso dell'Africa, l'interesse del singolo è totalmente assecondato a favore di quello di una ristretta cerchia di persone, grazie all'intervento di una commissione che tra i suoi scopi statutari ha anche quello di "proteggere la salute dei consumatori e garantire pratiche commerciali leali". Non colgo nessuna lealtà nel disincentivare l'allattamento al seno o nel proibire, a prescindere, cure terapeutiche a base di vitamine e erbe [*2 - *3]. Allo stesso tempo questo organismo incentiva l'uso di pesticidi, cibi irradiati e OGM (con somma gioia della Monsanto) [*4]. Il Codex Alimentarius è insomma a tutti gli effetti un tentativo riuscito di limitare la libertà dell'individuo, che si trova impossibilitato a scegliere determinati alimenti o farmaci di origine naturale, proibiti per legge. Una situazione destinata a peggiorare, dato che dal 2009 questo insieme di regole diverrà legge all'interno degli Stati Uniti, e con tutta probabilità una sua estensione all'Europa è solo questione di tempo. Ecco un interessante stralcio del documentario " Nutricide - Criminalizing Natural Health, Vitamins, and Herbs", della dottoressa Rima Laibow [*5]:

5 maggio 2008

La crisi alimentare gonfia i profitti delle multinazionali

Per chi se lo fosse perso, consiglio la lettura di "Peak Food: problema - reazione - soluzione". In quel post ipotizzavo che l'attuale crisi alimentare, enormemente acuita dai sussidi statali al biodiesel, andasse a vantaggio delle grandi multinazionali (in particolare i produttori di OGM). Un articolo [*1] di ieri dell'Indipendent testimonia che l'attuale crisi globale di cibo sta garantendo profitti record alle principali compagnie alimentari mondiali, che hanno raddoppiato i propri introiti rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La redistribuzione dei soldi delle tasse del contribuente e la gestione statale della moneta [*2] si stanno rivelando sempre più controproducenti per l'individuo quasi fossero due strumenti al servizio di un apparato di coercizione e costrizione che ha ormai gettato la maschera e sta mostrando il suo vero volto.
Giant agribusinesses are enjoying soaring earnings and profits out of the world food crisis which is driving millions of people towards starvation, The Independent on Sunday can reveal. And speculation is helping to drive the prices of basic foodstuffs out of the reach of the hungry. The prices of wheat, corn and rice have soared over the past year driving the world’s poor – who already spend about 80 per cent of their income on food – into hunger and destitution. The World Bank says that 100 million more people are facing severe hunger. Yet some of the world’s richest food companies are making record profits. Monsanto last month reported that its net income for the three months up to the end of February this year had more than doubled over the same period in 2007, from $543m (£275m) to $1.12bn. Its profits increased from $1.44bn to $2.22bn. Cargill’s net earnings soared by 86 per cent from $553m to $1.030bn over the same three months. And Archer Daniels Midland, one of the world’s largest agricultural processors of soy, corn and wheat, increased its net earnings by 42 per cent in the first three months of this year from $363m to $517m. The operating profit of its grains merchandising and handling operations jumped 16-fold from $21m to $341m. Similarly, the Mosaic Company, one of the world’s largest fertiliser companies, saw its income for the three months ending 29 February rise more than 12-fold, from $42.2m to $520.8m, on the back of a shortage of fertiliser. The prices of some kinds of fertiliser have more than tripled over the past year as demand has outstripped supply. As a result, plans to increase harvests in developing countries have been hit hard. The Food and Agriculture Organisation reports that 37 developing countries are in urgent need of food. And food riots are breaking out across the globe from Bangladesh to Burkina Faso, from China to Cameroon, and from Uzbekistan to the United Arab Emirates.

22 aprile 2008

Peak Food: problema - reazione - soluzione

Esistono tecniche di manipolazione delle masse che bisogna conoscere per cominciare a capire i meccanismi che stanno dietro a mutamenti indotti delle dinamiche sociali, legislative e geopolitiche. Una delle principali può essere definita dall'espressione "problema-reazione-soluzione". Funziona così: proporre apertamente di eliminare le libertà fonda­mentali, di iniziare una guerra, di centralizzare il potere o di tassare ulteriormente il contribuente, è controproducente, e senza delle motivazioni valide (almeno apparentemente) l'opinione pubblica si opporrà. É necessario, per poter perseguire i propri scopi, evitare di proporre apertamente e palesemente quelle cose, ricorrendo quindi al gioco sporco, ovvero alla strategia P-R-S. La sua attuazione, soprattutto avendo media [*1 - *2] e personalità di spicco dalla propria parte, è piuttosto semplice. La fase uno prevede la creazione di un problema. Potrebbe trattarsi di un "attacco terroristico", di una crisi economica [*3], di un'imminente e ipotetica catastrofe ambientale [*4]. Va bene qualsiasi cosa che faccia sentire insicuro e spaventato l'individuo e che quindi agli occhi dell'opinione pubblica ri­chieda una "soluzione". Nella fase due entrano in gioco i mezzi di comunicazione, che portano a conoscenza dell'opinione pubblica quei "problemi" che sono stati creati ad arte, presentando­glieli in un'ottica completamente distorta e del tutto finalizzata a rendere "indolore", o quantomeno sopportabile, l'applicazione della terza fase. È essenziale trovare un "capro espiatorio", dal riscaldamento globale di origine esclusivamente antropica [*5] al saudita che vive nelle grotte afghane e mette in ginocchio la potenza militare più grande al mondo, contro cui scagliare i cittadini. Una specie di Emmanuel Goldstein portato dal romanzo alla realtà. Creata la situazione di emergenza, in modo tale che ciascuno percepisca come reale un problema creato artificialmente, la gente pretenderà che "si faccia qualcosa". A questo punto è sufficiente proporre apertamente le soluzioni ai problemi creati, che a fronte di un pericolo verranno accettate senza opposizione. Tra queste soluzioni, ovviamente, figurano la centra­lizzazione del potere, il licenziamento dei funzionari o dei politici che met­tono i bastoni tra le ruote [*6], l'abolizione delle libertà fondamentali e un controllo (anche fiscale) più asfissiante sui cittadini. Grazie a questa tecnica, che sfrutta soprattutto l'emotività del singolo [*7], è facile manipolare la mente dell'opinione pub­blica al punto che essa pretenderà, o comunque permetterà, che si introducano misure che, in circostanze normali, rifiuterebbe categoricamente. In questo periodo sta emergendo sempre più su scala globale la crisi del cibo [*8 - *9], soprattutto a causa dei sussidi che i governi concedono a chi passa da terreni agricoli per scopo alimentare a quelli per il biodiesel. Un problema che quindi garantisce un notevole spostamento di risorse finanziarie (sotto forma di denaro pubblico, forzatamente preso dalle tasche del contribuente) ai grossi gruppi come Exxon e Chevron, e dall'altra parte crea un problema alimentare che diventa una grande occasione per altri colossi, i produttori di OGM:
[*IHT] Soaring food prices and global grain shortages are bringing new pressures on governments, food companies and consumers to relax their longstanding resistance to genetically engineered crops. In Japan and South Korea, some manufacturers for the first time have begun buying genetically engineered corn for use in soft drinks, snacks and other foods. Until now, to avoid consumer backlash, the companies have paid extra to buy conventionally grown corn. But with prices having tripled in two years, it has become too expensive to be so finicky. “We cannot afford it,” said a corn buyer at Kato Kagaku, a Japanese maker of corn starch and corn syrup. In the United States, wheat growers and marketers, once hesitant about adopting biotechnology because they feared losing export sales, are now warming to it as a way to bolster supplies. Genetically modified crops contain genes from other organisms to make the plants resistance to insects, herbicides or disease. Opponents continue to worry that such crops have not been studied enough and that they might pose risks to health and the environment. “I think it’s pretty clear that price and supply concerns have people thinking a little bit differently today,” said Steve Mercer, a spokesman for U.S. Wheat Associates, a federally supported cooperative that promotes American wheat abroad. The group, which once cautioned farmers about growing biotech wheat, is working to get seed companies to restart development of genetically modified wheat and to get foreign buyers to accept it. Even in Europe, where opposition to what the Europeans call Frankenfoods has been fiercest, some prominent government officials and business executives are calling for faster approvals of imports of genetically modified crops. They are responding in part to complaints from livestock producers, who say they might suffer a critical shortage of feed if imports are not accelerated. In Britain, the National Beef Association, which represents cattle farmers, issued a statement this month demanding that “all resistance” to such crops “be abandoned immediately in response to shifts in world demand for food, the growing danger of global food shortages and the prospect of declining domestic animal production.” The chairman of the European Parliament’s agriculture committee, Neil Parish, said that as prices rise, Europeans “may be more realistic” about genetically modified crops: “Their hearts may be on the left, but their pockets are on the right.” With food riots in some countries focusing attention on how the world will feed itself, biotechnology proponents see their chance. They argue that while genetic engineering might have been deemed unnecessary when food was abundant, it will be essential for helping the world cope with the demand for food and biofuels in the decades ahead.

26 marzo 2008

La crisi alimentare: "l'elefante nella stanza"

Da qualche tempo molte cassandre si stracciano le vesti annunciando l’imminente peak oil, cioè l’inizio del declino della produzione petrolifera, come una sorta di catastrofe economica. Ma quello del peak oil appare oggi quasi una burletta in confronto al prossimo peak food, cioè in confronto alla crisi alimentare ormai incombente grazie anche all’accelerazione impressa all’impennata dei prezzi del cibo (*approfondimenti vari) e soprattutto dall’illusione di neutralizzare la crisi energetica, mediante il trasferimento di molte colture agricole al mercato dell’energia. In sostanza i governi, per l'ennesima volta, nell'intento di risolvere un problema, stanno miseramente fallendo non sono in quanto non raggiungono l'obiettivo prefissato, ma soprattutto perchè creano altri danni alla comunità. L'ennesimo allarme di una nuova crisi su scala globale viene lanciato dalle colonne del Guardian [*1 - traduzione a cura di comedonchisciotte]:
La sicurezza alimentare e il rapido aumento dei prezzi dei generi alimentari costituiscono “l’elefante nella stanza” che i politici debbono affrontare velocemente, secondo il parere del nuovo capo consulente scientifico del governo britannico. Nel suo primo importante discorso da quando è entrato in carica, il professore John Beddington ha detto che la corsa globale per la coltivazione dei biocombustibili aggrava il problema e che la riduzione delle foreste pluviali per produrre colture di biocombustibili è “profondamente stupida”. In occasione della Conferenza britannica Govnet per lo Sviluppo Sostenibile, ha detto a Westminster: “C’è progresso sul fronte del cambiamento climatico (sic!). Ma là fuori c’è un altro grave problema. È molto difficile immaginare come si possa intravedere un mondo che coltivi abbastanza colture in modo tale da produrre energia rinnovabile e che soddisfi al tempo stesso l’enorme aumento della richiesta di cibo, che si verificherà propriamente mentre alleviamo la povertà”. [...] “L’industria agricola deve raddoppiare la produzione di cibo, utilizzando meno acqua di adesso” ha detto. La crisi alimentare ci investirà molto più velocemente del cambiamento climatico, ha aggiunto. Ma ha riservato alcuni dei suoi più aspri commenti per l’industria dei biocombustibili, che ha detto aver provocato una “scossa massiccia” ai prezzi del cibo nel mondo. “In termini di biocombustibili c’è stata propriamente, una reazione contraria” ha detto. “Esistono reali problemi di insostenibilità”. La produzione dei biocombustibili crescerà enormemente nei prossimi 15 anni. Gli USA hanno in programma di produrre 30 miliardi di galloni di biocombustibile entro il 2022 – il che vuol dire triplicare la produzione di mais. L’UE ha il target che i biocombustibili costituiscano il 5,75% dei combustibili per i mezzi di trasporto entro il 2010. [...]
Il prezzo dei generi alimentari di prima necessità (come riporta anche un recente articolo di msnbc), a partire dai cereali, è quindi strettamente legato ai crescenti investimenti nel settore dei biocombustibili. Quello che, guardacaso, si dimenticano spesso di dirci, è che questi investimenti non sono dettati da un futuro ritorno economico, bensì dai massicci sussidi statali che hanno reso il settore dell'etanolo un'autentica miniera d'oro (gli statunitensi vedono 51 cents delle loro tasse versate per ogni gallone di etanolo prodotto da ADM o David Rockefeller [*2]). Non si menziona nemmeno che gli stessi agricoltori di biodiesel ricevono cospicui sussidi che nel settore dell'agricoltura alimentare non ci sono (poi vabè, ci sono anche casi in cui i contadini vengono pagati per non coltivare [*3], ma su questi stendiamo un velo pietoso). Il risultato è quindi una completa distorsione del mercato, e una produzione che non si orienta più usando la bussola della domanda e dell'offerta, bensì dei finanziamenti statali. Ovvero il governo sta incentivando la produzione di materie che non si sa se il mercato richiede, a scapito di altre la cui domanda è invece ancora alta (aspetto che risulterà particolarmente interessante in prospettiva futura, quando si dovrà valutare il fallimento di queste politiche economiche, soprattutto per chi addosserà tutte le colpe al libero mercato). La catastrofe potrebbe essere persino ecologica, in quanto la produzione di 1 singolo gallone di etanolo richiede l'impiego di 5 galloni d'acqua. I sussidi statali hanno quindi artificialmente aumentato la domanda d'acqua anche nelle zone aride (che ora diventano coltivabili in virtù degli enormi guadagni che il biodiesel consente), creando una serie di conseguenze a catena: le città patiranno una diminuzione delle proprie riserve idriche, in quanto gli agricoltori hanno la priorità sugli approvvigionamenti, e quindi un aumento del prezzo dell'acqua. La diminuzione dell'offerta della stessa potrebbe causare anche provvedimenti legislativi speciali per ridurre il suo consumo. Insomma, il biodiesel è la dimostrazione di come l'intervento statale in materia economica, causi inevitabilmente tutta una serie di conseguenze "a cascata" che vanno a penalizzare in primis altri settori, ma soprattutto il piccolo contribuente.

18 marzo 2008

Lo Stato laico e il global warming

In un'intervista rilasciata a SciGuy, il responsabile della NASA Michael Griffin, ha dichiarato che la teoria del riscaldamento globale di matrice antropica è ormai trattata come un insindacabile dogma religioso, e chiunque osi metterlo in discussione viene tacciato d'eresia [*1]. Nulla di nuovo sotto il sole (mai espressione fu più azzeccata...), considerato che qualsiasi opinione, ricerca o interpretazione di dati si discosti o contraddica la teoria del riscaldamento globale provocato dall'uomo, viene puntualmente accantonata (si legga il post *Global freezing). Quel che emerge dalle dichiarazioni di Griffin è che, indipendentemente dalle convinzioni personali sul global warming, c'è un pesante clima di caccia alle streghe, che ha come unico risultato quello di soffocare in culla la ricerca scientifica. Inoltre fatto che essa venga finanziata con i soldi del governo, non esclude ma anzi cementa il dubbio che possa essere pesantemente influenzata dalle lobby (che possono essere anche in contrasto tra di loro), e che quindi il riscaldamente globale, per come ci viene presentato [*2], sia un pretesto per pagare più tasse [*3], per favorire determinati business o per un più rigido controllo della popolazione [*4] ed eventualmente delle nascite. Quel che sappiamo è che la temperatura della terra è aumentata di 0,8 gradi centigradi negli ultimi cento anni, ma non è possibile stabilire con certezza in che misura e con quali attività l'uomo abbia contribuito a questo incremento. Le interpretazioni possono quindi essere molteplici:

[*meteowebcam] Il clima è sempre cambiato da quando si è formata l'atmosfera terrestre, e questo non è una novità; lo dimostrano studi di geochimica isotopica e di paleoclimatologia. [...] Ebbene proprio da questi dati, si evince una strordinaria successione climatica alternata da periodi freddi o caldi nel corso del tempo geologico, i quali dipendono quasi esclusivamente dalle variazioni dell'attività solare, dell'inclinazione dell'orbita terrestre e dalla variazione di intensità del campo magnetico terrestre. Insomma le 3 principali glaciazioni sono state causate da questi fattori astronomici che si sono ripresentati ciclicamente nel corso di milioni di anni.Tuttavia, durante questi periodi molto lunghi e che dipendono da fattori così importanti, si sono verificati una miriade di oscillazioni termiche globali, talvolta anche nel
giro di pochi decenni, che sono state causate da fattori transitori ed occasionali, pur sempre influenzanti nel sistema atmosfera. Quindi, anche nei periodi interglaciali, con condizioni astronomiche non consoni alla glaciazione, si sono verificati periodi freddi, dovuti a un certo numero di variabili che provo a riassumere; 1) attività biologica negli oceani e nella superficie terrestre, che ha determinato variazioni considerevoli di CO2 in atmosfera, 2) attività geologica e quindi vulcanica che determina anch'essa variazioni di ossidi di carbonio e di zolfo, 3) attività "solare", quindi la variazione del numero di macchie solari ed infine un'altra grande variabile, gli impatti degli asterodi sul pianeta. [...] Sono del parere, che il futuro climatico del nostro pianeta sia assolutamente incerto, e mi stupisco come alcuni scienziati, probabilmente politicizzati ed affascinati dal profumo economico, più che di quello della scienza, mettono in allerta le stampe di tutto il mondo, le quali con affermazioni catastrofiche spaventono la gente, finendo con l'allontanarla dalla realtà! Nell'ultimo secolo è in atto, ovviamente, un riscaldamento globale; Alcuni ricercatori ritengono sia dovuto esclusivamente dall'emissione di CO2 antropica, come se l'anidride carbonica aumentasse solo per colpa dell'uomo (che indubbiamente non fà del bene), quasi dimenticandosi che milioni di anni fa la concentrazione di CO2 in atmosfera, espressa in parti per milioni, era maggiore di quella attuale, pur senza intervento umano.[...] Inoltre è stato fatto uno studio scientifico che afferma chiaramente che anche la temperatura degli altri pianeti terrestri è in aumento, avvallando l'ipotesi non antropica, ma la stampa tace. [...]
Se da una parte non abbiamo la certezza sulle cause di questo fenomeno, le soluzioni proposte dalle Istituzioni si stanno rivelando del tutto inadeguate, proprio perchè se si parte da premesse sbagliate, le contromisure saranno giocoforza controproducenti. L'Egitto, noto in età augustea per essere il "granaio di Roma" per le sue condizioni naturali particolarmente favorevoli per la produzione cerealicola, oggi si trova in una situazione disastrosa per la mancanza di pane, tanto che due persone hanno perso la vita durante una rivolta in piazza [*5]. La causa di questa carestia? Il biodiesel prodotto con i cereali, una scelta economica dettata dal crescente prezzo del petrolio. Insomma, come avevo già trattato nel post *Peak Food, per far fronte ad una futura crisi dettata dalla scarsità di combustibili fossili, si sta rischiando di togliere adesso il pane di bocca ai cittadini egiziani, per foraggiare un business (in cui, a psoposito di lobbying, si sono già lanciati i principali gruppi petroliferi) che sta in piedi solo grazie ai sussidi statali [*6].

11 febbraio 2008

Il consiglio

In un'intervista a bloomberg, Barton Biggs, ex capo delle strategie globali della Morgan Stanley, ha dispensato un insolito consiglio appannaggio dei soli ascoltatori facoltosi. In sintesi li ha invitati ad assicurarsi nei confronti delle guerre e dei disastri futuri "acquistando una fattoria o un ranch e rifornendola di semi, fertilizzanti, cibo in scatola, medicine, vestiti e tutto ciò che è necessario alla sopravvivenza (pistole comprese)". In realtà queste perle sono lautamente dispensate nell'ultimo libro di Biggs, intitolato "Wealth, War and Wisdom" [*1], in cui l'investitore di Wall Street traccia un parallelo tra la situazione economica durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale e quello che potrebbe accadere in un prossimo futuro. In sostanza il messaggio di Biggs è quello di ascoltare i mercati, analizzare la storia e prepararsi al peggio. Per quanto superficialmente possa risultare la previsione di un paranoico (che però ci ha già "azzeccato" con la bolla speculativa dell'Hi Tech), i fatti sembrano dar ragione a Biggs. Infatti ci sono sempre più persone ricche che si spingono fuori dalle città [*2], trasformando zone rurali in quartieri residenziali. In realtà la previsione di Biggs può meglio essere interpretata come un investimento alla luce della nuova crisi su scala globale che sta emergendo: quella del cibo. Come avevo riportato in un vecchio post intitolato "Peak Food" (in cui avevo anche ironicamente consigliato di coltivarsi un orto), i recenti aumenti dei generi di prima necessità non si fermeranno, ma al contrario saranno sempre maggiori, per via dell'aumento della domanda delle economie emergenti dei paesi asiatici e dell'industria dei bio-carburanti. Un allarme lanciato già da diversi esperti; sia economicsti come Donald Coxe che dagli agricoltori stessi, come riporta un'intervista [*3] a John Gossop, in cui si prevede una crisi alimentare attorno all'anno 2025. Già oggi, come riporta la Canada's National Farmers Union il mondo consuma più cibo di quanto ne viene prodotto [*4], tanto che le riserve di grano sono al livello più basso da 30 anni a questa parte. Fenomeno causato anche dai giganteschi investimenti nell'industria dei bio-carburanti [*5]. Un business tanto redditizio (grazie e soprattutto ai sussidi, che non sono altro che tasse del contribuente destinate a particolari investimenti) che nel 2006, le fattorie dedicate alle coltivazioni per bio-carburanti sono aumentate del 48% con la conversione di fatto delle aziende agricole USA in fabbriche di bio-carburanti. Evitando accuratamente il solito autodafè fatto di mea culpa, sarebbe forse ora di mettere in discussione l'operato di tutte quelle istituzioni a cui il cittadino ha delegato il compito di gestire le politiche agricole (partendo dai Ministeri e arrivando fino alla FAO), visto che alla luce dei fatti precedentemente elencati il quadro di queste scelte è a dir poco fallimentare (a partire dalle sovvenzioni pubbliche all'industria dell'etanolo) e l'invasiva pianificazione statale in materia agricola ed energetica ha prodotto solo disastri. Zimbabwe docet [*6].


"Come schiavi lavorarono gli animali per tutto quell'intero anno. Ma nel loro lavoro erano felici: non si lamentavano né di sforzi né di sacrifici, ben sapendo che quanto facevano era fatto a loro beneficio e a beneficio di quelli della loro specie che sarebbero venuti dopo di loro, e non per l'uomo infingardo e ladro. Durante la primavera e l'estate lavorarono sessanta ore la settimana, e in agosto Napoleon annunciò che ci sarebbe stato lavoro anche nel pomeriggio della domenica. Questo lavoro sarebbe stato assolutamente volontario; chi se ne fosse astenuto però avrebbe avuta ridotta di metà la sua razione. [...] Nel giorno stabilito per il banchetto un furgone da droghiere venne da Willingdon alla fattoria a consegnare una grande cassa. Quella notte si udirono fragorosi canti, seguiti da un frastuono come di violento litigio che terminò verso le undici con un tremendo frantumar di vetri. Nessuno si mosse nella casa colonica prima del mezzogiorno dell'indomani, e corse voce che, non si sa come, i porci avevano guadagnato danaro bastante all'acquisto di un'altra cassa di whiskey.", La fattoria degli animali - George Orwell